ANA JOHNS.
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LA DONNA DAL KIMONO BIANCO.
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Titolo originalme: The woman in the White Kimono.
Traduzione di: Maria Carla Dallavalle.
2020. Edizioni Tre 60, MILANO.
Collezione Narrativa. 
ISBN 978-88-6702-558-9.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista
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Presentazione.
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Giappone, 1957. Il matrimonio combinato della diciassettenne Naoko Nakamura con il figlio del socio di suo padre garantirebbe alla ragazza una posizione sociale di prestigio. Naoko, per, si  innamorata delluomo sbagliato:  un marinaio americano, quello che in Giappone viene definito un gaijin, uno straniero. Quando la ragazza scopre di essere incinta, la comprensione e laffetto che sperava di trovare nei genitori si rivelano soltanto unillusione. Ripudiata da chi dovrebbe starle vicino, Naoko sar costretta a compiere scelte inimmaginabili, per qualunque donna ma soprattutto per una madre... Stati Uniti, oggi. Tori Kovac  una giornalista. Mentre si prende cura del padre, anziano e gravemente malato, trova una lettera che getta una luce sconvolgente sul passato della sua famiglia. Alla morte del padre, decisa a scoprire la verit, Tori intraprende un viaggio che la porta dallaltra parte del mondo, in un villaggio sulla costa giapponese. In quel luogo cos remoto sar costretta a fronteggiare i demoni del suo passato, ma anche a riscoprire le proprie radici... 
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L'AUTRICE.
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Nata e cresciuta a Detroit, Ana Johns ha studiato giornalismo e lavora da oltre vent'anni nel campo delle arti creative. La donna dal kimono bianco, tradotto in 18 Paesi,  il suo romanzo desordio, basato su eventi realmente accaduti, anche alla sua famiglia.
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A mio padre, David Gaydos. (19361988).
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Basta incontrarsi e parlarsi per diventare sorelle.
PROVERBIO GIAPPONESE.
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Prologo.
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Il mio nome da nubile  Naoko Nakamura. Sposandomi sono diventata Naoko Tanaka. E una volta, per un breve periodo di tempo, c stato un altro nome, un nome insolito che mi fu attribuito nel corso
di una cerimonia non convenzionale celebrata sotto un vecchio albero carico di luci tremolanti. Non fu un sacerdote a officiare il rito. Non ci sposammo in un tempio sacro e io non feci i consueti tre cambi
dabito. Ma ero innamorata. Quella sera il buio ricopriva le piccole case del villaggio avvolgendole in un manto nero, ma a ovest il cielo striato di arancione sembrava indugiare curioso, facendo capolino
allorizzonte. Laria umida mi accarezzava le guance mentre scendevo i gradini del portico fino al giardino, e quando svoltai langolo, rimasi senza fiato. Il vialetto acciottolato era punteggiato di
lanterne di carta e delle sfere dorate illuminavano gli alberi come hotaru, le lucciole che sciamano dopo le abbondanti piogge di luglio. Erano cos tante che camminando sotto i rami e alzando lo sguardo, mi
sembrava di essere sovrastata da enormi ombrelli che mi riparavano da centinaia di stelle cadenti. Con un sorriso feci scorrere la mano sul mio abito per tastarne la piacevole morbidezza. Non mi ero mai
sentita cos bella o cos agitata. Trepidavo di eccitazione, come se una stellina pirotecnica crepitasse dentro di me, trasmettendomi una vibrazione che mi attraversava dalle dita dei piedi ai polpastrelli.
Davanti a me, in mezzo alla piccola folla in attesa, cera colui che di l a poco sarebbe diventato mio marito. La luce delle lanterne si rifletteva nei suoi occhi, accendendoli di lamelle bianche che
danzavano come vele in un oceano blu, e io mi sentii naufragare dentro quegli occhi. Dentro di lui. In quellistante. Ogni passo che facevo mi avvicinava sempre pi al mio futuro e mi portava lontano dalla mia famiglia. Erano due estremi opposti, contrastanti in tutti i sensi, ma in qualche modo avevo trovato il mio posto fra luno e laltro. Era quello che Buddha definiva la via di mezzo. Il giusto equilibrio della vita. Io lo definivo felicit. Una vita piena damore  felice. Una vita per lamore  insensata. Una vita fatta di "se solo..."  insopportabile. Nei miei settantotto anni, le ho vissute tutte e tre. Mia nonna ripeteva spesso: Il dolore  cos. E lo stesso vale per la felicit. Prima o poi passano. Ma nonostante
gli anni che ho sulle spalle, quando chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere il tremolio distante di migliaia di minuscole luci.

1
America, oggi.
Perfino di notte con il personale ridotto, il Taussig Cancer Hospital seguiva sicuro la sua rotta, come lomonima nave. Con il dottor Amon al timone, pregavo che mio padre riuscisse in qualche modo a
superare la tempesta, ma la sua salute precaria mi spingeva a rimanere al suo capezzale, attenta a ogni
minimo segnale. Sebbene avessi abbassato le luci e il volume del televisore, pap si agitava nel sonno.
Il silenzio era rotto soltanto dal ronzio delle macchine e dal bip regolare dei monitor, e le conversazioni
provenienti dal corridoio si riversavano come onde nella stanza. Qualcuno fischiettava. Stuzzicare il
vento fischiettando era rischioso diceva pap ricordando i tempi in cui andava per mare. Poteva
essere foriero di forti burrasche e acque agitate. Lospedale non era la nave di quando prestava
servizio in Marina negli anni Cinquanta, ma pur ritenendo quellomonimia una coincidenza
improbabile, non me la sentivo di ignorare le superstizioni nautiche. Mi alzai e andai a chiudere la
porta. Cosa... Pap agit le braccia facendo sbattere i tubicini della flebo come cime contro lalbero
maestro. Tori? Sono qui, pap. Mi avvicinai al letto e posai una mano sul suo braccio. Sei
allospedale, ricordi? Si svegliava un po frastornato nellultima settimana, fra intervalli di riposo
sempre pi brevi. Era diventata la norma ormai. Fece una smorfia di dolore nello sforzo di tirarsi su,
cos gli sostenni la schiena e cercai di sistemarvi dietro un cuscino. Infilando le mie braccia sotto le sue
lo aiutai a sollevarsi, sorprendendomi di quanto fosse diventato leggero. Scherzando aveva detto di non
essere pi "neanche la met" delluomo che era stato un tempo, ma io non avevo riso. La realt era
tuttaltro che divertente e la battuta era ben lontana dal vero. Lui era ancora il mio straordinario pap.
Gli porsi il bicchiere di plastica. Lo agit facendo sbattere i cubetti di ghiaccio rimasti e bevve un sorso
dacqua. Questo bast a scatenare la reazione: una tosse insistente difficile da tenere a bada. Gli tolsi il
bicchiere di mano, gli passai qualche fazzoletto e attesi che la crisi passasse. Dopo un ultimo colpo di
tosse, pap si abbandon sul cuscino e chiuse gli occhi, stremato. Tutto a posto? Parole vuote, perch
era chiaro che non stava bene, ma lui mi rassicur comunque con un cenno del capo. Poi sospir, un
sospiro profondo e rauco attraverso il quale le parole tentavano di farsi strada. Ti ho mai parlato della
famosa Blue Street? Fu la prima cosa che vidi quando sbarcai dalla nave in Giappone. E la ragazza
che rimase colpita dai tuoi occhi fu la seconda, giusto? Mi illuminai, felice che mio padre fosse lucido
e sperando che lo rimanesse abbastanza a lungo per ripetere il suo racconto ancora una volta. Be,
allepoca avevo un aspetto migliore. Ce lhai anche adesso. Era vero. Aveva ripreso un po di
colore sulle guance e il suo sguardo era vivace e concentrato. Anche i movimenti erano migliorati. La
cosa mi appariva meravigliosa e sconfortante al tempo stesso. Il dottor Amon mi aveva avvertito circa
la possibilit di una "fugace ripresa" prima che mio padre imboccasse lultima curva. Per lui, lultimo
urr. E per me, lepilogo di una storia. Dalla sedia accanto al suo letto, mi protesi in avanti e appoggiai
il mento sulle mani chiuse a pugno. E cos facesti un passo avanti, ti chinasti per sfiorare le pietre
luccicanti incastonate nel selciato e...? E quando mi rialzai, lei era l. Che ti fissava. S. E io la
fissai di rimando, vidi il mio futuro e mi innamorai allistante. Pap pieg la testa di lato con un
sorriso dolce sulle labbra. Sebbene quella fosse la versione ridotta, ancora una volta rimasi rapita dalla
sua storia perch sapevo che avrebbe portato a tutte le altre. Ogni volta che arrivavo al porto, la
trovavo l ad aspettarmi continu. Ma io andavo e venivo in continuazione. Funzionava cos.
Eravamo due navi che si incrociano nella notte, come nella poesia di Longfellow. Inspir a fatica.
Cercai la sua mano lentigginosa e gliela strinsi. Dopo il periodo di servizio a bordo rimasi di stanza a
Detroit e iniziai a bere. Ma poi conobbi tua madre, e lei mi salv. I suoi occhi erano inchiodati ai miei.
E c una cosa che devi sapere. Mi stai ascoltando? Certo. Pendevo da ogni singola parola. Tua
madre  stata lamore della mia vita, ma prima di quella vita, ne ho vissuto unaltra.  ci che stavo
cercando di dirti. Contrasse le labbra. Quando? Quando aveva cercato di dirmelo? La mia mente
ripercorse ogni momento delle ultime settimane, tentando di decifrare che cosa mi era sfuggito. Non
capivo neppure cosa potesse significare "vivere unaltra vita". Non ero sicura di volerlo capire.
Sarebbe pi semplice se leggessi la mia lettera. Ho bisogno che tu lo faccia adesso, okay, Tori? 
arrivato il momento.  arrivato il momento? Dun tratto mi sentii gonfiare il petto. Una bolla emotiva
che premeva contro le costole e mi serrava il cuore. Provai a controllarla con una serie di rapidi respiri,
temendo che esplodesse. Non riuscivo a muovermi. Mio padre allung la mano e diede dei colpetti
sulla mia.  tra le mie cose. Vai a prenderla. Trovai la sua borsa dietro la porta del bagno, la posai
sul tavolo e aprii la cerniera. Con le mani tremanti rovistai tra i suoi vestiti finch, sentendo la carta
sotto le dita, mi bloccai. Tirai fuori la busta, poi indugiai un istante a fissarla. Inchiostro rosso. Caratteri
kanji. Fogli spiegazzati. Mentre tornavo da mio padre, i nostri occhi si incrociarono. Un uomo in fin di
vita. Una figlia con il cuore spezzato. Vieni qui, siediti disse. Va tutto bene. No, non andava tutto
bene. Perch non  possibile rimandare un addio. Non ero pronta a quel congedo, n volevo sentire
quello di mio padre. Non potevo. Un grumo di dolore mi premeva in fondo alla gola. Io... Feci un
passo verso di lui, poi mi fermai. Avevo bisogno che tutto rallentasse e prendesse fiato, cos da poterlo
fare anchio. Lo stress degli ultimi mesi, langoscia suscitata dal lento declino di mio padre, il cancro
inesorabile, e ora... un groppo mi serr la gola mentre gli occhi si riempivano di lacrime. Mi avvicinai
alla porta con passi affrettati. Pap disse qualcosa, ma io ero gi in corridoio, dove lui non poteva
vedermi. Mi coprii la bocca e presi dei respiri lunghi e profondi, cercando di respingere londata di
emozione che mi soffocava. Come eravamo arrivati a quel punto? Avevamo studiato le terapie pi
adatte, tentato qualsiasi rimedio domestico, consultato uno specialista, eppure non era bastato. La
confusione e il senso di colpa gravavano sulle mie spalle, e mi sentivo schiacciata da quel peso. Lanciai
unocchiata alla busta. A ripensarci, avrei dovuto aprirla il giorno in cui era arrivata. Mio padre
guardava la partita in soggiorno. Tori, sei tu? S, sono io. Lanciai le chiavi e la posta sul tavolo,
sorpresa che mi avesse sentito entrare con il televisore a un volume cos alto. C una lettera per te.
Feci capolino in soggiorno e gliela mostrai sventolandola. I suoi occhi rimasero incollati allo schermo.
I miei caddero sulla valigia vuota accanto alla sua sedia. Non si era ancora preparato per andare in
ospedale e lavrei dovuto accompagnare lindomani mattina. Anche se era stato quasi un miracolo che
lo specialista fosse riuscito a trovargli un posto in reparto, capivo bene lo scarso entusiasmo di mio
padre. Odiavo il cancro. Non soltanto si era mangiato il suo corpo, aveva divorato il suo spirito e
consumato il mio. Mi ero disperata come una bambina, una bambina di trentotto anni. Lo lasciai alle
prese con la sua partita, una delle poche cose che ancora gli procuravano piacere, mi versai una tazza di
caff, poi mi apprestai ad affrontare quella montagna di corrispondenza. Le buste erano state raccolte
con spessi elastici di gomma e infilate nella sua cassetta della posta, come se lui fosse rimasto fuori per
un mese e avesse dimenticato di sospendere il servizio. Solo che non era andata cos. Gli era
semplicemente sfuggito di mente di farmi controllare. Bevvi un sorso di caff e mi ritrovai a fissare la
lettera. Simboli asiatici stampigliati qua e l. Spesse righe rosse che barravano lindirizzo. Sopra
questo, in caratteri latini, la scritta PARTI. Parti? Feci saltellare la busta sulla mano, la girai sul retro e
poi tornai a guardarla sul fronte. Era stata piegata pi di una volta e il bordo era sfilacciato, come se
fosse rimasta impigliata nello smistalettere automatico; strano che fosse stata recapitata comunque. La
giornalista investigativa che era in me moriva dalla voglia di aprirla. La alzai verso la plafoniera del
soffitto e la osservai controluce. In quella posizione riuscii a vedere il profilo di un biglietto piegato e
una specie di cordino. Provai a scuoterla, ma la busta non aveva peso. La rigirai e spianandola mi
accorsi di una parola familiare sbaffata nella piega. Japan.
Cera una sbavatura dinchiostro sulla "J". Ne seguii il contorno con la punta del dito. Chi conosceva
ancora mio padre in Giappone? Era stato di stanza laggi durante il servizio in Marina e raccontava
storie inverosimili di quel periodo oltremare, ma risalivano a cinquantanni prima. Non cerano
emblemi n insegne militari, perci non si trattava dellannuncio di una convocazione ufficiale. Forse
una rimpatriata informale? Aveva giocato a baseball quando era arruolato, anche in Giappone. Una
volta la Settima Flotta della Marina statunitense aveva sfidato in unamichevole gli Shonan Searex, la
squadra locale di Yokosuka. Ogni volta che ne parlava, pap si metteva una mano a coppa sulla fronte,
come a scrutare la folla in uno stadio. Neanche un posto vuoto si riusciva a vedere. Ma te lo immagini,
Tori? S, me lo immaginavo. Sempre. Larena scoperta, il tappeto erboso perfettamente curato e mio
padre, cos giovane, cos nervoso, che si scaldava sulla pedana del lanciatore. Non hai idea del
chiasso raccontava pap. Invece degli applausi si sentivano i colpi delle mazze di plastica colorate
sbattute sugli schienali dei sedili  pam pam pam. I capitani della tifoseria correvano su e gi dagli
spalti suonando i tamburi e incitando la loro squadra del cuore con cori che inneggiavano alla vittoria.
Alcuni gruppi organizzati di sostenitori che occupavano settori riservati, urlavano slogan attraverso i
megafoni e cantavano inni creati su misura. Pap sosteneva che il baseball aveva dato uno scossone alla
tranquilla cultura giapponese degli anni Cinquanta. Sebbene fosse unamichevole, la partita contro gli
USA aveva un sottofondo pesante: in sostanza, il Paese del Sol Levante intendeva, se non cancellare,
almeno sbiadire il rosso, il bianco e il blu delle stelle e strisce avversarie. Quasi desideravo che la
nostra squadra perdesse ripeteva sempre pap. Cera la famiglia della mia ragazza sugli spalti e non
volevo che si sentissero offesi prima ancora di conoscermi. Parlava sempre della "sua ragazza"
quando mi raccontava queste storie. Non avevo mai saputo il suo nome. E se cera mia madre in giro,
non cerano neppure i racconti. Quando gli chiedevo qualche dettaglio in pi, lui scuoteva la testa e
gonfiando le guance si limitava a dire: Era speciale, davvero. Lo era anche lui. E io lo adoravo. Un
uomo che aveva ereditato labitudine di bere brandy alla frutta dal padre slovacco, sapeva imitare la
camminata spavalda di John Wayne e tesseva racconti colorati come nessun altro. Anche se, come
succedeva nella maggior parte dei casi, era difficile capire quanto ci fosse di vero. Cos la verit se
non una storia che raccontiamo a noi stessi? diceva. Poi mi strizzava locchio, mi dava un buffetto sul
naso e mi lasciava a discernere la realt dalla fantasia. Una cosa che stavo ancora facendo. Ma quella
lettera dal Giappone... quella era reale. I Tigers hanno perso disse pap distogliendomi dai miei
pensieri mentre si avviava verso il frigorifero. Lo apr e rimase a fissare linterno. Vuoi che ti prepari
uno spuntino? Doveva mangiare qualcosa. Era sempre pi deperito. Allinizio la figura pi snella gli
aveva attirato complimenti, ma lammirazione era cessata quando il dimagrimento era diventato
eccessivo. Perfino le mani  le stesse che una volta avevano lanciato la palla in uno stadio
superaffollato  si erano ridotte a un reticolo di ossa nodose. Chiuse il frigorifero senza prendere nulla,
strinse la cintura della vestaglia blu, poi si gratt il mento ispido di barba con la sua tipica fossetta.
No, sto bene cos, grazie. Indic la busta. E quella cos? Te lho detto.  una lettera indirizzata a
te. Gliela porsi. Viene dal Giappone. Me la prese di mano con un gesto rapido e brusco, e osserv i
timbri. Dun tratto cambi espressione. Strinse la lettera contro il petto, gir su se stesso e si allontan
senza dire una parola. Attesi qualche istante prima di seguirlo. Se ne stava immobile, con gli occhi
incollati alla busta, in mezzo alla stanza in penombra. Le tende arricciate non riuscivano a tenere
lontano lo sguardo indiscreto del sole. O il mio. Allargai lo spiraglio della porta di qualche centimetro.
La fessura lasci passare due spessi fasci di luce che si allargarono nella stanza battendo sulle spalle di
mio padre. Si volt e si copr con la mano il viso non rasato per nascondere la sua espressione insolita.
Unespressione sconosciuta per me, tanto come quella lettera. Unespressione su un viso rigato di
lacrime.
2
Giappone, 1957
Mia nonna dice spesso: La preoccupazione copre una cosa piccola di ombre grandi. E se si tratta di
una cosa grande? Lombra che aleggia su di me  fitta e mostruosa, quasi viva. Sono in piedi prima che
spunti il sole per aiutare Okaasan, mia madre, a preparare la colazione a base di riso bianco, pesce alla
griglia e zuppa di miso, ma io non ho appetito. Il mio stomaco  troppo pieno di preoccupazioni. Ho
quasi diciotto anni e domani si terr lomiai, lincontro preliminare del mio matrimonio combinato. Se
non altro ora, con gli ideali americani che contrastano questa antica tradizione, le presentazioni sono
lunica fase prestabilita. La scelta delluomo da sposare  mia. Naturalmente avere questa possibilit e
poterne usufruire sono due faccende ben diverse. Ma questa  la mia sfida. Una delle tante che devo
affrontare. Prendendo il piatto dalle mani di Okaasan, mi inchino davanti a mio padre e a mio fratello
quando entrano nella stanza, intenti a discutere di politica. Una conversazione sul futuro che spazia
dalle Nazioni Unite e lindipendenza del Giappone fino al distacco dallAmerica. Mio padre  sbarbato
e ha i capelli cortissimi  un retaggio del periodo militare  e indossa un abito elegante in stile
occidentale per fare colpo sui commercianti stranieri. Poich Taro  Oniisan, il fratello maggiore, e
affianca pap in azienda, si veste e si comporta esattamente come lui. Unimitazione perfetta, tranne
per la sua lingua tagliente, una caratteristica ritenuta poco opportuna. Naoko, presto incontrerai
Satoshi e assicurerai i nostri futuri introiti dice Taro con tono compiaciuto. Un fidanzamento
predestinato aggiunge la nonna sgusciando alle loro spalle. Le sue labbra sottili si tendono in un
sorriso a bocca chiusa che le gonfia le guance leggermente cascanti. Ho incontrato Satoshi anni fa,
quindi dovrei sapere se eravamo predestinati. Un fidanzamento obbligato, pi che altro, e che ne
sarebbe stato della mia futura felicit? Dunque lamore non conta? Poso una tazza davanti alla nonna e
le verso il t. Ma prima tutti hanno accettato di conoscere il mio prescelto. A mia volta accenno un
sorriso a bocca chiusa. Un fidanzamento con Satoshi  un forte suggerimento della mia famiglia. Un
fidanzamento con Hajime  una profonda speranza da parte mia. Se dai la caccia a due lepri, finirai
per non prenderne neanche una sentenzia la nonna. Questa  soltanto una del suo ricchissimo arsenale
di massime. Le lancia come frecce, ma invece di limitarsi a una, che si spezza facilmente, ne tira dieci
in un fascio solo. Sono gi pronta a incassare altre frecciatine quando mia madre si intromette fra noi a
fare da scudo. Penso che per lincontro di domani con il tuo Hajime dovremmo riunirci in giardino per
il t e le presentazioni di rito. Sarebbe lideale, no? Per evitare lo sguardo indagatore di mio padre, si
finge impegnata a sistemarsi una ciocca di capelli che le  sfuggita dallo chignon. Tutto di lei, della mia
Okaasan,  delizioso e ordinato. Ha una corporatura esile e delicata, e lunghi capelli del colore della
fuliggine usata per ottenere linchiostro sumi. Li tiene annodati sulla nuca fissandoli con lunghi spilloni
di giada. Accenno un inchino, grata per il suo intervento. Prima che la guerra interrompesse gli affari
della ditta import-export di famiglia, mio padre era a capo di un impero commerciale e avevamo molta
servit, giardinieri compresi. Ora ce la caviamo senza alcun aiuto. Ce la caviamo in generale, come
fanno tutti. Perci utilizzare il giardino comporta grande impegno e molti preparativi. La dichiarazione
di mia madre di volerlo usare per la sgradita presentazione di Hajime placa ogni discussione, per ora.
Okaasan sa bene qual  la posta in gioco. Forse tutto quanto. Il padre di Satoshi, un potente acquirente
di Toshiba,  il cliente pi importante di mio padre. Questo fa di me unesca preziosa. Se Satoshi
abbocca, la mia famiglia raccoglier i frutti in solida moneta sonante che ci consentir di alleggerire i
nostri gravosi impegni. Se invece io rifiuto, provocher conseguenze rovinose, perch il padre di
Satoshi potrebbe rompere i rapporti con la nostra ditta appesantendo ulteriormente la nostra posizione.
C soltanto una via duscita. Hajime deve essere impeccabile nellincontro di domani per essere
considerato una scelta possibile, e Satoshi deve trovarmi inadatta e scegliere unaltra. In questo modo
la sua famiglia non subirebbe alcuna offesa e la mia non ne subirebbe le conseguenze. La nostra
azienda continuerebbe a prosperare con le proprie forze e io vivrei un matrimonio basato sullamore.
Questo  il mio piano. Nella lotta fra pietra e acqua,  lacqua che alla fine vince. Poich la mentalit
della mia famiglia  dura come la pietra, io devo essere persistente come lacqua per cambiarla. Sar
in ritardo, Okaasan la avverto, ignorando la stretta al petto. Visto che salter le lezioni di danze
tradizionali nei prossimi giorni, dovr trattenermi con Kiko dopo la scuola per esercitarmi.  soltanto
una mezza bugia, perch in effetti si tratta di un allenamento. Ma invece di danzare con Kiko, dovr
prepararmi con Hajime. Kenji, il mio fratellino, irrompe nella stanza e atterra con un tonfo sul cuscino
posato sul pavimento, facendo tintinnare i piatti e sobbalzare la nonna. Ha nove anni ed  gi molto
sveglio per la sua et. Gli occhi vivaci e le lunghe ciglia scure gli consentono di farsi perdonare tutto,
anche le cattive maniere. Gli lancio unocchiata severa. Lui mi risponde con una linguaccia. Quando
siamo tutti presenti, diciamo Itadakimasu  la formula di ringraziamento  ma io continuo a tenere la
testa bassa mentre chiedo altre benedizioni. Ti prego, fa che lincontro di domani sia perfetto, in modo
che linadeguatezza di Hajime non sia fonte di vergogna per la nostra famiglia o aggiunga valore a
quella di Satoshi. S, sono un fascio di nervi, ma il mio cuore  pieno di speranza. La giornata a scuola
procedeva come una lumaca, in modo lento e faticoso. Anche ora, mentre aspetto Hajime alla stazione
di Taura, si trascina stancamente. Quando scendo dalla banchina del treno, il sole pomeridiano
rimbalza dai tetti di acciaio accecandomi. Socchiudo gli occhi per ripararmi dal riflesso, scrutando la
folla alla ricerca del volto di Hajime. Dov? Sono ansiosa di allenarmi con lui. Alcuni americani in
divisa passano davanti a me mangiando. Hajime non farebbe mai un errore cos grossolano. Abbiamo
gi lavorato parecchio sulletichetta per far colpo sulla mia famiglia. Mai camminare e mangiare
contemporaneamente. Bisogna sedersi in segno di rispetto per il tempo e il sacrificio che sono stati
necessari per piantare il seme, raccogliere i frutti e preparare il cibo. Gli americani sembrano non
accorgersi o non badare al fatto che tutti sono costretti a chiudere gli occhi davanti alla loro mancanza
di educazione. Tutti tranne Hajime. Lui si distingue nettamente dagli altri. Indossa una maglietta bianca
e pantaloni beige. Con quei bei capelli dai riflessi scuri, il ciuffo alto tirato indietro e la profonda
fossetta sul mento, somiglia a Elvis o a un divo del cinema. Forse James Dean. Entrambi andiamo pazzi
per tutto ci che  moderno. Vorrei essermi cambiata, invece ho ancora indosso la divisa della scuola.
Se non altro, ho raccolto i capelli in una coda di cavallo alta alloccidentale. Lo saluto con la mano
mentre mi viene incontro. Il mio sorriso  gi cos largo che mi fanno male le guance. Lamore e la
tosse non si possono nascondere, perci ci vuole tutto il mio impegno per non mettermi a correre o a
urlare. Quando ci incontriamo siamo travolti da un imbarazzante bisogno di saltare luno nelle braccia
dellaltra, ma ci limitiamo a piccoli inchini, poi scoppiamo a ridere quando quasi sbattiamo le teste
insieme. Hajime mi prende la mano  un tab sociale  e con una breve corsetta mi trascina in una
viuzza defilata tra le vetrine dei negozi. Incasso la testa tra le spalle, timorosa di attirare lo sguardo di
muto rimprovero di cuori induriti. Ci assillano come falene. Dobbiamo andarcene di qui, Hajime.
Certo, proprio come le falene, sono tutti attratti dalla tua luce. Perci ti dico, lasciali guardare. Mi fa
un ampio sorriso rivelando la sottile fessura tra gli incisivi. Poi, protendendosi, urla al mondo: Ehi,
gente, io amo questa ragazza! Ssst! Mi sposto sullaltro suo fianco e mi appiattisco contro il muro
ridendo. Di che luce parli? gli chiedo continuando a tenere docchio la strada. Lui si volta e torna a
prendermi la mano. Quella dietro ai tuoi occhi. Me la stringe, poi cerca laltra. Quella che emana il
tuo cuore. Posa un rapido, tenero bacio su ciascun palmo. Ho le guance in fiamme. Ora non ho occhi
che per lui. Hajime  dispettoso come un ragazzino, ma  anche un uomo, e la combinazione di queste
due caratteristiche  irresistibile. Si avvicina e preme la sua fronte contro la mia. Ciao, Cricket.
Ciao, Hajime. Allargo il sorriso, stupita da quanto io sia diventata audace con lui contraddicendo una
vita di insegnamenti  mostrati umile, rimani in silenzio, pensa prima agli altri. Tutte cose buone,
eppure... Abbasso gli occhi sfuggendo al suo sguardo penetrante. Mi divorerebbe con gli occhi se non
stessi attenta, ma mi prende il viso tra le mani e mi picchietta il mento. Sto per baciarti proprio qui,
sulle labbra, okay? Mi alzo in punta di piedi e lo bacio io per prima. Sento il cuore balzarmi nel petto,
diviso tra panico e beatitudine. Chi  la ragazza che sono diventata? Come il bocciolo che saluta il sole
del mattino, mi apro a lui. S,  davvero delizioso, dolce come kompeito sulla mia lingua. E proprio
come mi succede con quei confetti squisiti, sono golosa e ne vorrei ancora. Prendere ci che il mio
cuore desidera?  liberatorio, certo, ma ce lo siamo promessi: non lo faremo pi finch non saremo
sposati. Perci ci stacchiamo. Sorrido. Hajime mi restituisce un sorriso pi ampio. Lo allontano con
una manata sul petto e rido. Gi, chi  questa ragazza? Lui mi abbraccia, e io lo so. Sono sua. Sono
ancora io, ma pi audace, pi aperta, pi libera. Se  vero che emano una luce interiore,  per la felicit
che lui riesce a creare. Ho una sorpresa per te dice baciandomi sulla testa prima di lasciarmi andare.
Vieni. Esce dal vicoletto con pochi passi lunghi e decisi, poi si volta facendomi cenno di seguirlo.
Dove andiamo? Accelero il passo per tenergli dietro mentre lui si dirige verso un prato incolto. Poi si
volta e si mette a camminare allindietro con un sorrisetto malizioso sulle labbra. Si piega per
raccogliere un filo derba, lo rompe e se lo mette tra i denti succhiandone lestremit. Dove mi stai
portando, Hajime? I suoi occhi, azzurri come il cielo appena dopo la pioggia, si stringono, poi si
chiudono quando si volta di nuovo. Niente da fare. Non posso dirtelo. D unocchiata dietro le
spalle.  una sorpresa. Spalanco gli occhi. Lui si mette a correre. Aspetta! Rido, seguendo la sua
falcata energica e slanciata. Lerba alta mi sferza i polpacci scoperti, ma mi affretto quando si allontana
troppo e rallento quando non lo vedo pi. Hajime? Guardo gli alberi vicini, poi indietro nella
direzione da cui siamo venuti, infine mi volto. Ah! Caccio un gridolino per lo spavento e mi copro il
viso con le mani stringendo i gomiti. Ridendo, Hajime mi avvolge tra le braccia e mi culla avanti e
indietro sussurrandomi che mi ama. E cos sono semplicemente felice. Abbasso le mani, soltanto un
po, mi sporgo leggermente e sbircio oltre la punta delle dita. Hajime piega la testa e mi stampa un
bacio sulla fronte. S, sono sua. Lui  mio.  questo il destino. Vieni,  poco pi avanti dice
afferrandomi la mano. Riprendiamo a camminare con le dita intrecciate. Hajime con un nuovo filo
derba da masticare, e io che cerco di inghiottire i miei timori assillanti. Dobbiamo ancora esercitarci,
ricordi? Capisci quanto  importante? Certo. Mi lancia unocchiata di sottecchi. Non  questo il
motivo per cui ci siamo allenati almeno un centinaio di volte? Un centinaio di volte non basta. Il
cuore mi martella, gonfio di disappunto. Per padroneggiare perfettamente larte di servire il t, ci
vogliono anni di pratica, forse una vita intera. Per arrivare a conoscere a fondo le regole delletichetta,
abbiamo soltanto questo momento. Mi fermo e lo imploro con lo sguardo. Lincontro di domani sar
decisivo. Ti prego, dobbiamo ripassare. Daccordo... Alza gli occhi al cielo in cerca di risposte.
Prima di tutto esprimo il mio apprezzamento per la ciotola, la faccio ruotare un paio di volte, mi scuso
se bevo prima degli altri per dimostrare umilt e mi inchino prima di prendere il primo sorso. Abbassa
il mento. Vedi? Siamo pronti, ora andiamo. Mi afferra la mano. Non sono convinta, cos continuo a
farlo esercitare mentre ci inerpichiamo su per una ripida collina, ormai lontani dalla strada affollata
sotto di noi. Non so dove siamo diretti, ma non mi lascio distrarre dal nostro obiettivo. Che cosa devi
fare prima di passare la ciotola? Hajime appare incerto. Devi asciugare il bordo con il tovagliolo, o
rischi di causare imbarazzo, te lo ricordi? Mi sento un pugno nello stomaco. Un errore simile non
viene dimenticato n tantomeno perdonato. In che direzione devi passare la ciotola dopo aver
asciugato il bordo? Hajime assume unespressione vuota. La mia si fa ansiosa. A sinistra. Sinistra!
Il mio cuore galoppa e prendo a camminare pi velocemente davanti a lui. Come faremo a convincerli
che siamo fatti luno per laltra se non ti ricordi nulla? Cricket. Dobbiamo essere perfetti insisto.
Continuo a camminare, a predicare, a farmi travolgere dal panico. Nessun passo falso. Nemmeno il
minimo errore, o loro potrebbero respingere la mia richiesta e obbligarmi a sposare Satoshi. Agito le
braccia mentre le parole mi escono di bocca incontrollate. Sei tu la mia felicit. Sei tu la persona cui
sento di appartenere. Capisci? Noi siamo destinati a stare insieme, perci dobbiamo essere perfetti e
dimostrarglielo. Naoko! Mi volto di scatto, colpita dal fatto che si rivolga a me chiamandomi con il
mio vero nome. La vedi quella? Cerca di camuffare un sorriso, poi avanza di qualche passo.
Guarda. Come potrebbero rifiutarci il loro consenso quando abbiamo gi una casa? Con il sole in
fronte, sbatto le palpebre per scacciare i pallini che mi offuscano la vista e mi appare una manciata di
casette sparse lungo il declivio di una collina che formano un piccolo villaggio. Sono piccole strutture
con il tetto di paglia che ha bisogno di essere risistemato. Ruoto su me stessa per trovarmi faccia a
faccia con Hajime. Abbiamo gi una casa? Poi mi si ferma il cuore. Qui? Facendomi girare di
nuovo, appoggia il mento sulla mia spalla. L, guarda. Quella in cima a quel dosso  la nostra.
Sorride accanto alla mia guancia e attende che lo faccia anchio. Mi limito a mordermi il labbro. So
che non  granch.  piccola e vecchia, e per niente simile a quello cui sei abituata o che meriti. 
agitato e si mangia le parole. E in realt non ho nientaltro da offrirti se non la promessa di amarti
e... Mi ama.
Quale altro ragazzo usa queste parole? Nessuno che io abbia mai conosciuto. Nemmeno mio padre
rivolgendosi a mia madre. Mentre continua a parlare di futuri interventi alla casa, mi appoggio a lui per
cercare conforto e inspiro il suo profumo  un fresco sentore di cuoio e di agrumi  assorbendolo
dentro di me. Il suo insolito dopobarba ha un che di esotico. Mi piace tutto di lui perch nulla 
prevedibile. ... e l, vicino al portico, potrei ripulire un pezzetto di terra e ricavare un orticello. Riesci
a immaginartelo? So che potresti vivere con Satoshi e la sua famiglia in qualche grande casa moderna,
ma... Chi ha bisogno di una grande casa moderna? ribatto decisa guardandolo bene in faccia,
sorprendendomi io stessa per la mia reazione impulsiva. Chi desidera avere una suocera incontentabile
o doversi adeguare alla gerarchia e alle regole di unaltra famiglia? Io no di certo, perci una modesta
casetta a un piano da dividere con te per me  perfetta. Con Hajime, il mio cuore e la mia mente non
sono soltanto tollerati, sono celebrati, ma... Ho un improvviso tuffo al cuore e distolgo lo sguardo.
Perch deve rivelarsi tutto cos difficile?
Che c che non va? Gli occhi interrogativi di Hajime cercano i miei, offuscati dal senso di colpa.
Non ti piace? Un brivido di terrore mi corre lungo la schiena. Cricket, sai che a me puoi dire tutto.
Non devi mai nascondere i tuoi pensieri, okay? Annuisco, piena di gratitudine. Con lui sono libera di
esprimere opinioni o comportarmi in modo stupido, perch a lui piacciono i miei pensieri cos come i
miei sorrisi. Ma come faccio a spiegare questo? Non  quella casupola fatiscente che mi preoccupa, ma
il contesto.  una zona della citt popolata dagli Eta, gli emarginati. I Burakumin occupano i gradini
pi bassi della scala sociale. Sono poveri, spesso di sangue misto, e svolgono attivit essenziali, ma in
qualche modo legate alla morte: macellai, conciatori di pelli, addetti alle pompe funebri. Perci sono
ritenuti contaminati, sporchi e sfortunati. Sono io quella sfortunata. La mia famiglia non me lo
permetterebbe mai. Vivere qui danneggerebbe la reputazione di mio padre e le prospettive di Taro di
costruirsene una. Hajime non sa che la mia famiglia ha gi espresso il suo favore per Satoshi, ma come
faccio a caricarlo anche di questo peso? Un altro colpo a un tamburo vuoto. Mi sfrego il naso e mi
guardo i piedi. Nel nostro cielo si sono addensate ombre grandi, poich queste non sono preoccupazioni
di poco conto.
3
America, oggi
La mattina dellappuntamento di mio padre con il dottore, caricammo la sua Cadillac decappottabile e
partimmo in direzione est. Lautostrada a due corsie ci avrebbe portato direttamente al Taussig Cancer
Center nellOhio, fiancheggiando campi di soia, piantagioni di granoturco e chilometri di pale rotanti.
Le imponenti turbine popolavano lorizzonte di centrali eoliche a perdita docchio. Pap alz la visiera
del suo berretto da ragazzino, si tampon la fronte con il fazzoletto e osserv le pale rotanti attraverso il
finestrino tirato su. Lo guardavo di sottecchi. Non avevamo parlato della lettera dal Giappone  cosa
significava, chi laveva mandata, che effetto gli aveva fatto  ma questo non voleva dire che non ci
avessi pensato. Come avrei potuto evitarlo? Laveva portata con s. Avevo intravisto il familiare lampo
di rosso sul cruscotto prima di partire. Pap, accorgendosi di dove stavo guardando, laveva presa,
laveva piegata e se lera messa in tasca. Non aveva detto nemmeno una parola e io avevo capito che
era meglio non fare domande, ma oltre a preoccuparmi della sua febbriciattola persistente, pensavo a
poco altro. Chi laveva mandata? Un vecchio commilitone forse, ma la lettera, semmai, sarebbe dovuta
provenire dagli Stati Uniti, non da oltreoceano. Mi pass per la mente leventualit che si trattasse del
ringraziamento o di un bollettino di informazioni di un ente di beneficenza. Pap sposava cause
meritorie in tutto il mondo, ma in tal caso la lettera non avrebbe generato in lui quel tipo di reazione.
Lavevo visto con le lacrime gli occhi soltanto in unaltra occasione: al funerale di mia madre. Fu colto
da un violento attacco di tosse e cerc invano di liberarsi la gola, poi lanci unocchiata nella mia
direzione. Sei silenziosa. Sono concentrata dissi, ed era vero. Anche se la cabriolet del 1958 era un
modello mozzafiato, con i suoi interni rossi imbottiti, la scocca bianco perla e le fasce rosse che
correvano dai fari schermati alla lunghissima coda, la sua mole ingombrante la rendeva difficile da
gestire. Senza contare che era la prima volta che la guidavo. Per quanto, per, quandero piccola,
ignorando le proteste di mia madre, pap lasciava che mi infilassi tra loro e lo aiutassi a sterzare.
Mamma urlava quando lui staccava le mani dal volante tenendolo sotto controllo soltanto con il
ginocchio alzato e gli intimava di rallentare quando si spingeva oltre il limite di velocit prescritto.
Insomma, viaggiare sulla Caddy di mio padre era sempre stata unavventura divertente. Ma ora guidare
una decappottabile depoca era unesperienza ben diversa. Era difficile da maneggiare, e ogni volta che
le auto ci superavano, ci sentivamo sbattuti da tutte le parti. Nonostante i finestrini alzati e gli occhiali
da sole sul naso, non riuscivo a impedire che i capelli mi cadessero sugli occhi. Viaggiare con la capote
abbassata non era elettrizzante come ricordavo. Lo dissi a mio padre. Come per magia lui tir fuori dal
vano portaoggetti del cruscotto una specie di stella filante rossa che color laria gonfiandosi come una
maestosa vela. Spalancai gli occhi quando la misi a fuoco e capii di cosa si trattava. Il foulard di
mamma! Non lo vedevo da anni. Riuscivo ancora a evocare limmagine di mia madre che lo indossava,
i suoi capelli biondo cenere messi in piega con le forcine la sera prima, raccolti sotto quella sciarpina di
seta dal grazioso disegno floreale. Mentre cercavo di mettermela in testa, pap allung la mano per
tenere il volante: non mi sfugg il curioso ripetersi della situazione a ruoli invertiti, ma in compenso ci
sfugg la corsia. Sbandammo, costringendo unaltra auto a sterzare bruscamente e a suonare il clacson.
Mi affrettai a legarmi il foulard sotto il mento e sorrisi a mio padre. Lui mi sorrise a sua volta. Ti sta
bene. Dovresti tenerlo. Mi guardai nello specchietto retrovisore e vidi il mio viso invece di quello di
mia madre. Non potrei. Era il suo. No, davvero. Alz una spalla. In realt ho sempre desiderato
che lavessi tu, ma tua madre lha trovato prima, quindi cosa potevo fare? Il cuore mi balz in petto.
Dici sul serio? S. Voglio che lo tenga tu.  importante. Lo sistemai meglio sui capelli. Mi piaceva
moltissimo quel foulard. Quando veniva indossato, il rosso e il bianco del disegno si riunivano
dipingendo una bellissima storia a colori, ma quando veniva allargato e spianato, secondo mio padre, il
disegno ne raccontava una in particolare. Una storia segreta ripeteva facendo scorrere le dita
sullorlo cucito a mano. Poi aggiungeva che la Cina manteneva segreta quella storia da oltre duemila
anni. Indicando i fiori del disegno, diceva che erano gli stessi che si potevano trovare nel giardino del
palazzo reale, dove la giovane imperatrice aveva scoperto qualcosa di pi prezioso delloro: il baco da
seta. La fanciulla stava sorseggiando il suo t quando un bozzolo cadde dal cielo e, con sua grande
sorpresa, and a tuffarsi proprio nella sua tazza. A quel punto pap spalancava gli occhi per
enfatizzare il momento e io squittivo felice quando faceva le smorfie. Poi fingeva di ripescare il
bozzolo dalla tazza, proprio come aveva fatto la giovane imperatrice, e sosteneva che da esso si
dipanava un unico filo lucente lungo quasi un miglio. La famiglia reale, colpita da quella lucentezza
perlacea, aveva usato il filamento delicato per tessere stoffe esotiche da esportare nel mondo intero. E
poich la rarit della seta era cresciuta fino a diventare leggendaria, limperatore aveva emesso un
decreto per tutelarne lorigine: i bachi da seta che vivevano tra i gelsi del giardino dovevano rimanere
un segreto. E le cose restarono cos finch... A quel punto pap alzava un dito. Io mi avvicinavo,
sapendo che da quel momento la storia sarebbe cambiata. Talvolta era una principessa viziata,
promessa a un principe che veniva da una terra lontana. La giovane non sopportava di vivere senza
poter indossare i suoi abiti preziosi, cos nascose i bozzoli nel suo copricapo nuziale. Altre volte mio
padre introduceva due monaci nestoriani che usavano i loro alti bastoni di bamb per contrabbandare i
bachi. Ma la versione che preferivo era sempre quella delle spie giapponesi pronte a percorrere la lunga
Via della Seta che, secondo mio padre, era raffigurata nel foulard. Passavo ore a cercare di immaginare
quel viaggio di seimila chilometri seguendo le varie linee del disegno. Se la Cadillac era il bene
materiale pi prezioso di mio padre, i ricordi suscitati dal foulard di seta appartenuto a mia madre, con
le storie nascoste nel suo intricato disegno, erano il mio. Sei di nuovo molto silenziosa osserv pap
distogliendomi dal mio tuffo nel passato. Mi riscossi. Stavo pensando allimperatrice e al bozzolo che
and a finire nel suo t. Te lo ricordi ancora? Certo. Ricordo tutte le tue storie. Cera quella delle
navi che si davano battaglia in mare aperto, la lotta per la principessa giapponese... Qualche volta, in
quella storia, il protagonista era un giovane samurai le cui parole erano pi veloci e potenti della sua
spada. Altre volte, un principe molto ricco che poteva permettersi di offrirle tutto, tranne lunica cosa
che il cuore della principessa desiderava. Quando chiedevo cosa fosse questa cosa, mio padre mi
rivolgeva un sorriso sghembo e rispondeva: Me. Oh. Tamburellai sul volante con le dita. E cera
anche quella del t con limperatore. Limperatore... Mio padre rise sbuffando dal naso. In realt
era un uomo daffari a capo di un vasto impero commerciale. Come hai potuto dimenticarlo? Mi
raccontavi un sacco di storie legate al t. E al Giappone. Gli lanciai unocchiata furtiva. Potresti
ricordarmene qualcuna. Mi rispose con un sorriso. E in quellesatto istante il tempo scivol indietro.
Allepoca in cui un pap straordinario raccontava storie epiche a una bambina che le adorava. Una
piacevole rimpatriata. Be, a parte la seta, posso dirti questo... Si schiar la voce. Non  mai venuto
niente di buono dal t.
4
Giappone, 1957
Cerco di cancellare il sonno dagli occhi e mi sforzo di svegliarmi completamente. Uno spiraglio di
luce attira la mia attenzione. Poi un fruscio fuori della finestra. Una farfalla bianca sbatte le sue ali
fragili. Si allargano e si stringono fino a sparire nel nulla, per poi aprirsi di nuovo. Le mie palpebre si
appesantiscono, catturate dalla danza. Con un profondo sbadiglio rifletto sulle storie primitive degli
esseri viventi che vagano per il mondo sottoforma di insetti. Immagino di essere quella farfalla,
sospinta dalla brezza mattutina. Libera, felice e appagata. Vado a trovare Hajime e gli sussurro
rassicuranti parole da sogno sullincontro di oggi. Ci siamo esercitati tanto. Siamo pronti. Li
conquisterai. Naoko! Sbatto le palpebre contro la luce fastidiosa per sostituire le ali impalpabili della
mia fantasia. Mia madre mi chiama di nuovo dalla cucina. Quando mi tiro su, ho un capogiro e torno a
distendermi aspettando che passi. Poi mi alzo, arrotolo il letto e mi avvio verso la cucina. Avresti
dovuto svegliarmi, Okaasan! La raggiungo, trafelata, rischiando di investire mia nonna per la fretta. Il
pungente aroma della zuppa di miso fresca mi pervade i sensi. Hanno gi fatto colazione tutti e il mio
fratellino si sta mettendo le scarpe per prepararsi ad andare a scuola. Buona fortuna con il tuo
fidanzato, Naoko dice Kenji, e accompagna laugurio arricciando le labbra e simulando lo schiocco di
un bacio. Caccia un urlo quando lo agguanto per dargli un pizzicotto di punizione. Kenji, muoviti! lo
esorta la mamma, e mi mette una scodella vuota in mano facendomi cenno di sedermi a tavola accanto
a pap. Mangia quello che  avanzato, poi ci prepariamo. Ci aspetta una giornata impegnativa. Mio
padre ha laria accigliata e tira un lungo sospiro prima di concentrarsi sul suo t. La vena sulla tempia
pulsa sotto i capelli che negli ultimi tempi si sono ingrigiti. Sono sicura di essere io la responsabile.
Mia nonna ama ripetere: Ci che appare fin troppo evidente pu portare a un rapido rimpianto. Ci
che appare evidente a me  che mio padre ha acconsentito a questo incontro con Hajime soltanto per
salvare le apparenze. E ci che apparir evidente a lui  che ho accettato lincontro con Satoshi soltanto
per garantirmi il primo. Il nervosismo mi fa pizzicare la pelle man mano che proseguono i preparativi
pomeridiani per la presentazione di Hajime. Io sono quasi pronta, ma Okaasan non approva come ho
sistemato il tradizionale pettinino ornamentale bianco e rosa tra i capelli, cos mi sta rifacendo
lacconciatura. Io tengo il fermaglio in grembo mentre lei mi passa la spazzola tra i capelli. Faccio
scivolare meccanicamente il pollice avanti e indietro sulla superficie liscia del pettine smaltato,
consapevole che non importa che sia posizionato correttamente. Hajime non noter se  al posto giusto,
cos come non si accorger se il giardino rispetta la simmetria secondo la regola del tre, o se il servizio
da t  quello estivo, ma Okaasan questo non lo sa. O forse s?  in qualche modo a conoscenza di ci
che ho tenuto nascosto? Teme la reazione di pap? Io s. La nonna non fa che accrescere il nostro
nervosismo. Cos non va bene. Non vedi? Il pettinino pende ancora borbotta Obaachan passandoci
accanto. Finge di non interessarsi ai preparativi, ma trova ogni pretesto per intromettersi dispensando le
sue opinioni. Lo fanno tutti. La preparazione perfetta dellincontro riflette il prestigio e limportanza
della mia famiglia. Questo vale anche se lospite donore non ha nessun bagaglio famigliare da
ostentare. La mia mente  risucchiata in unossessiva spirale fatta di regole rigide e stretta osservanza
del protocollo. Ho spiegato bene a Hajime dove deve sedersi? Quando deve parlare? Quanto mangiare?
Ho il battito accelerato. Gli ho raccomandato di servirsi soltanto di piccole porzioni? Di solito ha un
appetito notevole; avrei dovuto avvertirlo. Penso di non averlo fatto. Ho un gran caldo. Mi sento
stordita. Ho la nausea. E lobi mi stringe troppo. Il peso della tradizione minaccia di soffocare ogni mio
respiro. Ecco, cos. Okaasan mi d dei colpetti leggeri sui lati della testa, poi indietreggia di un passo
per contemplare il suo lavoro. I fiori di susino del pettine pendono da una parte con delicata precisione.
S, cos va bene. Mi pare che sia a posto. Pap e Taro passano senza nemmeno degnarmi di uno
sguardo incuriosito. Per lincontro con Satoshi sono certa che si comporteranno diversamente. Oggi per
loro sono invisibile. Un fantasma. Okaasan d un ultimo ritocco al mio kimono.  carino, ma ordinario,
contrariamente al furisode che indosser durante la visita di Satoshi. Quello ha le maniche ampie che si
allargano come enormi ali colorate. Mmh...  ancora storto commenta la nonna alle mie spalle.
Piega la testa da una parte osservando gli ornamenti sui miei capelli. Un coperchio sghembo su una
teiera sghemba. Mi sento un buco allo stomaco. Anche lei sa di Hajime? Il mio fratellino pensa che la
nonna abbia delle volpine astute al suo servizio che le riferiscono tutto quello che sentono in giro. Non
lho mai preso sul serio, ma ora comincio a pensare che sia davvero cos. Mia madre controlla ancora
una volta la mia acconciatura e sbuffa respingendo lopinione della nonna. Mi fa cenno di seguirla in
giardino, dove il palcoscenico  pronto per limminente rappresentazione. Un leggero tappeto di vimini
ripara il patio con le pietre coperte di muschio. La composizione floreale sul tavolo  ununica
esplosione di corolle bianche. E il servizio per la rituale cerimonia del t attende, disposto in modo
impeccabile. Solo pap e Taro sono fuori posto. Seduti in giardino, con le spalle rivolte allentrata,
hanno un atteggiamento di muta opposizione. Il fumo che esce dalle loro pipe si avvolge a spirale
nellaria, come due serpenti attorcigliati intorno a uninvisibile pianta rampicante. Le mie viscere si
rivoltano in segno di protesta.  quasi ora.
Hajime sa quanto sia importante arrivare al momento giusto, non un minuto prima n un minuto dopo.
Sa che deve percorrere il sentiero spruzzato dacqua che attraversa il giardino rugiadoso per liberarsi
della polvere terrena e avvicinarsi al cancelletto per le presentazioni ufficiali prima del t. Cos io resto
in piedi, allerta, la pelle bruciante per la tensione che sento crescere dentro di me, temendo il momento
in cui pap e Taro si volteranno, poseranno gli occhi su Hajime e pronunceranno la loro sentenza.
Poich la casa si trova ad angolo rispetto alla mia posizione, riesco a vedere il punto da cui Hajime
arriver. Continuo a restare di guardia, ma ho limpressione che non ci sia abbastanza aria per i miei
polmoni. Mi fa male il petto per lo sforzo di respirare. Come mi era venuto in mente?
Avrei dovuto dirlo a loro. Avrei dovuto dirlo a lui. Oh, guarda, Naoko. Un segno di fortuna. Mia
madre indica la mia manica, dove una farfalla sembra essersi posata per prendersi un istante di riposo
sul disegno floreale rosa del mio kimono. Le sue ali impalpabili giocano nella brezza con un lieve
movimento di flusso e riflusso, e subito mi torna in mente la visione che ho avuto stamattina al
risveglio e tiro un profondo respiro. Ti ho sognato, sai, farfallina? dico sorridendo, pi tranquilla
mentre osservo la mia amichetta che  tornata da me. Ci siamo fatte trasportare dal vento, noi due,
insieme. Mi porti buone notizie? Pu darsi che tu sia ancora addormentata come nel sogno della
farfalla di Chuang Tzu dice la nonna mentre Taro la aiuta a sedersi sulla stuoia. Io resto concentrata
sulla mia piccolissima visitatrice e tengo fermo il braccio in modo che lei possa soffermarsi a esplorare
la seta della mia manica. Il grande maestro taoista sogn di essere una farfalla, completamente
dimentico della sua precedente condizione umana. Quando si svegli, eccolo l. Di nuovo un uomo.
Quindi era un uomo che aveva sognato di essere una farfalla? O una farfalla che ora sognava di essere
un uomo? Cos reale? Forse Chuang Tzu si  fissato sulla cosa sbagliata, Obaachan obietto. Invece
di cercare quale delle due dimensioni  reale, forse lo sono entrambe. La vera felicit sta nel mezzo.
La nonna stringe le labbra senza ribattere. Lho ammutolita?
Okaasan protende la mano per sistemarmi il pettine tra i capelli, decidendo che, tutto sommato, 
davvero un po sghembo. La nonna fa un sorrisetto compiaciuto.  una vittoria di breve durata. La
farfalla spiega le sue ali bianche e spicca il volo. Seguo il suo percorso leggiadro e sinuoso finch i
miei occhi si riempiono di una nuova visione. Il mio futuro. Hajime  qui. La farfalla si tuffa a
salutarlo, librandosi nellaria per qualche istante come per sussurrare un augurio prima di volare via. Le
farfalle che frullano nel mio stomaco non sono nemmeno lontanamente altrettanto aggraziate. Anzi,
volteggiano alla cieca in un accesso di frenesia, sbattendo luna contro laltra. I nostri occhi si
incontrano mentre Hajime si avvicina. Nota il mio kimono tradizionale, i capelli raccolti e il viso
incipriato con un lampo di ammirazione, ma il suo sorriso si spegne subito vedendo che io non lo
ricambio. Sono agghiacciata, in preda al panico. Ho il cuore in gola che batte allimpazzata. Hajime,
perfettamente sbarbato, i capelli in ordine, ha laria di un attore di Hollywood, ma perch  in divisa?
Perch non si  vestito in borghese? Non avevo pensato a questa possibilit. La mia stupida svista
rischia di rovinare tutto! Aggrotta le sopracciglia, spiazzato dalla mia reazione. Che c che non va?,
mi chiede muovendo soltanto le labbra, ma ormai  troppo tardi per spiegare. Lo hanno gi visto. Gli
occhi di Okaasan guizzano da lui a me esprimendo quello che non osa dire ad alta voce. Cooosa...
La nonna osa per entrambe. Lo sapevo! Davanti alla sua brusca reazione, Taro rivolge gli occhi
fiammeggianti nella nostra direzione. Si spalancano di sorpresa suscitando la curiosit di pap. Si volta.
E questo cos? Pap sobbalza urtando la ciotola del t che cade rumorosamente e va in frantumi.
Okaasan annaspa. Pap la fulmina con unocchiata accusatoria, poi punta gli occhi su di me. Avverto
uno spasmo allo stomaco. Abbasso il mento, consapevole di dover rimediare in fretta. Pap, desidero
presentarvi... Non ti permetter di fare niente del genere. Papa  travolto da unondata di
indignazione aspra e penetrante. I miei occhi si posano su Hajime. Ha le labbra serrate in una linea
sottile.  stupito dalla reazione dei miei famigliari, ma abbassa il capo e si inchina.  un onore...
Onore? sbotta mio padre, stizzito. No. No. Non c un briciolo di onore in questo. Se ne va
passandoci davanti. Taro si affretta a seguirlo, e nel farlo, d una spallata a Hajime. Mi rivolgo a mia
madre, confusa. Okaasan? Ti prego, Naoko, saluta il tuo amico e rientra in casa. Si scusa con un
inchino e segue i due uomini. Guarda che cosa hai combinato dice mia nonna indicando la ciotola del
t rotta. Il suo sguardo  duro e tagliente. Questa crepa al centro lha spaccata in due. Non si pu
rimettere al suo posto sulla mensola. Non  pi utilizzabile protesta rabbiosa protendendo il mento.
Vedi, Naoko? Non c felicit nel compromesso. Non con un gaijin. Pronuncia la parola quasi
sputandola, poi se ne va borbottando: Stupida ragazza. Stupida e ridicola. Io resto a fissare la ciotola
in frantumi, poi, sullorlo delle lacrime, mi volto verso Hajime. Lui si dondola su un piede, incerto se
fare un passo avanti o tornare indietro. Dopo settimane di preparazione non glielo avevi ancora
detto? Si toglie il berretto e si passa una mano tra i capelli curati. Perch? Non ce lho fatta. La
mia voce si spezza, proprio come  successo alla ciotola. Cominciano a sgorgare le lacrime. Mi
avvicino, desiderando con tutte le mie forze che lui capisca.  stato proprio il mio silenzio a
permettere questo incontro, Hajime. Volevo che ti conoscessero, che vedessero il viso delluomo che
amo e che voglio sposare. Questo era lunico modo. Avresti dovuto dirglielo, per. Fa un passo
indietro, strofinandosi la nuca con la mano. Perch in questo modo, tutto quello che vedono  la faccia
del nemico. Il suo sguardo scivola verso la finestra da dove Taro e la nonna ci stanno osservando e
giudicando, in attesa. Un gaijin, un americano. Quellorrenda parola aleggia tra noi. Oggi doveva
essere un giorno felice. Sapevo che sarebbe stato difficile. Che mio padre e il mio fratello maggiore
sarebbero stati una sfida. Perfino la nonna, ma pensavo, speravo... Mi sbagliavo. Nascondo il viso tra i
palmi aperti. Mi dispiace. Trattengo lemozione, incapace di sopportare la vergogna. Naoko. C
una nota supplichevole nel modo in cui il mio nome rotola fuori dalla lingua di Hajime. Mi stacca le
dita dal viso, poi mi scosta una ciocca di capelli dalle guance rigate di lacrime. No, dispiace pi a me.
Non volevo che le cose andassero cos per te. Per noi. E nemmeno per loro. Io... Toc toc toc. Ci
stacchiamo di colpo aprendo un mare di distanza fra noi mentre la nonna, dalla finestra, gli fa cenno di
andarsene con gesti frenetici e rabbiosi. Hajime si inchina, poi indietreggia, ma si ferma sullangolo del
giardino dove lei non pu vederlo. Si mette le mani in tasca. Mi perdo nellazzurro liquido dei suoi
occhi. Nella delusione che esprimono. Desiderava soltanto essere accettato dalla mia famiglia. E io non
desidero altro che essere accettata da lui. Mi tremano le labbra. Hai cambiato idea? Laria 
immobile. Gli uccelli tacciono. Ogni cosa trattiene il respiro. Lui scuote la testa. No, no, ma tu devi
farla cambiare a loro. Come? Non mi ascolteranno. Tu sei sveglia e brillante, Cricket. Fai sentire
la tua voce. Si avvicina. Convincili ad ascoltarti. La nonna ci sollecita di nuovo battendo sui vetri e
mi urla di rientrare. Ci guardiamo negli occhi. Una conversazione silenziosa intrisa di bisogni e
desideri. Hajime si allontana camminando allindietro e con il solo movimento delle labbra mi dice: Ti
amo. Ti amo anchio gli rispondo nello stesso modo. Lui sorride. Annuisce. Poi si volta per
andarsene. Hajime! imploro. Mia nonna strepita, ma io rincorro il mio amore. Li convincer. Se
c qualcuno che pu farlo, quella sei tu mi rincuora lui, poi si volta di nuovo. Con un sospiro, lo
seguo con lo sguardo finch sparisce dietro langolo. Un fantasma. Unombra che si allunga e si
affievolisce. Poi pi nulla. La nonna ha ragione. Sono una ragazza stupida. Stupida e ridicola. Ma sono
anche una ragazza che Hajime giudica sveglia e brillante, capace di far sentire la sua voce. E ho
intenzione di farlo. Perch sono anche una ragazza innamorata.
5
America, oggi
Quando io e mio padre mettemmo piede per la prima volta al Taussig Cancer Hospital ci smarrimmo.
Del resto non era difficile immaginarlo, date le enormi dimensioni di quel complesso ospedaliero. Uno
scoraggiante labirinto di alti edifici di vetro che si ergevano imponenti luno accanto allaltro e che,
quando il sole pomeridiano rimbalzava in mezzo a loro, si trasformavano in una distorta sala degli
specchi. Una volta individuata lentrata giusta per noi, camminammo affiancati verso la porta mentre le
nostre immagini riflesse ci venivano incontro, saltellando come per salutarci con gioiosa energia e
lunghi passi armoniosi. Ma poi quelle immagini si rimpicciolirono, rallentarono landatura e
allimprovviso ci trovammo faccia a faccia con il riflesso di quelli che eravamo in realt. Un vecchio
malato. Una figlia preoccupata. Ecco quello che vedemmo. Quello che eravamo. I personaggi di una
casa dei divertimenti. Il Taussig. Mio padre si ferm per un istante a osservare il nome dellospedale
sulla porta. La sua immagine riflessa sembrava guardarci. Era il nome della mia nave. Era un
cacciatorpediniere Sumner, lo sapevi? Si tolse il berretto e si pass le dita tra i capelli. Si erano
increspati di sudore e gli ricadevano sulla fronte febbricitante. Sissignore, avevo diciassette anni e fu
l che ebbe inizio la mia vita. Chi avrebbe mai immaginato che vi sarebbe anche finita? Finita? Lo
guardai di sottecchi mentre aprivo la porta, poi riflettei sulla strana coincidenza del nome. Essendo una
giornalista investigativa, non ero tipo da credere nei segni del destino. Mi attenevo alla razionalit e al
suo linguaggio incontrovertibile per descrivere la realt nuda e cruda. Ma come spiegare il fatto che
lospedale e la nave di mio padre avessero lo stesso nome? Forse luniverso stava davvero cercando di
dirmi qualcosa. E forse quella verit, nella quale era coinvolto mio padre, non parlava per certezze
assolute, ma nelle sottili tonalit di sussurri sfumati, e io non dovevo fare altro che ascoltare. Era il
1955... Fu allora che entrai in Marina. Mentre attraversavamo latrio, mio padre ripercorse il viale dei
ricordi. Era lanno del rocknroll, dei diritti civili e della ribellione assoluta. Si tampon la fronte
con il fazzoletto. Giovent bruciata era la voce della mia generazione. Rifiutavamo il conformismo.
Volevamo il cambiamento. Di certo era quello che volevo io. E dovetti lottare per ottenerlo. Lo so,
pap. Non era la prima volta che lo sentivo raccontare di quel periodo. Da questa parte. Gli indicai
gli ascensori. Quellanno furono due le cose che cambiarono tutto per me. Alz la mano e le cont
sulle dita nodose. Primo, James Dean mor in un incidente dauto. E secondo, Rosa Parks rifiut di
cedere il suo posto sullautobus. Spieg che, pur non essendoci alcun collegamento tra i due eventi,
per lui, un ragazzo che diventava maggiorenne negli anni Cinquanta, avevano costituito una piccola
epifania. Non avevamo alcun controllo sulla quantit di tempo a nostra disposizione, ma luso che ne
facevamo dipendeva da noi. Si pos una mano sul petto. E se volevo una vita diversa rispetto a
quella di mio padre, dovevo prendere posizione e tenergli testa. Cos lo affrontai a muso duro e gli dissi
che mi sarei arruolato in Marina. Ma avevi soltanto diciassette anni e ti serviva il suo permesso
dissi immaginandolo ai ferri corti con mio nonno, un uomo formidabile. S, ma io avevo le mie
ragioni. Ed erano ottime ragioni. Pap raddrizz le spalle, sollev il mento, poi mi raccont che aveva
usato limmigrazione dei suoi nonni come esempio per far leva su suo padre. Prima dello scoppio della
Prima guerra mondiale erano fuggiti dalla allora Cecoslovacchia oppressa, alla ricerca di una vita
migliore. E se seguire le orme del nonno e del padre lavorando in fabbrica  come tutti gli immigrati
della zona  poteva essere una buona vita, per mio padre non era abbastanza. Alla fine riuscii a
portarlo dalla mia parte. Dissi: "Non lo devo forse al nonno, che ha fatto quel sacrificio, e a te, che ne
hai beneficiato per poi cavartela da solo e puntare pi in alto?" Pap si illumin di un sorriso
soddisfatto. Eccola. Quella fu la mia carta vincente. Mio padre prese una penna e firm il permesso
per limbarco, cos, su due piedi.  una bella storia, pap dissi mentre lo registravo al banco
dellaccettazione. Di l a poco mi imbarcai sulla Taussig, e ora eccomi di nuovo qui. Guard il logo
affisso sul muro, diede qualche colpo di tosse nel fazzoletto e annu. Eh gi, era il 1955... Neanche
sei mesi prima di arruolarsi, il piano di sviluppo urbano di Detroit aveva destinato larea in cui i miei
nonni lottavano per guadagnarsi il pane allindustria pesante. Con le acque del fiume e laria
pesantemente inquinate, la gente aveva iniziato ad abbandonare le proprie case o a bruciarle per
incassare gli indennizzi assicurativi. Via via che le famiglie se ne andavano, arrivavano i guai. Per la
povera comunit ungherese di Detroit, questi erano segnali inequivocabili dellavvicinarsi di tempi
duri. E anche se apprezzavo la storia della lotta per lindipendenza di mio padre, scommetto che la
decisione di mio nonno di concedergli il permesso di arruolarsi non era dipesa tanto dallinsistenza del
figlio, quanto piuttosto dallesigenza di alleggerire i problemi incombenti della famiglia. Speravo
soltanto che mio padre non avesse acconsentito a consultare lo specialista per alleggerire me. Il sorriso
aperto del dottor Amon e il suo papillon giallo mi misero subito a mio agio. Il dottore convers
amabilmente del pi e del meno mentre rivedeva lanamnesi di mio padre e scherz durante la visita
preliminare. Perci il fatto che lo mandasse in radiologia per una TAC non mi preoccup pi di tanto.
Quando rivedemmo il dottor Amon, circa tre ore e mezzo pi tardi, il suo sorriso luminoso si era spento
per adeguarsi alla gravit della situazione che era emersa. La nuova prospettiva aleggi sulla
conversazione che segu e non pensai a nientaltro. Si scus per averci fatto attendere e spieg che
aveva preferito consultare i colleghi del suo team, poi sbatt insieme le mani e si apprest a informarci
pi diffusamente. ... il cancro  andato in metastasi... ... linfonodi gonfi e versamenti pleurici
bilaterali... ... polmonite. Mi si asciug la bocca. Tosse, respiro affannoso, febbre, sudorazione,
unghie livide, basso livello di globuli bianchi nel sangue e sistema immunitario compromesso...
Aggiunse altri dettagli, cose da dottore che vagavano nella mia testa confusa senza che io riuscissi a
coglierne nessuna. Ma laffermazione finale mi fece riscuotere. Mio padre doveva essere ricoverato. La
camera privata, seppur dotata dei comfort di un albergo di buon livello, non riusciva a nascondere
lodore dei medicinali e i rumori tipici di un ospedale. Era sbalorditivo con quanta rapidit fosse
cambiata la marea. Feci un profondo sospiro e mi passai la mano sulla fronte per cancellare la tensione.
 stata una lunga giornata. Devi essere esausto. Io sto bene disse pap mettendo da parte la rivista
e massaggiandosi lo stomaco con le dita nodose. Sai a cosa stavo pensando? In un certo senso  un
bene che io abbia un cancro. Pap... No, ascolta. Quello che voglio dire  che, con il cancro,
abbiamo pi tempo. Il tempo che non abbiamo avuto con la mamma. Mi sentii stringere il cuore.
Certo, il cancro ci dava del tempo, ma ne guastava la qualit. Riduceva la pazienza con il dolore,
creando ricordi contaminati che non valeva la pena di conservare. Avevo bisogno di lui. Non di ci che
il cancro non poteva inghiottire. Lei mi manca tanto. Non ero pronta a sopportare anche la mancanza
di mio padre. Con linfarto se n andata velocemente, e anchio ci ho pensato, sai? Almeno in questo
modo possiamo ricordarla comera.  rimasta la stessa sino alla fine. I suoi occhi color del cielo si
rannuvolarono, attraversati dai ricordi, poi si nascosero sotto le palpebre pesanti che si abbassavano
lentamente. Non come me. Che cosa significa non come te? Cos disse, e indic se stesso
agitando le mani su e gi. Sono grato per il tempo che mi viene concesso, ma non voglio essere
ricordato come un vecchio brontolone. Era vero. Mio padre alternava momenti in cui si lamentava per
le sofferenze procurate dalla malattia che lo divorava, ad altri di torpore dovuti ai medicinali
somministrati per attenuarle. Ma negli intervalli fra luno e laltro emergevano sprazzi del suo spirito
vivace. Il ragazzo determinato che non si era lasciato plasmare dalle circostanze della vita, linquieto
sognatore che aveva navigato per i mari del mondo e lonesto padre di famiglia che affrontava la vita
con un pizzico di allegria. Mi feci forza, decisa a fargli sapere come lo vedevo io. Quel vecchio
brontolone non  mio padre. Io so bene chi  mio padre.  un uomo gentile e premuroso che amava sua
moglie e viveva per la sua famiglia. Io so chi sei. Ti vedo, pap. E questo... Imitai il suo gesto di poco
prima. Questo  la malattia. Nientaltro. Ma  quello che avr in mente la gente al mio funerale.
Mi sentii cadere il cuore a terra. Se il cancro lo stava uccidendo, lui stava uccidendo me. Vorrei
semplicemente agitare una bacchetta magica, pronunciare qualche parolina e... puff. Schioccai le dita.
Far sparire tutto. Pap ridacchi e si appoggi contro i cuscini ammucchiati. Abracadabra. Il mio
albero magico. Sorrisi ripensando alla storia che mi raccontava, poi tirai la coperta sottile su quel
fragile mucchietto di ossa che era diventato mio padre. Non era lalbero a essere magico, era la
formula puntualizz. Il suo sbadiglio soffoc un sorriso. E che formula, pap! Era una bella storia.
Quando me laveva raccontata per la prima volta, eravamo in giardino e stavamo piantando un alberello
che era riuscito a far crescere da un seme. Non troppo profondo, non troppo distanziato, giusto lo
spazio per farlo respirare. Laveva sistemato per bene. Quando mi ero tirata indietro per ammirare il
risultato, mi aspettavo di vedere i rami fare cenni di saluto o brillare  qualcosa, insomma. In fondo
aveva detto che era un albero magico. Gli avevo detto che era rotto. Ma pap mi aveva spiegato che la
magia stava nelle parole che si dovevano pronunciare. Un messaggio scritto che lui aveva ricevuto in
dono una volta, quando si trovava sotto un albero proprio uguale a quello che avevamo piantato. Solo
che quello era gi cresciuto ed era alto quasi dieci metri. E quella sera le lanterne di carta accendevano
ogni ramo di una luce palpitante. Erano cos tante, Tori, che se ti appoggiavi al tronco e guardavi in su,
era come se un enorme ombrello ti riparasse da una pioggia di centinaia di stelle cadenti. Ma quali
sono le parole magiche? avevo farfugliato attraverso la fessura lasciata dagli incisivi appena caduti.
Abracadabra e bibbidi bobbidi bu? Pap aveva riso. Una risata muta che gli fece scuotere le spalle.
Aveva posato una mano sulla mia testolina e mi aveva scompigliato i capelli, tanto che le mie trecce si
erano agitate avanti e indietro come le perline di un sonaglio. Per capire quale direzione prendere,
devi conoscere sia le tue radici sia le tue potenzialit. Mio padre aveva aggiunto che quella massima
aveva avuto qualcosa di magico per il momento della vita che stava attraversando allepoca: lasciava le
sue radici, la sua casa, e cercava una meta nuova. Mi parl. Per moltissimo tempo credetti che fosse
stato lalbero a parlargli. Guardavo il mio alberello stentato con occhi nuovi, cercavo di ricordare la
formula magica per farlo parlare. Ma poi arricciavo il naso e chiedevo a pap se potevo limitarmi a dire
Abracadabra. Lui rideva, mi stringeva a s e mi faceva il solletico sino a farmi squittire. Passavamo
lora successiva a far vibrare la lingua contro spessi filamenti derba per emettere una variet di fischi.
Quellalbero si trova tuttora nel giardino della nostra vecchia casa. Non ha mai raggiunto i dieci metri
daltezza, ma parlava. Con la storia di pap, avrebbe continuato a parlare per gli anni a venire. Mi
passi quello, per favore? chiese mio padre indicandomi il suo bicchiere di ghiaccio. Balzai in piedi per
prenderlo. Poi, senza pensare, gli sistemai la coperta rimboccandola ai lati. I suoi occhi stanchi si
accesero di un tremolio incrociando i miei. Rise attraverso il naso. Che c? Gli rivolsi un sorriso
complice perch sapevo cosa stava pensando. Anche lui faceva sempre lo stesso con me. Vuoi una
storia anche tu? chiesi accostando la sedia per tenerlo docchio meglio. Ne ho alcune nuove che ho
raccolto in giro per il mio lavoro. Vediamo... Che ne dici di documenti falsificati per labbattimento
illegale di alberi in una zona protetta? Potrei trasformarla in una fiaba popolata di trafficanti e di pelose
creature del bosco. Il petto di pap fu scosso da una risata silenziosa. Per me, una vittoria trionfante.
Si inumid le labbra. La storia dellalbero magico. Ti ho mai detto perch mi trovavo l? Ci pensai
su. No, non me laveva mai detto. Ma non puoi aggiungere dettagli alla mia storia. Sono vecchio.
Posso fare quello che voglio. I suoi occhi agganciarono i miei. Sei pronta? Ti ascolto. Mi feci pi
vicina. Okay, dunque. Questo vecchio albero, come sai, era alto dodici metri, davvero imponente. E
magico. Risi. Diventa sempre pi alto ogni volta che me ne parli. Pap mi zitt con un debole
sorriso. E poich era in fiore  una nuvola di fiori rosa  era il luogo perfetto per celebrare un
matrimonio. Mi raccont che non era stato un sacerdote regolarmente ordinato a officiare la
cerimonia, bens una guida spirituale vestita di bianco. Al posto dei parenti della coppia erano presenti
dei perfetti sconosciuti e degli amici nuovi di zecca. Invece di un anello, gli sposi si scambiarono un
sacchettino di seta decorato. Dentro cera un unico seme di quellalbero maestoso con un foglietto
arrotolato, scritto in inglese da una parte e in giapponese dallaltra. Era la formula magica che ti ho
detto.  una bella aggiunta alla tua storia, pap. Sbatt gli occhi assonnati e li chiuse. Avresti
dovuto vedere labito della sposa. Mi illuminai. Mi piacevano gli abiti nuziali. Quello di mia madre
era un classico modello stile anni Cinquanta, smanicato, con il collo alto, il corpino aderente e la gonna
svasata che esplodeva in una nuvola di tulle fluttuante sopra le ginocchia. Era come quello della
mamma? chiesi. No, no. Sospir. Era un kimono.
6
Giappone, 1957
Mia madre  andata a recuperare il suo prezioso shiromuku, il kimono da cerimonia, mentre Kenji e io
ammiriamo le sue foto di nozze.  dispiaciuta per il mio cattivo umore dopo il fallito incontro con
Hajime di ieri e spera di risollevarmi il morale. Io, invece, spero di farle cambiare idea. Una foto in
particolare cattura il mio interesse, cos la avvicino agli occhi per studiarla. Okaasan aveva a
disposizione tre cambi dabito: uno rosa per il ricevimento, un altro rosso acceso per il viaggio di nozze
e il pi elaborato, il suo shiromuku bianco a pannelli, per la cerimonia. Nel ritratto indossa proprio
questultimo. Limmagine un po sbiadita nasconde il suo splendore, ma non offusca la radiosa felicit
della sposa. Quanto  bella! esclamo mostrando la foto a Kenji. E anche pap  bellissimo. Mio
padre sorride raramente, ma quando lo fa, la sua espressione da uomo regale e autoritario si trasforma
in quella di un gattone soddisfatto con la pancia allaria. Di solito riserva questa versione a Okaasan.
Qui  stata catturata a beneficio di tutti. Kenji si avvicina e mi prende la foto di mano. Come me. Fa
un largo sorriso. E tu sei come Haha aggiunge usando il termine infantile per riferirsi alla mamma. Il
suo sguardo guizza da me alla foto. Stringendo gli occhi per osservare meglio i lineamenti di mia
madre, sorrido.  come se la mia faccia mi restituisse lo sguardo. Abbiamo gli stessi zigomi scolpiti,
forti, la mascella poco pronunciata e la punta del naso alta. Sono cos giovani, poco pi che bambini.
Presto farai dei bambini anche tu. Kenji raggrinza il viso in una smorfia di disgusto. Lo imito
prendendolo in giro, poi fingo di interessarmi a unaltra foto. Non ho intenzione di discutere questioni
cos intime con il mio fratello minore, ma in verit non penso ad altro. Quel bacio rubato che ne ha
chiamato altri. E che ha portato alla proposta di matrimonio di Hajime. Sorrido tra me, ricordando
quanto mi aveva sorpreso. Tu vuoi sposarmi? avevo ripetuto spalancando gli occhi. Pi di qualsiasi
altra cosa al mondo. Hajime mi strinse a s con tanta forza che i nostri cuori impazziti sembravano
battere allunisono. Dove vivremmo? chiesi, estasiata, tra le sue braccia. Mentre lesuberante energia
americana colorava i miei sogni, le tradizioni culturali giapponesi mi tenevano ancorata a casa. Mi
rannicchiai sotto il suo mento, dun tratto consapevole che la realt aveva gi soffocato la mia
esaltazione. Hajime, io non potrei mai partire. Be... Mi baci la tempia, poi si scost per
passarmi le dita tra i capelli. E se io mi fermassi qui? Fermarti? Alzai il mento di scatto. E la tua
famiglia? Lui si strinse nelle spalle. Mi mancherebbero terribilmente, questo  certo. Voglio dire, mi
mancano gi, e mia mamma, poi... S, la mia decisione la ucciderebbe... Pieg la testa di lato e la
scosse. Quanto a me, mi mancherebbero le partite del weekend con i ragazzi e il brunch della
domenica con i miei. Mi mancherebbe quella vita, di sicuro, perch  una bella vita. E s, sarebbe facile
tornare a viverla. Ma poi? Magari un giorno, quasi senza accorgermene, mi ritroverei vecchio e non
smetterei di chiedermi "Come sarebbe andata se...?" Perch saprei che... Mi pass le nocche sulla
guancia. Lo vedi, Cricket? Rinuncerei a tutte le comodit di casa perch sei tu la mia casa. E se nella
mia vita non ci sei tu, non  affatto vita. Lo baciai. Lui aveva chiesto la mia mano. Io invece gli diedi
tutto il mio cuore. Guarda! Kenji mi agita una fotografia davanti agli occhi riscuotendomi dai miei
pensieri. Anchio voglio arruolarmi. Cos posso far fuori quei gaijin cattivi! Il suo visetto assume
unespressione bellicosa. Come? Non dire cos... Do unocchiata allimmagine. Mi sento torcere lo
stomaco.  mio padre in divisa militare. Kenji non sa che Hajime  americano. Non sa nulla di quanto 
accaduto durante lincontro perch non era presente. Allontano la foto.  la guerra che  cattiva,
Kenji. Ma necessaria. La voce grave di pap ci fa sobbalzare. Con gli occhi stretti a fessura esamina
quelle testimonianze sparse sul pavimento. Da quanto tempo ci sta osservando?
Con due dita fa cenno a Kenji di passargli la foto di lui in divisa. Commenta con un aspro brontolio e
assume unespressione aggrottata. Ha affrontato la guerra pi di una volta. Una di troppo dice
Okaasan quando capita di tirare in ballo largomento. Prendendo a prestito il coraggio di Hajime,
deglutisco con forza e oso parlare. Necessaria, ma terminata, pap. Altrimenti ci troveremo per
sempre invischiati in una battaglia come quella tra la scimmia e il granchio. Mi lancia uno sguardo
inceneritore, poi si rivolge alla nonna che sta arrivando con il t. La scimmia e il granchio... che
battaglia sciocca, mah commenta lei. Quando svolta per entrare in giardino, il suo impalpabile yukata
estivo si confonde nellintenso indaco del cielo serale. Per una volta sono daccordo con Obaachan.
Una storiella stupida per illustrare unorrida verit. Il granchio trova una polpetta di riso e la scimmia lo
convince a scambiarla con un seme di kaki. Il granchio accetta e pianta il seme per far crescere il frutto.
Ma poi la scimmia si arrampica sullalbero e glielo ruba. I figli del granchio sono cos arrabbiati che
cercano vendetta, eccetera, eccetera. Quando alzo lo sguardo, scopro che pap mi sta fissando, perci
abbasso il mento e la voce. La vendetta crea soltanto altra vendetta dico, sperando di scalfire la sua
determinazione. Calma, calma. Basta con questa discussione. Mia madre spazza via ogni tensione
entrando nella stanza. Mancano pochi giorni al fidanzamento ufficiale di Naoko con Satoshi. Parliamo
soltanto di cose belle, daccordo? Chiudiamo la nostra conversazione tesa perch sappiamo bene che
la mamma non deve agitarsi. Quando  sotto stress, talvolta la camera cardiaca sinistra dilatata di
Okaasan batte a un ritmo irregolare. Una piccola anomalia di cui raramente si discute, ma che abbiamo
sempre tenuto in considerazione. Soddisfatta, mia madre mostra il suo tradizionale kimono da
cerimonia e sorride. Ecco, Naoko. Provalo e fatti vedere. Provarlo? I miei occhi divorano quel
tessuto prezioso.  una festa per gli occhi di tre strati di finissima seta bianca e straordinaria abilit
nella cura dei dettagli. Il motivo elaborato risulta ben visibile o mascherato, a seconda di come gioca
con la luce.  talmente incantevole che non oso toccarlo. Indossarlo nel giorno delle mie nozze
significa onorare la mia famiglia e presentarmi casta e pura al mio sposo. Scuoto la testa, oppressa dal
senso di colpa per non essere in grado di soddisfare nessuno dei due requisiti.  troppo bello,
Okaasan, troppo per me. Pap si volta verso mia madre. Lei drappeggia il prezioso kimono
sullavambraccio e io colgo uno sguardo di calda intesa che indugia fra loro. Piazzandosi davanti a me,
mio padre annuisce. Provalo. Non  troppo per una ragazza che entrer a far parte di una famiglia di
tale importanza. Non tutto deve essere una battaglia, Naoko. Eccola qua. Unofferta di pace
condizionata in uno scontro che  appena iniziato. Dopo cena, mentre pap e Taro sono sul patio, mi
appresto a lavare i piatti, con la mamma che li asciuga e la nonna che li rimette a posto sulla credenza.
Non vuoi prendere il t in giardino, Obaachan? Potrei portartene unaltra tazza mentre ti riposi i
piedi. Mia madre lancia una strana occhiata nella mia direzione. Forse sono stata troppo esplicita? La
nonna si avvicina zoppicando. Profuma di crema pasticcera e gelsomino e ci osserva sospettosa, ma
raggiunge pap e Taro sul patio. Metto il bollitore sul fuoco, e quando sono sicura che Obaachan  in
giardino, inizio. Stai benissimo oggi, Okaasan, ancora pi del solito. Non  una bugia. Ha i capelli
divisi in due grandi ciocche trattenute da pettini dorati con zaffiri blu. Il tuo kimono estivo ti sta
dincanto. E tu mi lusinghi, Naoko. Mi d unocchiata in tralice, ma questa volta ha gli occhi che
ridono. Chino leggermente il capo e mi concentro sul discorso che ho provato e riprovato.  una
trappola di verit poetica. Okaasan mi prende di mano la ciotola che ho lavato fino a consumarla. Ti
ascolto, Naoko. Il cuore mi batte allimpazzata, come se avessi un uccellino imprigionato nel petto.
Prendo un respiro per darmi coraggio, poi lo lascio andare, sperando che il cuore fragile di mia madre
mantenga un ritmo regolare mentre procedo con la mia supplica. Pensi che sia possibile che Satoshi
cambi idea su di me?  questo che ti preoccupa? Le sue spalle si abbassano, come se si fossero
preparate a sopportare un peso pi grande. Per favore, Okaasan,  possibile? Certo che  possibile,
ma non credo che... Quindi ammetti che le persone possono cambiare idea? Aggrotta le
sopracciglia. Sa che sto cercando di portare acqua al mio mulino, quindi non dice nulla. Mi avvicino.
E se scoprissimo che anche Satoshi non vuole sposarmi? Cos non correremmo il rischio di perdere il
contatto con suo padre. Okaasan smette di asciugarsi le mani. Prendo un respiro profondo e do inizio
al discorso su cui mi sono esercitata fino a raggiungere la perfezione. Ti chiedo soltanto di riflettere su
questo. Se sei daccordo che si pu cambiare idea, e se Satoshi lha fatto  senza offesa , tu non puoi
convincere pap a farlo? Non puoi convincerlo ad aprire il suo cuore per vedere quello che c nel mio?
Io desidero un matrimonio damore, Okaasan. Naoko... Mia madre piega la testa. Io amo
Hajime. Pronuncio il suo nome in un sussurro. E lui ama me. Mi ama cos tanto che  disposto a
rinunciare alla sua casa in America. Lascerebbe la sua famiglia per costruirsi una vita qui. Non le dico
ancora dove.  un uomo buono e leale che accoglie i nostri usi e costumi, e mi rispetta. Sorrido,
sopraffatta dallemozione che mi fa inumidire gli occhi. Lui mi d coraggio, Okaasan. Il coraggio di
far sentire la mia voce e di agire liberamente, perch ama tutto quello che sono. E io amo quella che
sono con lui.  come se fossi in grado di fare qualsiasi cosa. Sai che cosa mi ha detto? Le sue
bellissime parole hanno decorato i miei pensieri da quando gliele ho sentite pronunciare. Il mio sorriso
si apre. Ha detto che sono sveglia e brillante, e che se c qualcuno che pu convincere te e pap del
motivo per cui dovremmo stare insieme, quella sono io. Le prendo la mano e gliela stringo. Quindi
ora ti dico una cosa... Tu sei sveglia e brillante, e se c una persona che pu convincere pap a
riprendere in considerazione la mia richiesta, quella sei tu. Ti prego, ti supplico di trovare il coraggio di
smuoverlo dalla sua posizione. Okaasan alza lo sguardo e posa entrambe le mani sul tavolo. Guarda
fuori della finestra, dove sono seduti gli altri. Il tic nervoso del mignolo rivela i pensieri contrastanti
che le attraversano la mente. Tap tap tap. E ancora, tap tap tap. Siamo in piedi luna accanto allaltra
davanti al lavello, ciascuna ferma nel proprio convincimento, senza parlare, finch... il bollitore fischia
sputando vapore dal beccuccio. Mia madre mi fa cenno di spegnere la fiamma e riprende ad asciugare i
piatti, segno che la mia risposta deve aspettare. Spesso la sofferenza  il passaggio attraverso il quale si
insinua la verit e, perfino nel silenzio, urla nelle mie orecchie. E se Okaasan non mi risponde affatto?
Preparo il t del dopo cena ed esco in giardino per servirlo alla nonna. Non appena arrivo, la
discussione sul commercio estero tra pap e Taro si interrompe. Taro mi lancia unocchiata penetrante,
mentre pap mi ignora. Invece osserva Kenji che studia un insetto accanto al suo libro. Kenji-kun...
Per mio padre, il solo pronunciare il suo nome  gi un rimprovero. Mia nonna accetta il t con un
cenno di assenso del capo e io mi considero congedata, senza che nessuno abbia registrato la mia
presenza. Quando mi volto per andarmene, Taro riprende la conversazione e la parola gaijin,
pronunciata con tono dispregiativo, risuona nelle mie orecchie. Il suo atteggiamento nei confronti di
Hajime  molto pi minaccioso rispetto a quello di pap, perch le sue fanatiche convinzioni
nazionalistiche non fanno che alimentare i pregiudizi radicati della vecchia generazione. Sono come
benzina su un fuocherello che langue. La migliore assicurazione contro lincendio  possedere due
case, perci conto sulla risposta di Okaasan. Se ho persuaso il suo grande cuore, magari riesce a
convincere con paziente insistenza la mente ristretta di mio padre ad aprirsi, e la nostra casa non sar
pi divisa.
7
Giappone, 1957
Il dondolio sferragliante del treno fa peggiorare il mio bruciore di stomaco provocandomi la nausea.
Avrei dovuto rincasare subito dopo la lezione di danza tradizionale, invece mi sono spinta fino al molo.
La nave di Hajime  in missione: fanno la spola a settimane alterne fra Yokosuka e i porti vicini, ma gli
ho lasciato un messaggio che ho consegnato al marinaio di guardia. Diceva: Il filo rosso del destino 
unantica credenza dellAsia orientale secondo la quale il cielo lega un cordino rosso intorno al
mignolo di coloro che sono destinati a stare insieme.  un filo invisibile che collega tutti quelli che si
incontrano per volere del fato, a prescindere dal tempo, dal luogo o dalle circostanze. Il filo pu
tendersi o attorcigliarsi, ma non si romper mai. Segui il nostro e mi troverai ad attenderti nella nostra
casetta con il tetto di paglia. Ho tagliato con le forbici due pezzetti di filo rosso  uno per ciascuno di
noi  e ho infilato il suo nella busta. Hajime deve sapere che i miei sentimenti e le mie intenzioni non
sono cambiati. Ho tralasciato il fatto che nemmeno quelli di mio padre sono cambiati. Anche se credo
che mia madre sia dalla mia parte, comprendo il suo atteggiamento sottomesso e il suo silenzio.
Appartiene a una generazione diversa e non ha mai incontrato qualcuno come Hajime, capace di
ispirarle parole e azioni. Spero che le mie possano incoraggiare le sue. Con un sospiro, mi appoggio
allo schienale e osservo la donna e la bambina sedute davanti a me. Mentre io sono stipata in mezzo
agli altri, loro sono isolate. I passeggeri fingono indifferenza, ma lo spazio fin troppo abbondante
intorno alle due testimonia disgusto. Non importa che i loro abiti siano puliti, che abbiano i capelli
ordinati, o che non portino alcuna mascherina indicante qualche malattia; nessuno vuole rischiare di
farsi contaminare da quella bambina evidentemente di sangue misto. La piccola si accorge che la sto
osservando, perci le sorrido. Rovistando in tasca trovo due caramelle dagashi e gliene offro una. Lei
si limita a fissarmi. Prendi le dico avvicinandogliela. Ne ho ancora. La bambina allunga la mano
con entusiasmo e la prende. Ora nessuno finge indifferenza. Luomo seduto alla mia sinistra si alza in
piedi di scatto. La donna accanto a lui si sposta altrove. Una passeggera che fino a qualche minuto
prima dormiva ora  sveglia e osserva la scena con uno sguardo di disapprovazione. Sono stata
contagiata, perci fingo indifferenza. In verit mi fa male il cuore. Se io e Hajime avremo dei figli,
succeder la stessa cosa. Con la sua pelle chiara e gli occhi a mandorla, la piccola  la testimonianza
vivente che abbiamo perso la guerra, che le idee radicali dellOccidente si intromettono nelle nostre
tradizioni, che gli americani hanno contaminato il nostro sangue. Questa bambina  di razza mista, e
bench innocente, la sua stessa esistenza offende e spaventa i miei connazionali. Lopposizione del mio
Paese e il timore della mia famiglia sono ci che offende e spaventa me. Sento le lacrime bruciarmi gli
occhi. Piango per loro, per me. Perch non so che cosa fare. Rovisto di nuovo in tasca e tiro fuori le
caramelle che mi rimangono. Lei le prende tutte. Il treno fischia e rallenta con grande stridio di freni. I
passeggeri impazienti si alzano in piedi e si avviano verso la porta, come se non vedessero lora di
liberarsi di noi due. Mi concentro sullorizzonte mentre lascio la banchina per tornare a piedi verso
casa. Dovrei affrettarmi, ma sono gi in ritardo e, come dice la nonna: Se ti tocca mangiare il veleno,
tanto vale pulire il piatto. Procedo calpestando pesantemente la ghiaia e sollevando per protesta
rabbiose nuvolette di polvere. Naoko. La voce profonda mi arriva dalla cima della strada in salita.
Strizzo gli occhi per cercare di individuare chi mi chiama.  come una scarica esplosiva che mi
attraversa le viscere. Sento una vampata di calore salirmi fino al collo e pizzicarmi la pelle. Satoshi!
Oh, no. Me ne sono dimenticata? Pensavo che il nostro incontro fosse fissato per domani! Affretto il
passo, ma poi rallento. Hajime mi ha detto che sono lunica capace di far cambiare idea alla mia
famiglia. Questa  loccasione per farla cambiare anche a Satoshi. Assumo unandatura strascicata
fingendo di fare una passeggiata tranquilla, anche se lui mi viene incontro di corsa. Voglio che mi trovi
scortese. Tuo padre ha mandato me e tuo fratello a cercarti. La sua voce si abbassa via via che si
avvicina. Taro  andato a casa della tua amica Kiko, io ero diretto alla stazione, ed eccoti qui. Gi,
eccomi qui. Le foglie stormiscono al vento mentre mi appresto ad affrontare un pubblico passivo. Non
posso sottrarmi. Sono ancora confusa. Ma non dovevamo vederci domani? S, ma tuo padre ci ha
invitati oggi per una visita informale. Cosa che naturalmente avrei saputo, se pap me lavesse detto.
Per qualche istante ci studiamo reciprocamente. Io che elaboro un piano. Lui che maledice la sua sorte?
Sono un disastro. Bene. Spero che se ne vada infuriato e mi giudichi inaccettabile. Cerco di ispirargli
questa idea con il mio atteggiamento noncurante. Hajime scoppierebbe a ridere e sarebbe fiero di me.
Accentuo ulteriormente la mia scarsa partecipazione. Mi impongo di non notare quanto sia cambiato.
Lo ricordo come un ragazzo dallaspetto gradevole, ma ora, devo ammetterlo,  decisamente attraente,
seppure non come Hajime. Ha i capelli pi lunghi e tirati indietro, ma presumo che normalmente non
siano cos curati e acconciati alla moda. Il viso  spigoloso, con la punta del naso alta e gli occhi
distanti incollati ai miei. Abbasso la testa e do qualche calcetto svogliato alla ghiaia, irritata dalla mia
sfortuna. Se soltanto Satoshi fosse odioso, potrei lagnarmi con la mia famiglia. Come potete chiedermi
di sposare una bestia simile? Pensate ai vostri futuri nipoti! Non avete visto com bello Hajime?
Invece le mie argomentazioni cadrebbero nel vuoto. Accenno un inchino di scuse per metterlo alla
prova. Perdonami, Satoshi-san. Devo aver dimenticato lappuntamento di oggi. Mi  sfuggito di
mente. Sono cos sbadata. E si sa: "Donna svampita fa la moglie fallita". Battute impertinenti, ma
almeno posso studiare la sua reazione. La sua forte mascella squadrata si contrae per la tensione? Il
mento alzato e il sorrisetto compiaciuto fanno il paio con quelli di Taro? I suoi occhi sono pieni di
sdegno come quelli di pap? E a me dispiace molto per la confusione. Mi restituisce garbatamente
linchino. Sorride. Facciamo due passi? Mi guardo intorno furtiva, incerta sulla mia capacit di
reggere quella messinscena, ma mi accingo a passeggiare accanto a lui. Gli uccelli interrompono il loro
canto, disorientati dal fischio della locomotiva a vapore. Un lungo segnale annuncia la partenza del
treno. Il Giappone va avanti secondo una rigida tabella di marcia scandita da arrivi e partenze, tutto
procede secondo i suoi tempi. Tranne me. Come dice mia nonna: Anche la verit ha i suoi tempi. Se
arriva troppo presto o troppo tardi,  una bugia in entrambi i casi. Linsistenza a fare di Satoshi il mio
fidanzato non  corretta nei suoi confronti e nemmeno nei miei. Non voglio mentire, perci il momento
adatto per dirgli la verit  questo. Un tremito irrefrenabile mi fa sbattere i denti mentre penso a come
presentare la cosa senza urtare la sua sensibilit. Desidero smontare il suo interesse per me, ma senza
offenderlo.  pur sempre il figlio del miglior cliente di mio padre. Hajime dice che sono sveglia e
brillante. Ma anche convincente? Mi fermo e lascio che le parole mi escano liberamente dalla bocca.
Sono sicura che un ragazzo del tuo calibro pensa a unaltra fidanzata. Una persona obbediente e
premurosa. Una persona che sia perfetta per te. Anchio mi trovo in una situazione cos. Sono di
fronte a lui, ma i miei occhi sono focalizzati sulle sue impeccabili scarpe marroni. Capisco. D un
colpetto al selciato con la scarpa lucida, seguito da un altro, pi nervoso. Lo conosco? No, sono
sicura di no, proprio come io non ho incontrato la persona che hai in mente tu. Ma sono certa che 
sempre attenta alla tua fitta agenda di impegni, contrariamente a me, una compagna improbabile. Che
cosa avevano in mente i nostri genitori quando hanno pensato a questo fidanzamento? Mi sforzo di
non ridere. Hajime direbbe che dovrei darmi alla recitazione. Frequenta la tua stessa scuola? No, ha
terminato gli studi. Satoshi sposta il peso da un piede allaltro. Lavora con tuo padre, allora? Magari
lho visto... No, e non puoi averlo conosciuto. La tensione mi fa contrarre la mascella. Non ha
sentito quello che ho detto? E come fai a saperlo? Magari... Lo so perch  americano butto l
alzando la testa di scatto, sorprendendomi io stessa per la mia audacia. Subito dopo la abbasso mentre
mi sento mancare il cuore. Che cosa ho fatto? Mi dispiace tanto perch non  mia intenzione
offendere te, n la tua famiglia. Ti prego, non dire nulla a tuo padre o... Non posso... Non riesco a
respirare e nemmeno a pensare. Sento il bisogno che qualcuno mi dica cosa fare. Questa tempesta
emotiva  troppo vicina. Vorrei trovare riparo nel bosco, insieme alle volpi chiacchierone che ora se la
stanno ridendo. Raccontano tutto a mia nonna, ma a me non dicono nulla. Dal lampo al tuono, conto
mentalmente i secondi che li separano. Uno.
Due.
Tre...
Devo ammetterlo.  difficile resistere agli americani. Che cosa? Sbircio Satoshi attraverso le ciglia.
Non  arrabbiato e nemmeno seccato allidea che io possa scegliere un altro fidanzato  un americano
 e sta... sorridendo? Ha davvero unaltra fidanzata e quindi un cuore aperto alla comprensione?
Riprende a camminare, e io lo seguo senza staccargli gli occhi di dosso. Conosci il baseball, Naoko?
Annuisco, ancora sorpresa dal suo atteggiamento disinvolto, ma cauta. Hajime gioca a baseball. Satoshi
lo sa?  un tranello perch la squadra americana ha vinto quella partita tanto pubblicizzata? Le sue
parole stanno per riversarsi su di me, trasformate in ira e disgusto? Il giocatore di baseball americano
Joe DiMaggio ha sposato la celebre diva bionda di Hollywood. Li ho visti quando sono venuti a Tokyo
in luna di miele. Si volta e mi fissa. Giuro che sono rimasto ipnotizzato dai suoi grandi occhi
azzurri. Ride, e la cosa fa sorridere anche me, mio malgrado. Conosco bene la magia che pu
esercitare un paio di occhi azzurri. Quando incontrai Hajime per la prima volta a Yokosuka, rimasi
incantata dai suoi occhi. Catturavano la luce e scintillavano come acqua che assorbe il sole. Perci s,
Naoko, anchio sono sensibile a questo tipo di fascino. Ma... Satoshi si ferma, il suo sorriso aperto si
fa pi dolce. Mi piacciono anche gli occhi scuri come la notte, che brillano come rari diamanti neri.
Mi fa locchiolino. Forse piacciono anche a te, mmh? Mi sento le guance in fiamme, cos fisso gli
alberi, confusa. Quindi mi sta corteggiando, sta ancora cercando di impressionarmi. In Giappone ci
sono due tipi damore. Lamore famigliare per moglie e figli, e lamore relazionale che il marito
continua a coltivare fuori casa con gli altri. Io li voglio entrambi nel matrimonio e voglio la mia casa.
Non un focolare governato da una suocera astiosa. Riprendiamo a camminare in silenzio. Perch non 
arrabbiato? Avrebbe dovuto dichiarare il nostro fidanzamento inaccettabile, costringendo la mia
famiglia a prendere almeno in considerazione Hajime. Satoshi non sta seguendo le regole. Ti vedo
assorta. A cosa stai pensando? mi chiede. Oh... Volto lo sguardo nella sua direzione ma lo distolgo
immediatamente. Se questo fosse il nostro incontro ufficiale di fidanzamento e io stessi cercando di far
colpo su di lui, gli parlerei delle varie piante del giardino per dimostrare la mia conoscenza e
lattenzione per il dettaglio. Oppure gli chiederei dei suoi studi in elettronica e mi dichiarerei colpita
per la portata delle sue ambizioni. Invece la lingua mi tradisce. Sto pensando alla storia del gatto
rituale e alla sua sciocca regola. Satoshi ride e mi guarda con unespressione divertita. Quasi come
questi incontri combinati, non sei daccordo? chiedo osservandolo con la coda dellocchio per vedere
se anche questo lo fa sorridere. S. Intreccia le mani dietro la schiena e alza lo sguardo verso gli alberi.
Cera una volta un grande capo spirituale la cui meditazione veniva disturbata dai costanti miagolii e
gemiti dellinquieto gatto del monastero. Gi. Quindi conosce la storia. E per risolvere il
problema, legano il gatto durante le pratiche meditative, in modo che il santone possa concentrarsi. E
quando il gatto alla fine muore... Satoshi alza in aria lindice e conclude con tono drammatico: Ne
prendono un altro e legano pure quello. Questa diventa una regola indispensabile per assicurare
unadeguata, perfetta meditazione nei secoli a venire. Questa volta ridiamo entrambi. Naoko... Si
ferma quando arriviamo in prossimit di casa mia. Sappi che io ammiro la tua onest e che non
riveler mai questa cosa a mio padre, n la user contro di te o la tua famiglia. Puoi fidarti di me.
Solleva gli angoli della bocca. E sebbene io capisca che il tuo cuore  impegnato, mi puoi capire
quando ti chiedo se c spazio per riflettere? La sua bocca si apre per dire qualcosaltro, ma si chiude
immediatamente quando Okaasan e sua madre escono da casa mia e ci vengono incontro. Il terrore
serpeggia lungo la mia spina dorsale. Sono gi esausta da questa giornata, devo pure rimproverarmi di
aver messo in imbarazzo mia madre? Sono pallida e stanca. Una figlia che non si trova  segno che
anche la madre  perduta. Pap devessere furioso. Una garbata conversazione conclude la visita che ho
quasi mancato. Mi inchino alla madre di Satoshi esprimendo ancora una volta le mie scuse per il
ritardo, e lui interviene prontamente per assicurare che non  necessario, dal momento che la visita,
seppur breve,  stata pienamente gradita e apprezzata. Questo evita a sua madre di rispondere e pone
fine al mio incessante imbarazzo. Ci scambiamo dei sorrisi e, con un leggero cenno del capo, Satoshi
accompagna fuori sua madre. Dalla soglia di casa li osservo mentre si allontanano. Satoshi gesticola
con un braccio mentre parla, e con laltro sostiene la madre. Lei si appoggia a lui e dice qualcosa che lo
induce a gettare indietro la testa scoppiando in una robusta risata. Stai sorridendo osserva la nonna
accostandosi a me. Mi volto e le guance mi cascano di colpo. Mi ha semplicemente sorpreso. Come
quando ti fai saltare in bocca un involtino di riso:  inaspettato e dolce. Le sue labbra si arricciano in
un sorriso impertinente. Altrettanto inaspettata  la dura presa di Taro sul mio braccio per trascinarmi
da una parte. Prima ci insulti portandoci in casa un lurido gaijin e poi, quando nostro padre cerca di
screditare i commenti malevoli che la cosa pu aver causato, ti presenti tardi allincontro? Se non ti
avessero trovato, sarebbe andato tutto allaria. Non lo capisci, sorella? Ha gli occhi fuori della testa.
Quello che capisco  che a nessuno importa ci che desidero. Libero il braccio dalla sua presa, ma
non abbasso il mio sguardo di sfida. Che cosa desideri tu? Le labbra sottili di Taro si piegano in una
smorfia di scherno. Si avvicina e ringhia. Vuoi farci perdere tutto? Lo sai quanto lavora duro pap da
quando  finita la guerra? La guerra  finita dodici anni fa, Taro ribatto seccamente. La guerra ha
distrutto milioni di vite, Naoko. Ha quasi annientato il nostro Paese e loccupazione americana ha
appena esaurito i suoi effetti e tu... tu te la fai con loro, indossi i loro abiti, ascolti la loro musica, vuoi
addirittura sposartene uno. Taro prende a camminare nervosamente su e gi. Come pensi che il tuo
comportamento possa riflettersi sulla nostra famiglia? Sulla nostra possibilit di riprenderci? E tu,
non fai affari con loro? gli faccio notare di rimando con unalzata di sopracciglia. Lui si blocca. Un
regolare contratto di compravendita di merci che procura un beneficio a entrambe le parti non  come
svendere il nome della propria famiglia. No, ma tu vuoi svendere me per trarne un vantaggio
economico. Incrocio le braccia sul petto per contenere il mio cuore martellante. Guardati intorno,
Naoko. Taro gesticola ampiamente. Non ti accorgi delle nostre ristrettezze finanziarie? Vuoi vedere
Obaachan e Okaasan ancora pi umiliate a causa delle offese che rechi con i tuoi giochini? Vuoi che
pap perda la faccia? E io i miei diritti in quanto primogenito? Svenderti... Sbuffa. Semmai pap ti
fa acquistare punti. Ti assicura una famiglia importante per il tuo futuro, quando il nostro  ancora
incerto a causa loro. Sei egoista fino a questo punto? Avverto una stretta al cuore. Lo sono davvero?,
mi domando, confusa. Respingo laccusa di Taro con un gesto della mano, come a voler cancellare
quelle parole, e mi volto per andarmene. Mio padre  in piedi dietro di me. Kenji, apparso
allimprovviso, mi schernisce urlando Naoko, sei nei guai gr... Silenzio! Il tono grave di pap lo
zittisce. Con un unico movimento semicircolare, fa uscire sia lui sia Taro. Kenji si inchina, la sua
espressione sarcastica di poco prima si fa preoccupata. Indietreggiando in silenzio, raggiunge la nonna
e la mamma in cucina. Taro mi pugnala con unultima occhiata tagliente, poi rende omaggio a pap e
se ne va, stizzito. Quanto a me, mi manca il respiro e sento montare dalle viscere un malessere acuto.
Mio padre allarga le gambe rafforzando la sua posizione bellicosa. Il fuoco che brucia dietro i suoi
occhi gli arrossa il viso e rende le sue parole cocenti. Dove, Naoko? Ladagio della nonna mi inonda
la mente. La verit, se arriva troppo presto o troppo tardi,  comunque una bugia.  troppo tardi.
Otousan, ti prego, perdonami. Il tempo  volato e... Mi d un ceffone. Barcollo, sconvolta. Okaasan
annaspa in cerca daria e si precipita verso di me, ma pap la respinge. Non toccarla! Mi intrometto
fra loro. Non spetta a me interferire, perdonami dice Okaasan abbassando il capo. S, invece. Io
sono tua figlia dico guardandola dritto in faccia. Le lacrime mi pungono gli occhi. Tu hai una voce,
Okaasan, e hai tutto il diritto di usarla. Siamo nel 1957... Mi rivolgo a mio padre con il cuore pieno di
rabbia. Le donne sono libere di decidere con la loro testa e io... Un altro ceffone in pieno viso mi fa
barcollare allindietro. Questa volta fa male. Mi copro con la mano la pelle che brucia mentre le
lacrime mi bagnano le dita, ma tengo la testa alta. La prossima volta non mi coglier alla sprovvista.
Tu rifletti lonore della nostra famiglia, Naoko. Su questo non si discute. E questa sera, con la tua
assenza ingiustificata, ci hai messo in grande imbarazzo. E ora mi manchi di rispetto con la tua
insolenza. Sputa rabbiosamente le parole, le narici dilatate a ogni respiro. La colpa  di quel gaijin
che ti riempie la testa di sciocchezze. Le donne sono libere di decidere con la loro testa... Ribolle di
sdegno. In questa casa sono io che decido. Studio il movimento del suo pomo dAdamo che sale e
scende mentre ingoia la rabbia. Serro la mascella per trattenere la mia. E ho deciso di dare la mia
benedizione affinch sposi Satoshi al pi presto. Lascia trapelare un ghigno di scherno attraverso i
denti serrati. Se ti vorr ancora, beninteso. Ma pap... Silenzio! Il suo braccio possente si alza,
ma resta fermo.  deciso. Cado in ginocchio, sconvolta. Ho il viso inondato di lacrime. Le sue parole
colpiscono pi forte di qualsiasi mano. Soddisfatto, mio padre mi lascia in pace. Secondo lui, un
matrimonio con Satoshi mi garantisce le cure di una famiglia che rispetta, una famiglia che assicura il
continuo successo della nostra. Questo gli piace, gli d sicurezza per il futuro di tutti. Lo capisco, ma
che felicit c in un futuro che non  mio? Incapace di rialzarmi, mormoro una piccola preghiera e
mando la mia supplica nella tempesta. Chiedo la colla per aggiustare i bordi sbrecciati. Se non 
possibile, chiedo di essere pi forte della ciotola che ho rotto. Se continua a essere impossibile, chiedo
laiuto di qualcuno che  considerato ancora pi importante del gatto rituale. Perch in Giappone ci
sono molte cose di cui aver paura sotto il sole: i grandi terremoti che distruggono intere citt, i fulmini
mortali scaricati dal cielo adirato, le letali lingue di fuoco, e il proprio padre. Ultimo, ma non meno
importante.
8
America, oggi
Mi ero sistemata in un albergo vicino, ma vi trascorrevo poco tempo. Anzi, avevo portato la maggior
parte delle mie cose in ospedale e mi arrangiavo con la grande poltrona in dotazione nella stanza.
Ormai era passata pi di una settimana, e con le flebo e gli antibiotici che gli venivano somministrati,
mi aspettavo che mio padre iniziasse a stare meglio. Invece era peggiorato. La vestaglia color ottanio di
due taglie in pi gli cascava addosso e spegneva il suo colorito gi pallido. Provavo una stretta al cuore
nel vederlo cos smagrito. Non mangiava, beveva acqua attraverso la cannuccia e soltanto a piccoli
sorsi. E anche se i farmaci calmavano la sua tosse grassa, lo intontivano e accentuavano lasma. Mio
padre se ne stava andando e nessuno faceva nulla. Un breve toc toc e la porta della stanza si apr
lasciando trapelare una striscia di luce fluorescente. Entr uninfermiera che a pap piaceva molto.
Natalie? Era difficile ricordare i nomi quando riuscivo a malapena a ricordare che giorno era. Salve
mormor cercando di non disturbare mio padre. Sono qui per dare una controllata al nostro
giovanotto. La sua coda di cavallo dondolava mentre si metteva allopera. Era sempre il nostro
giovanotto, il nostro amico, e noi pensiamo. Come se il personale sanitario fosse ununica
coscienza collettiva anzich un gruppo di singoli individui. Forse era una necessit. Parlare di nostro
giovanotto consentiva di instaurare una distanza emotiva. Ma il nostro giovanotto in questione era
mio padre, e aveva un nome. Avrei gradito che lo usassero.  possibile dargli dellossigeno? chiesi
prima che lei si eclissasse. Il respiro congestionato di pap si era fatto pi corto, talvolta con lunghe
pause fra luno e laltro. Non credo che abbia bisogno di essere intubato, ma avete la maschera, no?
Il dottor Amon sta facendo il giro di visite, sar qui tra poco. Linfermiera si chiuse la porta alle
spalle, portando via con s la risposta e la luce. Quando il dottore finalmente arriv, balzai dalla sedia e
lo dirottai in corridoio. Che cosa succede? Allung il collo verso la stanza, allarmato. No, niente,
sta bene. Volevo soltanto valutare con lei altre opzioni terapeutiche. Gli antibiotici non sembrano
funzionare, sta peggiorando. Ormai avevo iniziato il discorso ed ero come un fiume in piena.
Stringendo i pugni, lo martellai in rapida successione con le mie preoccupazioni e i miei suggerimenti:
antibiotici, effetti di resistenza, inappetenza. La prego. Il dottore alz le mani. Capisco... No. Lei
non capisce. L dentro c mio padre e nessuno sta facendo nulla per lui. La prego... ripet il dottor
Amon, e mi guid di nuovo nella stanza. Coinvolgiamo suo padre in questa discussione. Premette
linterruttore e una luce spietata illumin lambiente. Signor Kovac? Si chin su di lui. Salve,
signor Kovac. Mi spiace disturbarla. Pap sbatt le palpebre, strizz gli occhi e si guard intorno
passando in rassegna ci che lo circondava. S. Buongiorno, signor Kovac, salve. Il dottore fece un
passetto indietro avvicinandosi a me. Mi risulta che sua figlia sia molto preoccupata per la sua
situazione. A quanto pare lei non lha ancora informata delle sue decisioni riguardanti le cure e ritengo
necessario che lo faccia al pi presto, prima che arrivino le altre. Quali altre? Signor Kovac?
Pap si sfreg gli occhi, confuso, cos il dottor Amon ripet. Spost la testa sul cuscino nella mia
direzione, poi fece un cenno dassenso. S? Daccordo. Il dottore si volt verso di me e spinse
indietro le spalle. Contro il mio parere, suo padre ci ha chiesto di non condividere con lei la sua
recente decisione riguardo le terapie. Aspetti, ripartiamo dallinizio, quale decisione? E quando
avrebbe avuto luogo questa conversazione? Mi ero assentata soltanto un paio di volte per recarmi in
albergo. Ero uscita raramente per prendere un caff. O il ghiaccio. Dopo i risultati della TAC. Le
parole di pap parvero crepitare mentre cercava di tirarsi su. Avrei voluto aiutarlo, ma ero incredula e i
miei piedi sembravano ancorati a terra. Okay. Vuoi decidere in autonomia come procedere con il tuo
iter terapeutico, e va bene, ma non desideravi che io ne fossi informata? Scrutai il dottor Amon. Non
 che il cancro sia un segreto. Guardai mio padre e alzai la voce. Pap, questo  il motivo per cui
siamo venuti qui, ricordi? Per valutare le possibilit di cura per il tuo cancro. Dottore... Mio padre
aggrott la fronte. Per favore. S, daccordo. Il dottor Amon un i palmi, pensando, le port sotto il
naso, poi le lasci andare insieme alle sue parole. Dopo aver visto lesito degli esami, io e suo padre
abbiamo parlato di cure palliative e non pi tardi di stamattina mi ha comunicato la sua decisione.
Capisce che significa? No, non lo capivo. Il mio silenzio era eloquente. Il dottore abbass il mento.
Suo padre ha scelto di non continuare le cure e ha optato invece per un ricovero per malati terminali.
Che cosa? Le sue parole mi colpirono come un pugno cos rapido e violento che scoppiai in lacrime
dallo shock. Indietreggiai, sopraffatta dallincredulit. Il dottor Amon chiar che le terapie aggressive
non avrebbero fatto altro che prolungare la sofferenza. Spieg quali erano i possibili interventi per
attenuare i sintomi rinunciando alle cure. Disse altre cose, cose incomprensibili su ci che ci si poteva
aspettare, ma la mia mente tornava con insistenza alle parole di mio padre al nostro arrivo in ospedale.
La mia nave. Fu l che ebbe inizio la mia vita. Chi avrebbe immaginato che vi sarebbe anche finita?
Non cera bisogno di immaginare. Mio padre gi sapeva. E forse, dietro il t, le vitamine e perfino
lultimo disperato consulto dello specialista, lo sapevo anchio. Quella notte non chiusi occhio.
Sbirciando fuori della finestra dellospedale vidi il sole spuntare rompendo la foschia. Cielo rosso al
mattino, mare mosso vicino! La tempesta stava per arrivare.
9
Giappone, 1957
Oggi non abbiamo lezioni private dopo la scuola, perci io e la mia amica Kiko torniamo in bicicletta
dalla stazione senza affrettarci. Muovendo il manubrio a destra e sinistra, mi destreggio sulla ghiaia
procedendo a serpentina mentre continuo a pensare a Hajime e a sperare che abbia letto il mio
messaggio. Tengo gli occhi fissi sul filo rosso che ho osato legarmi intorno al dito, poi mi alzo sui
pedali per prendere velocit prima di affrontare la salita. Kiko  rimasta indietro. Io sono persa nei miei
pensieri, mentre lei si  chiusa in un ostentato silenzio.  arrabbiata con me per aver preso in
considerazione lidea di mettermi contro la mia famiglia. Ma come potevo non farlo? Una volta arrivata
in cima alla collina, mi fermo con una leggera sbandata e mi volto. La gonna della mia divisa scolastica
di cotone  incollata alle cosce. Le do una tiratina per staccarla e aspetto. Kiko se la prende comoda,
pedalando piano e fingendo di non notare la mia impazienza. Infine mette i piedi a terra e prosegue
camminando sulla ghiaia. Non si ferma neppure, mi passa davanti con le labbra strette e le sopracciglia
alzate, come una bambina insolente che trattiene il fiato. Senti, so che sei arrabbiata con me. Seduta
sul sellino, spingo la bici con ampie pedalate per recuperare terreno. Ma non capisci. Cosa c da
capire? Kiko sbuffa per liberarsi gli occhi dalla frangia pesante che le ricade sulla fronte. Prima ti
vedi con uno straniero e io penso: va bene,  un bel tipo, entrambe abbiamo un debole per tutto ci che
 americano, quindi  divertente, daccordo, ma ora? Le sue guance tonde si imporporano di rabbia. Si
ferma per esporre meglio il suo punto di vista. Freno anchio, pronta ad affrontare la battaglia. Non
riesco a credere che tu desideri davvero sposare Hajime contro il volere di tuo padre. E dire a Satoshi
che ti piace un americano  stata una follia. Che succede se la sua famiglia decide di interrompere i
rapporti con lazienda di tuo padre? La fortuna della tua famiglia si prosciugher e non potrai pi
concordare un altro fidanzamento. Si infila i capelli corti dietro le orecchie per incorniciare meglio il
suo sdegno. E poi, sai cosa penseranno tutti aggiunge con una sbuffatina attraverso il naso. Non lo
sto incastrando sbotto incrociando le braccia, imbarazzata. Ma  quello che dir la gente. Che ti sei
venduta per un biglietto per lAmerica come fanno le pan-pan che bazzicano nei pressi della base. Si
appoggia al manubrio con entrambe le braccia. Potrebbero perfino arrivare a dire che sei incinta. Mi
nascondo il viso tra le mani. Naoko?! Poich resto in silenzio, Kiko mi scrolla la spalla. Dimmi che
non lo sei. Ho un ritardo balbetto. Cosa? esclama con voce stridula. Oh, no... La sua sorpresa
si colora di preoccupata partecipazione. Di quanto pensi di essere? Magari sei ancora in tempo per
sbarazzartene e rimettere tutto a posto. Boccheggio. Sbarazzarmene? No... Scuoto la testa per
scacciare quel pensiero assurdo. Kiko mi si avvicina alternando una pedalata e un passo e quasi
bisbiglia. Potremmo falsificare i permessi. Io ho un po di denaro da parte, anche se non sono sicura
che basti. E dovremmo trovare un medico disposto a sorvolare un po sulle regole. Smettila, Kiko!
Mi spingo avanti con la bici per lasciarmi alle spalle le orribili parole della mia amica. Quanti cicli hai
saltato? Dimmi. Abbasso la testa, preoccupata dalla mia situazione. Una situazione che non vorrei
ammettere ma che non posso pi negare. Se salto questa settimana, saranno tre. Troppi giorni.
Avresti dovuto dirmelo prima. Le parole di Kiko non fanno che affondare il coltello nella piaga. Ti
avrei aiutato. Ci sarebbe stato il tempo. Ma ora? Ma ora niente. Io desidero questo bambino.
Girando su me stessa per guardarla bene in faccia, difendo la mia verit. Io amo Hajime. Questo non
significa nulla? E Hajime ama me. Do un calcio sulla strada, sollevando sabbia e spargendo sassolini
in tutte le direzioni, poi torno a pedalare verso casa. Kiko mi raggiunge, borbottando come una vespa
irritata pronta a pungere. La gente avr di che chiacchierare. Abbiamo intenzione di sposarci,
comunque dico senza guardarla in faccia. Cos tutte quelle galline pronte a spettegolare non avranno
materiale su cui fare commenti. Un altro calcio, e questo alza una nuvola di polvere, insieme allira di
Kiko. Anzi, ne avranno ancora di pi. Pedala pi forte e girando in tondo mi intrappola in mezzo al
cerchio. I pettegolezzi non smetteranno mai di perseguitare la tua famiglia. Ruoto su me stessa
mentre lei insiste ad accerchiarmi per tenermi addosso i suoi occhi inquisitori. I miei bruciano di
lacrime. Ti daranno della puttana, Naoko. Diranno che la tua famiglia  disonorata e nessuno vorr
pi avere a che fare con te. Anche i miei mi costringeranno a prendere le distanze.  questo che vuoi?
Sai bene che non  cos protesto debolmente. Nessuno vuole i mezzosangue. Kiko si avvicina con
il respiro affrettato. E nessuno vorr te. Dove vivrai? Gli stranieri non hanno titolo a possedere terre e
la tua famiglia ti caccer di casa, perci dove andrai? Alla base americana? No. Punto i piedi perch
sento che sto perdendo terreno. Hajime ha affittato una casa a Taura butto l alzando il mento con
aria determinata. Staremo bene. Kiko si ferma di botto con una sbandata. Intendi nella vecchia
comunit Eta, vero?  sconvolta. Oh, Naoko, non puoi vivere l. Lo so... Mi sento cadere il
cuore. Ma forse non sar costretta a farlo. Le confido il piano che ho messo a punto, di come ho
chiesto a Okaasan di smuovere pap dalla sua decisione. E che, se questo non dovesse funzionare,
avremmo scelto insieme dove vivere  e poich lo stigma della comunit Eta li disonorerebbe, magari
ci avrebbero aiutato a trovare una sistemazione migliore. Anche se sarebbe stato solo per salvare se
stessi.  questo il tuo piano? mi schernisce Kiko. Hajime doveva essere soltanto un ricordo, Naoko.
Un ricordo segreto e meraviglioso cui pensare con nostalgia un giorno. Ma se farai di testa tua,  questo
che diventerai. Un ricordo per tutti noi. Esiliata. Hai considerato questo nel tuo piano? Scuote la testa.
Non ti permetter di farlo. Non c niente che possa farmi cambiare idea. Lo amo. Ci scambiamo
unocchiata eloquente. Allora sei una pazza. Kiko mi guarda con gli occhi scintillanti di lacrime, poi
si allontana spingendo con forza sui pedali. Perch deve essere cos difficile? Se si trattasse del figlio di
Satoshi, tutti parlerebbero di una benedizione inaspettata e affretterebbero il matrimonio. Toccando il
filo rosso avvolto intorno al dito, guardo Kiko allontanarsi attraverso un velo di lacrime. Le sue parole
mi spezzano il cuore, ma non intaccano i miei propositi. Siamo amiche da quando eravamo bambine,
perci i nostri fili hanno sempre proceduto insieme fianco a fianco. Non abbiamo mai cambiato strada
per andare in direzioni diverse. Finora. Naoko. Sento una voce che sussurra il mio nome da lontano.
Chi mi sta chiamando? Corro con le dita aperte sfidando il vento e andando incontro a quel suono.
Guardandomi intorno, tutto sbiadisce e si confonde finch non metto a fuoco. Sono sveglia dentro al
mio sogno. Alzo le braccia per dominare laria. Sono il direttore dorchestra che convince gli elementi
della natura ad andare in scena. Dapprima, lieve, lindecifrabile fruscio dei rami e delle foglie
ondeggianti. Poi, con forza, e con una folata di vento, il fogliame si stacca dai rami per volteggiare
intorno a me. Sempre pi velocemente, in una pazza danza vorticosa. Naoko, svegliati. La voce placa
il vento e le foglie cadono tutte insieme. Apro gli occhi sbattendo ripetutamente le palpebre. Mia madre
si china su di me e mi scuote la spalla disperdendo la nebbia del dormiveglia. Okaasan? Ssst, vieni
con me subito mormora, si raddrizza ed esce in silenzio dalla stanza. Mi alzo e mi sforzo di scacciare
il sogno, poi, camminando in punta di piedi, seguo mia madre verso la porta sul retro. Quando arrivo in
giardino, spalanco gli occhi per adattarmi alla luce. Il sonnolento sole arancione occhieggia da dietro
una fitta coltre scura, senza impegnarsi per dissiparla, forse irritato per essere stato disturbato di prima
mattina. Vieni. Okaasan mi prende per il braccio e mi guida lungo il sentiero del giardino, lontano da
casa. Che succede? Ho la pelle doca per laria fredda. Mia madre si ferma davanti alla panca di
legno esposta a ovest. Mi siedo accanto a lei, consapevole dellimportanza del momento. Ha la risposta
che sto aspettando? I suoi occhi tristi si incatenano ai miei. Naoko,  un bene che Satoshi sia al
corrente dellesistenza del tuo amico americano e mostri un cuore compassionevole. Questo libera la
nostra famiglia da futuri impegni. Inoltre ti permette di fare una scelta. Tu hai due strade, ma solo
unopportunit di optare per quella che deciderai di percorrere. Mi prende la mano e la stringe fra le
sue. Ma non c alcuna possibilit di tornare indietro. Ti  chiaro? Faccio cenno di s con il capo,
sforzandomi di capire, anche se sono in preda alla confusione. Sulla sua bocca si disegna un dolce
sorriso. Figlia mia, poich ci presenti un militare americano come tuo aspirante fidanzato e rifiuti di
prendere in considerazione Satoshi  un buon partito , tuo padre sospetta una gravidanza. Che cosa?
Perch mai pensate...? Mi sento sprofondare. Kiko. Te lha detto lei? Mia madre fa un cenno per
fermare le parole che pendono dalle mie labbra. Poich conosco mia figlia e noto che al mattino 
inappetente e ha la nausea, lo sospettavo gi. Mi stringe la mano. Allora, il bocciolo  rimasto sul
ramo? O la gravidanza di cui ha parlato Kiko  possibile? Ora ti chiedo di tirar fuori il coraggio di
rispondermi con la verit. Non voglio ammettere di aver gi conosciuto le gioie dellintimit del
matrimonio, cos distolgo lo sguardo, umiliata. Il mio silenzio  una risposta abbastanza eloquente. Di
nuovo, le sue dita sottili si stringono intorno alle mie. Con o senza bambino, tuo padre non accetter
Hajime, figlia mia. E Satoshi non potr accettarti come sua promessa sposa se nel tuo ventre cresce il
seme di un altro. La nonna conosce una levatrice che potrebbe confermare o escludere la tua
gravidanza e, in caso affermativo, gestire la cosa in tutta riservatezza. Alzo lo sguardo per assorbire il
significato delle sue parole. Okaasan, no... I suoi occhi si riempiono di dolcezza. Satoshi vuole
ancora questo matrimonio se lo vuoi tu, Naoko, e anche tuo padre.  ancora possibile. Capisci?
Capisco che entrambi i lati della medaglia contengono dolore. Mortificata, mi accosto a mia madre.
Mi passa la mano tra i capelli con un movimento lento e carezzevole. Il sole ha smesso di lottare contro
la sua sonnolenza. Stirandosi, disegna deliberatamente una striatura nel cielo grigio-azzurro con le sue
dita di luce inzuppate nellarancione. Okaasan sospira. Quando ero piccola, pi o meno dellet di
Kenji, cercai di ingannare mia madre. Non era molto diversa da Obaachan, cocciuta e convinta di
essere sempre nel giusto. Decisa a metterla in difficolt con un indovinello ingegnoso, finsi di avere un
uccellino immaginario dietro la schiena. Le chiesi: "Luccellino che ho nascosto  vivo o morto? Cosa
rispondi?". Risi, orgogliosa, sapendo che non potevo perdere. Se avesse risposto "Morto", avrei finto di
liberarlo, cos sarebbe volato via davanti ai suoi occhi. Se avesse detto "Vivo", avrei simulato una
pressione per stringere il collo dellanimaletto. Osservai mia madre mentre rifletteva sullenigma e
ripetei la domanda, pronta a godermi il mio momento. "Allora, qual  la risposta? Luccellino  vivo o
morto?" Mia madre alz il mento, sorrise e disse: "La risposta  nelle tue mani". Nella pausa che
segue lascio che il significato di quellepisodio si depositi nella mia mente. Ed  questo che voglio
dire a te, figlia mia. La risposta  nelle tue mani. Sei tu a scegliere il destino delluccellino, e il tuo, in
base a quello che fai ora. Proprio in questo momento. Okaasan mi posa le mani sulle spalle e prosegue
con tono triste. Adesso fai colazione e ti prepari per la scuola come al solito. Poi, quando esci,
ricordati questo: ai piedi della collina, in mezzo agli alberi, ho nascosto una valigia per te dietro il
vecchio ceppo. Hai capito dove? Annuisco, sforzandomi di sentire le sue parole nonostante il
martellare del mio cuore. Se scegli Hajime e la possibilit che ci sia un bambino, prendi la valigia. Vai
da lui. Non tornare o ne soffriremo tutti. I suoi occhi sono umidi. Se scegli Satoshi, allora vai a
scuola, torna a casa e preparati per il matrimonio. Io e la nonna prenderemo accordi con la levatrice per
assicurarci che il ventre sia pulito... o che lo sar, qualora non lo fosse. Si avvicina. Ma non dovrai
mai pi pronunciare il nome di Hajime. Nemmeno con un sussurro. Lacrime salate scendono luna
dopo laltra sulle mie guance e si fermano allaltezza delle labbra. Il panico crescente sale sottoforma di
bollicine fino a farmi bruciare la gola e il naso. Come faccio a sapere quale strada prendere? Come
faccio, Okaasan? Prendere quella giusta  destino. Prendere quella sbagliata  pure destino. Perci
devi scegliere il tuo amore ed essere pronta ad amare la tua scelta. Mi asciuga le lacrime sotto gli
occhi con i pollici, poi mi prende il viso tra le mani. Al tramonto, se tornerai da me, ti abbraccer con
tutto il mio amore. Ma se, sul finire del giorno, non dovessi tornare... Il respiro stentato le spezza la
voce soffocando le sue parole. Sento il mio pugnalarmi i polmoni. Se non dovessi tornare, il mio
amore sar la tua ombra, incrollabile, sempre dietro di te. Piego le labbra in una smorfia di dolore.
Okaasan mi attira a s; con un braccio mi avvolge, con laltra mano mi accarezza senza sosta i capelli.
Mi bacia la fronte, la sommit della testa, poi una guancia, poi laltra e poi... pi niente. Pi niente.
Mia madre allenta il suo abbraccio e si appoggia allo schienale. Non mi guarda pi. Si limita a fissare
davanti a s con gli occhi lucidi di lacrime, ma spenti. Poi si alza in piedi e tira un sospiro lungo e
faticoso. Il giorno  iniziato, Naoko. Luccellino  nelle tue mani.
10
America, oggi
Indugiando davanti alla stanza dospedale, fissavo la lettera di mio padre: i caratteri kanji, la "J"
sbavata di "Japan" e i bordi spiegazzati della busta. Pensai di aprirla, ma prima mi soffermai a
ponderare le sue parole. Tua madre  stata lamore della mia vita, ma prima di quella vita, ne ho
vissuto unaltra.  questo che stavo cercando di dirti.
Quale altra vita, e quando aveva cercato di parlarmene? Durante il tragitto in auto verso lospedale?
Appena arrivati? Avevo ripercorso ogni passo del nostro viaggio fin qui e mi ero ripetuta nella mente
ogni parola e ogni episodio da quando mio padre era stato ricoverato. Sarebbe pi semplice se leggessi
la mia lettera. Ho bisogno che tu lo faccia adesso, okay, Tori?  arrivato il momento.
Era arrivato il momento. Stava morendo. Le lacrime presero a scorrere sulle mie guance davanti a
quella verit. Non potevo pi ignorarla n desiderare che non fosse cos. Non potevo mettere a posto le
cose. Non cera nientaltro da fare. Mi riscossi e feci un respiro lento e profondo, poi avvicinai la busta
per alzarne il lembo, ma era ancora sigillata. Pap non lha mai aperta? Aveva espresso il desiderio
che io la leggessi, ma perch lui non laveva fatto? Studiai i segni circolari, i simboli stilizzati sbiaditi
allinterno, lo strano assortimento di lettere inglesi stampigliate in alto, lindirizzo del mittente accanto.
E poi eccolo, lindizio pi interessante, un dettaglio che mi balz subito agli occhi. Lindicazione della
casella postale di mio padre. Era sempre stata l, dunque. Dun tratto capii perch la lettera non era
stata aperta. La lettera non era indirizzata a mio padre. Era stata scritta da lui e poi rispedita al mittente.
Ma chi era Hajime? Pap? Mi tamponai le guance e rientrai nella sua camera. Lui sbatt gli occhi
sonnolenti. Pap, hai scritto tu questa lettera? La sollevai in modo che potesse vedere bene
lindirizzo. C lindicazione della tua casella postale, ma questo non sei tu. Indicai quello strano
nome che cera scritto sopra. Non capisco. Pap osserv la busta, poi me, infine distolse lo sguardo.
Hai... Il suo respiro era ostacolato da un grumo di catarro persistente. Con un colpo di tosse forzato
cerc di liberarsi la gola. Volevo... Fece un altro tentativo, poi alz un dito scarno, ma dovette
soccombere a un violento accesso che lo lasci spossato. La crisi non si placava. Devo chiamare
qualcuno? Gli posai una mano sulla schiena, come se potesse calmare lattacco, fermare il cancro e
riportare tutto alla normalit. Feci correre rapidamente lo sguardo sul letto e sul tavolino alla ricerca di
un asciugamano o una salvietta, arraffai la scatola dei fazzoletti facendola cadere sul pavimento, poi ne
tirai fuori una manciata e glieli passai. Lui vi toss dentro ansimando. Li inzupp di sangue. Oh! Ebbi
un attimo di mancamento, ma reagii subito e cercai tra le lenzuola stropicciate il filo del campanello per
le chiamate urgenti, lo trovai e premetti il pulsante. Resisti, pap. Stanno arrivando. Altri colpi di
tosse. Altro sangue. Presa dal panico, corsi alla porta. Aiuto! Mio padre stava morendo. E come ogni
altra cosa nella sua vita, aveva scelto di farlo a modo suo. Sedato, passava da un periodo di incoscienza
allaltro. Io stavo seduta accanto a lui e lo ascoltavo respirare. Mi sembrava un bel suono, anche se non
lo era affatto. Un belluomo ma con una malattia cos devastante. Mio padre aveva detto che era questo
che la gente avrebbe visto al funerale. Quella volta lo avevo contraddetto, gli avevo riferito quello che
vedevo io. Un uomo che aveva amato sua moglie e che era vissuto per la sua famiglia, ma in quel
momento vedevo la malattia esattamente nello stesso modo. Un serpente mostruoso con i denti aguzzi
iniettati di morfina che si conficcavano nel braccio. E cos come il serpente mangia la propria coda, era
iniziato il ciclo fatale che lo avrebbe divorato del tutto. Pap si svegli con un sussulto e studi la
stanza, come per orientarsi. Mi avvicinai e appoggiai la testa accanto alla sua. Sbatt piano le palpebre
pesanti. Io sbattei le mie, umide di pianto. Stai bene? Un cenno per dire s. Poi un sopracciglio alzato
per rivolgermi la stessa domanda. Io sto bene, pap. Sorrisi attraverso le lacrime. Star bene. Ci
guardavamo. Era la conversazione della nostra vita. La nostra ultima conversazione. Mentre dormiva,
mio padre scivol nel coma e a quel punto inizi ad avere difficolt respiratorie. Come aveva chiesto,
non ci sarebbero state macchine per tenerlo in vita. E presto... non ci sarebbe stata vita. Non lasciai pi
il suo capezzale. Gli dissi che lo amavo. Gli tenni la mano. Dopo qualche ora si lasci andare. La notte
divenne un avvicendarsi confuso di medici, infermieri, adempimenti burocratici e condoglianze di rito.
Un minuto prima ero seduta accanto a mio padre e quello dopo lui non cera pi. Non ricordavo il
tragitto in auto per tornare in albergo, eppure ora ero l, sola, nel buio. Sola al mondo. Prima il pensiero
della lettera di mio padre mi spaventava. Non riuscivo a capire che cosa potesse significare, ma ad
appena poche ore di distanza dalla sua morte desideravo trovarvi un significato, un significato
qualsiasi, perch era tutto ci che mi era rimasto. Okay, pap... Quelle parole mi suscitarono lacrime
istantanee. Okay, ecco... Aprii gli occhi e, con le mani che tremavano, sollevai il lembo della busta.
Allinterno cera un unico foglio piegato, e nella piega, un filo rosso. Un filo? Osservai il foglio e la
familiare grafia nervosa di mio padre, feci scorrere delicatamente la mano sullinchiostro, poi lessi il
testo. Mia carissima Cricket, spero che, in qualche modo, questa lettera giunga fino a te e ti trovi in
salute e circondata dalle persone che ami. Mi auguro che la tua famiglia comprenda anche un
componente legato intimamente a me. Ti prego, senza alcuna pretesa da parte mia, di farmi sapere se
nostra figlia sta bene e, se te la senti, di al nostro Uccellino che  sempre stata nel mio cuore. Anche
ora. Sono vecchio ormai, Cricket. Sono arrivato allepilogo, al momento in cui bisogna fare i conti con
il dolore. Voglio che tu sappia che non ho mai avuto rimpianti per averti amato. Ma per averti perduto?
Per il come e il perch? Oh, quelli s. Tanti, tanti. Il tuo Hajime Figlia. Parlava di figlia. Avevo il cuore
in gola. Ti prego di farmi sapere se nostra figlia sta bene. Avevo la vista offuscata a causa delle
lacrime che sgorgavano copiose. Sbattei le palpebre per scacciarle e mi avvicinai la lettera agli occhi
per controllare se per caso avevo letto male. No. Mi portai una mano sulla fronte e ve la lasciai mentre
rileggevo la lettera da cima a fondo. Non capivo. Era questo che voleva dirmi? Come? Dov lei?
Fissai le parole di mio padre, poi elaborai le mie. Quindi hai unaltra... Un singulto mi imped di
pronunciare quella parola. Il cuore martellava contro le costole mentre mi sforzavo di tirarla fuori.
Figlia? Non capivo. Pap? La voce si spezz. Le parole, mescolate alle lacrime, spargevano sale
su una ferita appena aperta. Mi guardai intorno alla ricerca di risposte. Ma mio padre non era pi l per
darmele.
11
Giappone, 1957
Sono al tavolo della colazione con la mia famiglia in un giorno come tutti gli altri; in realt, dopo la
conversazione con Okaasan in giardino,  un giorno come nessun altro. Sono ossessionata dalle parole
di mia nonna: La preoccupazione copre una cosa piccola di ombre grandi. Ma uneventuale
gravidanza non  affatto una cosa piccola, e lombra che getta non  soltanto grande,  di quelle che
cambiano la vita. Masticando a lungo ogni boccone di riso, osservo mia madre con stupore. Forse lho
incoraggiata a dire la sua, proprio come Hajime ha fatto con me, ma  lei la vera incoraggiatrice.
Quando ha tentato di persuadere pap e lui lha zittita, ha usato la sua esperienza pratica per metterlo
nel sacco. Non  solo intelligente, ha coraggio. Li scruto oltre il bordo della ciotola, affidando ogni
dettaglio alla memoria. Mio padre: capelli grigi con riflessi argento sulle tempie, sopracciglia folte
divise da rughe decise e profonde. Taro: sguardo pieno di determinazione, spalle ampie e alte. La
nonna: sorriso saputo e spirito intrigante. Kenji: guanciotte simili a quelle di Buddha ed energia
inesauribile. Okaasan... Cosa stai dicendo, Naoko? chiede mia nonna. Mmh? Mi allunga la tazza,
invitandomi a versarle il t. Non ho parlato, Obaachan. Bevendo un sorso, fa schioccare la lingua ed
emette un suono di disapprovazione. Un uomo silenzioso merita di essere ascoltato. Io rimango in
silenzio. Lei si asciuga la bocca. Ricordo che quando Okaasan si preparava per il matrimonio, era
diventata silenziosa anche lei. Linizio di una nuova vita  un misto di felicit e tristezza, ma
incontrarsi  sempre linizio di una separazione. Tu diventerai una nuova figlia per la famiglia di
Satoshi, e quando si sposer Taro, noi, a nostra volta, avremo una nuova figlia. Gli occhi della nonna
si posano su mio fratello. Insiste perch si sistemi al pi presto. Prima bisogna farsi una fortuna,
Obaachan, poi cercare moglie. Taro sposta lo sguardo da nonna a pap, il quale concorda con un
cenno del capo. Ah... La nonna alza un dito nodoso e lo agita verso di lui. Fortuna e sfortuna sono
due secchi dello stesso pozzo. Taro deglutisce il suo boccone. Colui che ha fortuna porta a casa la
moglie. Ma non puoi aspettare di aver sete per scavare il pozzo replica imperterrita la nonna. Kenji
ride. Ridono tutti. Non c verso di battere Obaachan. Sento la gola stringersi nel tentativo di contenere
la tristezza. I miei occhi sono offuscati dalle lacrime non versate. Sono questi i momenti che mi
mancheranno di pi. Sorrido. La mamma si rabbuia. S, e perderete entrambi la scuola se non vi
sbrigate. Raccoglie le tazze e si avvia verso il lavello, voltandosi per nascondere il viso. Andate o
farete tardi. Kenji scatta in piedi per mettersi le scarpe e sbatte contro il tavolo facendo tintinnare i
piatti. Taro e pap pianificano la giornata. La nonna mi fissa. Io esito. Sto per dirle addio? I miei occhi
si concentrano su mio padre. Lui alza lo sguardo. Ma mi manca laria, perci mi mancano anche le
parole. Alza il mento, ma prima che lui parli, io mi inchino  un inchino profondo che esprime rispetto.
Come per scusarmi. Casomai... Naoko, sbrigati! Itte kimasu urla Kenji annunciando che  pronto,
ma sparisce senza nemmeno aspettare la mia risposta. Mentre mi cambio le scarpe, la nonna si avvicina
strascicando i piedi e si ferma davanti a me. Mi alzo, ma non riesco a incrociare il suo sguardo. Invece
mi concentro sul suo girovita abbondante e sulla pelle raggrinzita delle mani, decorata dalle
macchioline rosso bruno della vecchiaia. Naoko, guardami. Mi solleva il mento e mi guarda dritto
negli occhi. Ma non mi dispensa parole sagge. Si limita ad annuire e a sbattere le palpebre, poi si
allontana lentamente. Le volpi le hanno riferito tutto. Rimango sola. Non sono pronta per andarmene.
Cerco mia madre con lo sguardo. Okaasan... La voce si spezza, incapace di pronunciare la parola.
Oh,  tardissimo, Naoko. Va! Va! Agita la mano in aria alle sue spalle, ma non si volta. Cos,
tirando un profondo sospiro, sono io a voltarmi. Fuori il sole  gi alto. Socchiudendo gli occhi contro
la luce abbagliante, scorgo Kiko che inanella una serie di cerchi impazienti ai piedi della nostra
collinetta. So che mi ha tradito, quindi perch mi aspetta? Mi dirigo decisa verso di lei con i pugni
serrati. Naoko! Mia madre esce di corsa dalla porta principale agitando un cestino del pranzo sopra
la testa. Potresti aver fame, pi tardi. Il suo petto si alza e si abbassa per la breve corsa. Aggrotta le
sopracciglia come per ricacciare indietro lemozione. Mi tremano le labbra, ma che cosa posso dire?
Dun tratto mi attira a s e altrettanto rapidamente mi lascia andare. Poi, con passetti veloci, ripercorre
la strada da cui  venuta. E cos sono sciolta da ogni vincolo. Libera. Libera di mettere alla prova le mie
ali e scegliere il mio destino. Mi fanno male i piedi, ma Kiko mi urla di affrettarmi. Tiene un piede sul
pedale e laltro posato a terra, pronta a darsi una spinta e scattare via. Vorrei che lo facesse. Respiro
affannosamente dilatando le narici. Procedo a grandi passi con il cuore pesante e la lingua pronta a
vomitare parole. Non aveva alcun diritto di rivelare il mio segreto a Okaasan! Invece di riversarle
addosso accuse e domande, stringo la mascella e le passo davanti lasciando lei e la mia bicicletta alle
mie spalle. Lei mi insegue, ma io abbandono la strada sterrata e proseguo affondando i piedi nellerba
alta e umida che stilla grosse perle di rugiada. Naoko. Sbircio dietro di me, ma non mi fermo. Dove
stai andando? Kiko abbandona la bici, che cade adagiandosi sul fianco. La ruota anteriore gira a
vuoto, sospesa, senza andare da nessuna parte. Aspetta! Vattene, Kiko! Affretto il passo e mi
dirigo verso gli alberi. Ieri il suo atteggiamento contraddittorio  prima caldo e poi freddo  mi aveva
confuso. Oggi mi irrita. Crede davvero che io non sappia quello che ha fatto? Devio dal sentiero e mi
addentro nella fitta boscaglia. La vegetazione mi pizzica i polpacci, i ramoscelli sporgenti mi graffiano
le ginocchia nude. Lei continua a seguirmi. Mi fermo e mi volto. Come hai potuto farmi questo? Dire
tutto a Okaasan? Le sue labbra si aprono ma non danno spiegazioni, cos proseguo per la mia strada
senza averne nessuna. Pi avanti gli alberi si aprono verso il cielo, e sotto una cupola azzurra vedo
quello che rimane di un albero di canfora un tempo gigantesco. Accanto al ceppo, la mia valigia. Corro,
la raccolgo e mi siedo sul tronco. Kiko spalanca gli occhi davanti a quella scena. La frangia pesante le
copre le sopracciglia esageratamente alzate. Si precipita verso di me urlando: Ma come? Te ne vai?
Gli uccellini sbattono le ali, alcuni prendono il volo. Come puoi pensare di fare una cosa simile?
Che alternativa ho? Le ricordo le nostre frequenti visite allAlbero dei Desideri del tempio, dove i
sacerdoti rivolgono una preghiera quotidiana per i desideri esauditi liberati dal vento. Non ho forse
legato i nastri bianchi delle mie richieste a ogni tralcio, Kiko? Cos tanti che i rami si piegavano sotto il
loro peso? Ogni settimana chiedevo sempre le stesse tre cose: il vero amore, una famiglia tutta mia e
una casa per proteggerci. I miei desideri non hanno preso il volo? Non sono esauditi? Kiko assume
unespressione accigliata, poi, usando le parole come unaccetta, recide con un colpo netto tutti i miei
desideri, uno dopo laltro. Tu sei accecata dallamore e non riesci a vedere la verit, Naoko. Zac. Il
tuo bambino sar di sangue misto e perci verr considerato una benedizione mista. Zac. Zac. E la
tua casa  con gli Eta, nella vecchia comunit Burakumin, e la cosa, invece di proteggere la tua
famiglia, non fa che aumentare la tua vergogna. Zac. Zac. Zac.
Lultimo colpo abbatte lintero albero. Poi Kiko si volta e mi lascia seduta sul ceppo, sola con la mia
decisione. Okaasan mi ha detto di tornare a casa dopo la scuola se dovessi scegliere Satoshi. Quindi
tanto vale non andarci affatto. Meglio usare questo tempo per soppesare il mio desiderio. Invece di
rimanere nel bosco, mi ritrovo nella piccola casa che Hajime ha preso in affitto. Quella con il parapetto
del portico scheggiato e la staccionata crepata dal sole e bisognosa di essere sistemata. Mi siedo sul
gradino sferrando calci contro il legno logoro, ascoltando i campanellini del furin che vibrano nella
brezza. Le nuvole inquiete giocano nel cielo del primo pomeriggio. Fluttuano alte, disponendosi in file
scure in costante trasformazione. Una ha la sagoma di uno sgombro che si muove rapidamente, unaltra
quella di un enorme granchio. Ora le nuvole a forma di animale si fondono insieme in una grande vela
sospinta dal vento prevalente che stabilisce la direzione.  la prospettiva di una nuova vita a governare
la mia. Probabilmente sono incinta. Ho avuto dei disturbi e ho il ciclo in ritardo, ma ho attribuito il mio
malessere a un nervosismo diffuso. Ora non pi. Andare a est o a ovest dipende dal proprio cuore o dai
propri piedi. I miei piedi mi porterebbero a casa. Ma il mio cuore? Lasciare Hajime e abortire?  un
pensiero insopportabile. Con i gomiti sulle ginocchia, appoggio il mento tra le mani e mi guardo
intorno. Il piccolo borgo ferve di attivit. C un ritmo in quel rumore. Il battere intermittente dei
martelli che arriva da un gruppo di operai impegnati a restaurare un edificio malridotto nella fila vicina,
le chiacchiere delle donne che raccolgono i panni stesi e le note di Kagome Kagome suonate dai
giovani. Li osservo mentre rifletto sugli avvertimenti di Taro e Kiko e sullesortazione a scegliere da
parte di Okaasan. Kiko mi ha fatto notare che vivendo qui aumenterei lonta della mia famiglia, ma mia
madre ha detto che, se scelgo Hajime e il suo bambino, non potrei mai tornare da loro, perci quale
oltraggio dovrebbero affrontare? Qualche sommesso pettegolezzo sulla mia sparizione? Okaasan
costretta a mentire sulla mia nuova sistemazione? Ma non subirebbero il pubblico scherno, visto che
non tornerei mai pi al mio nucleo famigliare dorigine. Mai pi.
Sarebbe pi facile per tutti se potessi andare in America, ma Hajime non dispone ancora del permesso
di matrimonio, perci questa non  una strada praticabile. Il mio cuore sprofonda. E se sono incinta
come sospetto... I miei figli pagheranno per la mia scelta egoistica? Tutti subiscono lo stigma e la
brutta nomea di questo villaggio. Gli Eta o Burakumin hanno la fama di essere deviati reietti, indegni di
contrarre matrimonio o di trovare un lavoro regolare. Secondo le dicerie peggiori, queste persone sono
hinin, non-umani cui manca una costola e che hanno ghiandole sudoripare difettose, e questo spiega il
motivo per cui la sporcizia non si attacca mai alla loro pianta dei piedi. Un bambinetto sudicio mi fa un
cenno di saluto dalla casa vicina. Sua madre va a raccogliere il bucato steso sul filo ad asciugare. 
magra, con i capelli corti e mossi trattenuti dalle forcine, e si sposta con movimenti rapidi e fluidi. Il
bambino non deve avere pi di quattro anni e indossa vestiti troppo abbondanti. Mi sorride e accenna
un altro saluto, poi, un po esitante, si avvicina. Ciao, piccolo boku-chan dico quasi a me stessa, e gli
restituisco il sorriso. I suoi occhietti sono brillanti di curiosit. Mi indica, poi si passa il dorso della
mano sulla guancia sporcandosi ancora di pi. Tatsu! Tatsu! lo chiama sua madre, che tiene la cesta
del bucato appoggiata sul fianco. Tatsu, non disturbare la signora. Vieni. Tende la mano per
riportarlo accanto a s. Quando il piccolo si volta per correrle incontro, sbircio i suoi piedini nudi. Sono
luridi. Visto? Solo dicerie. Il rombo di un tuono mi fa sobbalzare. Poich minaccia pioggia, recupero la
mia valigia e la trascino fino alla porta, ma questa  bloccata dalle assi di legno deformate dallumidit.
Sollevandola un poco e spingendo a fondo riesco ad aprirla. Dei batuffoli di polvere stantia danzano
nellaria che ho mosso con il mio ingresso. Tossisco, poi mi guardo intorno. La camera pi grande,
dotata di un vecchio futon, ha le dimensioni del ripostiglio di casa mia. Il piccolo bagno  in fondo.
Sbircio dentro e impallidisco.  una toilette di porcellana alla turca. Mi si rivolta lo stomaco e mi sento
soffocare dalla nausea per il puzzo. Un paravento semitrasparente di carta di riso fatta a mano divide
questo ambiente dalla cucina. Appoggiata alla parete sul retro c una bacinella che fa da lavandino. 
tutto piccolo, sporco, fatiscente. Resto immobile in mezzo alla stanza con la mia valigia. Che cosa
accadr a casa se scelgo di restare qui? Che cosa dir mio padre a Okaasan quando scoprir che non
sono tornata? E Kenji? La mia mente salta da un pensiero allaltro come una cavalletta che evita le
pozzanghere. Sento un bruciore accendersi nella mia pancia e salire a spirale fino alla gola. Gli occhi
mi pizzicano per la tensione. Niente lacrime, Naoko. Le ingoio.  inutile piangere sul latte versato.
Studio il cielo che si va scolorendo, per calcolare il tempo che mi resta prima del momento in cui dovr
prendere la mia decisione. Poche ore al massimo. Devo scegliere. Con un sospiro, deposito la mia
valigia ancora chiusa sul bordo del futon. I gancetti scattano con un semplice clic e, con una cautela
esagerata, sollevo il coperchio per vedere che cosa ci ha messo dentro Okaasan. Rovistando tra gli
indumenti trovo gonne e magliette pratiche, semplici kimono, biancheria intima per la notte e perfino le
mie scendiletto. Me le infilo e muovo le dita, contenta di stare comoda. Ficco la mano nella tasca
grande per cercare i calzini tabi e... aspetta. Carta? Rovescio la tasca di tessuto, guardo allinterno e
scopro della carta dai bordi setosi, una barretta di inchiostro sumi, una pietra e due dei miei pennelli da
calligrafia! Un altro lusso che mi offre casa mia. Okaasan ha pensato proprio a tutto. Gi immagino
come li utilizzer per passare il tempo. Mi poso le mani sul ventre e rifletto sulla probabile vita che
porto dentro di me. Un dono? S, un rotolo di pergamena per Hajime che annuncia larrivo di suo figlio.
Maschio o femmina?
Un vecchio metodo per conoscere il sesso del nascituro  di cui le levatrici assicurano il 98 per cento
di attendibilit  consiste nel sommare il mese lunare di nascita della madre e quello del padre alla data
di concepimento, poi dividere per 3. Se il risultato non d resto o  pari a 2, allora sar una femmina. Se
 1, sar un maschio. Faccio il conto con le date, poi ricalcolo per avere la certezza, e sorrido. Se
davvero sono incinta, avr una bambina. In attesa che smetta di piovere, mi metto al lavoro per
preparare il mio annuncio. Se rimango, servir come dono di nozze. Se decido di andarmene, servir
alla mia coscienza, segnalando per sempre la possibilit della presenza di questo esserino nel mondo.
Alcuni goccioloni tondi cominciano a schizzare sul portico. Prima rari puntini distanziati, poi sempre
pi fitti, finch nessun tratto rimane asciutto. Il cielo lascia intravedere un ampio squarcio di luce, poi si
incupisce rannuvolandosi di nuovo. Mi concentro sulle linee armoniose del Shodou, larte della
calligrafia, sforzandomi di ignorare le scariche saettanti che lacerano il cielo. Disegno il messaggio
nella mente  il tempo, il dono, una bambina  e cerco di trasferire il mio spirito in ogni tratto di
pennello, in modo che le parole contengano la vita. Il cielo squassato dal tuono mi fa sobbalzare
portando linchiostro nella direzione sbagliata e cambiando il significato che intendevo trasmettere. Il
pennello scivola e la linea netta della luna diventa la coda prolungata di un drago nel vento. Resto a
fissarlo come se lui mi guardasse a sua volta. La storia del drago raccontata da mia nonna riaffiora dalla
memoria sussurrandomi nelle orecchie. Cera una volta un uomo che amava i draghi. Conservava
dipinti e statue a tema e poteva chiacchierare per ore e ore di questi maestosi bestioni con chiunque si
desse la pena di ascoltare. Un giorno un drago sent parlare di questuomo e di quanto apprezzasse i
suoi simili. Pensando che conoscere un vero drago lo avrebbe sicuramente reso felice, cavalc un forte
vento e fece una deviazione per fargli visita nella caverna dove abitava. Quando arriv, il drago trov
luomo addormentato. Costui, svegliandosi e vedendo la bestia gigantesca accoccolata al suo fianco
con i denti scintillanti e le scaglie verdi che riflettevano la luce della luna, ne fu terrorizzato. Prima che
il drago avesse il tempo di presentarsi, luomo afferr la spada e si scagli contro lanimale, che arretr
e fugg dileguandosi. Qualche volta, quando mia nonna raccontava questa storia, diceva che il drago
rappresentava la nostra tendenza ad amare lidea di una cosa pi della cosa stessa. Altre volte diceva
che il drago  la nostra vera identit, una verit che dobbiamo accettare e affrontare. Io sono qui con il
mio.  accovacciato ai miei piedi. Scambiamo una silenziosa conversazione e ne sono consapevole. 
lui che getta la mia grande ombra mostruosa. Quella che temevo. Quella che cercavo. Quella che fisso
anche in questo istante. Affiorano le lacrime e mi fa male la gola per il tentativo di contenere tutto ci
che, in fondo, ho sempre saputo. Hajime tiene in pugno il mio cuore e io posso tenere il suo bambino,
perci non c mai stato bisogno di scegliere. Solo accettare. Perch ogni mio desiderio  stato
esaudito: un vero amore, una famiglia tutta mia e una casa per proteggerci. Ma proprio come capita
alluomo che amava i draghi, quando mi trovo ad affrontare la realt, sono terrorizzata.
12
America, oggi
Le villette del centro per anziani in cui alloggiava mio padre erano pittoresche, con i muri in mattoni a
vista e porte ad arco. Avrei sentito la mancanza di quellambiente, perfino dei vicini di casa, ma
soprattutto di mio padre. Il pomeriggio del suo funerale, amici e conoscenti si tenevano per mano nel
suo giardino, mentre il pastore che aveva gi celebrato le esequie di mia madre recitava Longfellow
come estremo saluto per pap. Navi che passano nella notte e passando si parlano;
Soltanto un segnale, e una voce distante nelloscurit;
Cos nelloceano della vita noi passiamo e ci parliam lun laltro,
Solo uno sguardo e una voce; poi di nuovo loscurit, e il silenzio.
Un amen condiviso, poi lasciammo andare le mani congedandoci anche dal ricordo di mio padre.
Quandera in ospedale, pap citava spesso limmagine delle due navi per alludere al suo importante,
seppur fugace, primo amore. Ma io pensavo che fosse la mamma  lamore della sua vita  la donna
innamorata che lo aspettava al porto celeste per accogliere il suo ritorno a casa. Buon vento e mare
calmo, pap! sussurrai il congedo tipico dei marinai con gli occhi umidi. E proprio in quellistante la
brezza si alz allimprovviso e si mosse intorno a me. Esitai un momento, poi mi asciugai le guance e
rientrai in casa, dove ci aspettavano cibo, bevande e conforto. Una cerimonia semplice, come
desiderava lui. Niente smancerie, nessuna ostentazione, solo qualche parola sincera in chiesa e pi di
qualche brindisi a casa sua dopo. Scolai il mio bicchiere, alcuni ospiti rimasero finch non fu svuotata
la bottiglia e poi ecco fatto, tutto finito. Mi trattenni un po nella casa vuota, seduta sul patio e, per la
prima volta in vita mia, mi sentii sola al mondo. Per quanto, secondo quella lettera, mio padre aveva
unaltra figlia, perci forse non lo ero. Tirai un gran sospiro, bevvi un sorso di brandy  avevo trovato
una bottiglia nascosta nella dispensa di pap  poi alzai gli occhi verso il cielo della sera. Il prato
davanti a casa non era particolarmente curato, ma era uno di quei posti dove potevi tirare su le gambe e,
in una notte limpida, stare a guardare le stelle. LOrsa Maggiore era sempre la pi facile da trovare. E
alla sua sinistra, cera la stella polare. Mentre a nord il cielo si muoveva, lei restava fissa in posizione,
come ancorata. Se il cielo era un oceano di stelle, mi immaginavo pap che lo solcava, impegnandosi
per oltrepassare lo spartiacque continentale. Sorrisi a quellimmagine, presa dal racconto del suo primo
viaggio nel Pacifico ai tempi in cui era arruolato in Marina. Diceva che avevano seguito la stella polare
sulla cresta di unonda gigantesca. E che quellonda lunga e profonda procedeva cos velocemente che
li aveva fatti sbattere contro le massicce barriere che separavano lest dallovest. Si alzavano dal cuore
del mare e si estendevano fino al cielo soleva dire. E con la nave immobilizzata contro di esse, la
corte di Re Nettuno mise alla prova il nostro valore per giorni. Aveva un ricchissimo bagaglio di
storie da raccontare. Pur avendo sempre contestato i fatti alla base delle sue storielle fantasiose, quella,
appresi poi, aveva un fondamento di verit. Lo spartiacque che separa lest dallovest era la Linea
internazionale del cambio di data. Le prove di coraggio di cui parlava erano i rituali di iniziazione della
Marina. E la corte ufficiale di Nettuno era costituita dai marinai che avevano superato quella linea in
passato. Era un equipaggio fatto di ragazzi, e mio padre, diciassettenne, era il pi giovane di tutti.
Diciassette. Si era arruolato cos presto e aveva avuto una figlia? E non laveva mai detto a nessuno?
Non rientrava nel suo carattere. Mio padre era un uomo solido e inamovibile come la stella polare. Non
cerano variabili. Eppure la sua lettera metteva in discussione tutto ci che sapevo di lui. Quel pensiero
mi opprimeva il petto, aumentando via via la pressione sino a farmi esplodere in un pianto dirotto pieno
di frustrazione. Forse era quello il motivo per cui avevo dato incarico a unagenzia immobiliare di
sgombrare la casa di mio padre. Non volevo scoprire altro. Non volevo che cambiasse tutto. In teoria
quella era la soluzione perfetta per gestire al meglio un compito difficile ed emotivamente stressante.
Avrebbero messo allasta tutto ci che aveva un valore economico e dato in beneficenza ci che ne era
privo, e io avrei portato via solo gli oggetti cui tenevo di pi. Con i gomiti appoggiati sul tavolo,
osservai il posacenere di acciaio inossidabile che ricordava i venticinque anni di carriera di mio padre.
Quella, ad esempio, era una cosa da conservare. Si era riempito della pioggia del tardo pomeriggio,
lasciando i mozziconi di sigaretta a fluttuare nellacqua torbida. Dopo averlo svuotato nel bidone della
spazzatura in cortile, lo pulii con uno strofinaccio facendo venire alla luce la scritta incisa sul fondo,
poi lo sollevai allaltezza degli occhi e rimasi stupita. Venticinque anni erano un lasso di tempo molto
lungo da passare in una fabbrica, e anche se quel segno di apprezzamento non valeva granch, la vita
intera di duro lavoro che simboleggiava valeva eccome. A meno che mio padre non pensasse che i suoi
anni fossero stati sprecati. Mi torn in mente lennesimo resoconto della sua "lotta per lindipendenza"
quando eravamo arrivati in ospedale. E se seguire le orme di mio nonno e di mio padre lavorando in
fabbrica poteva essere una buona vita, per me non era abbastanza. Non era abbastanza, eppure era
andata cos, dopotutto. Era stato felice, per. O no? Mi sentii stringere la gola. Forse era quello che
stava cercando di dirmi. Che non era soddisfatto della piega che aveva preso la sua vita e rimpiangeva
ci cui aveva dovuto rinunciare. Dun tratto il posacenere assunse un altro significato: un simbolo di
tutto ci che aveva perduto. Unaltra figlia e una vita diversa. Cosa non andava in questa? La rabbia
affond le dita dei piedi nelle acque del dolore e le agit. Colsi il riflesso della mia espressione
angosciata sulla superficie metallica del posacenere, poi lo rimisi sul tavolo e guardai altrove, ma le
increspature di quella pozza di dolore si propagavano ovunque. Cosaltro avevo frainteso, e come avrei
dovuto comportarmi, data questa nuova consapevolezza? Ero io, non mio padre, a essere intrappolata e
messa alla prova dello spartiacque. Guardai la sedia di ferro battuto vuota con la vernice rossa ormai
rovinata, poi mandai gi lultimo sorso di brandy che mi bruci la gola e mi alzai in piedi. Unaltra
figlia. Ingannavo me stessa se pensavo di poter lasciar perdere. Non potevo ignorare quello che avevo
scoperto, perci lunico modo per andare avanti era ripercorrere il passato di mio padre. Lindomani
mattina avrei chiamato lagenzia immobiliare per revocare lincarico, avrei imballato le sue cose e, cos
facendo, avrei cercato di disimballare la sua seconda vita.
13
Giappone, 1957
Quella notte non dormii bene. Mi rigirai in continuazione sul futon ammuffito mentre i miei pensieri
combattevano i demoni Baku che divorano i sogni. Kiko aveva detto a Taro quello che aveva scoperto?
Mio padre sarebbe venuto a prendermi per riportarmi a casa? Che cosa sarebbe successo se Hajime
avesse ignorato il biglietto che avevo lasciato alla guardia e non fosse tornato? Di fronte a quel
pensiero assurdo spalanco di colpo gli occhi. La prima luce del mattino li ferisce. Sbattendo le palpebre
per mettere a fuoco ci che mi circonda, riconosco lentamente il nuovo ambiente in cui mi trovo.
Lacqua macchia il paravento di carta di riso della cucina e sgocciola sulle assi sconnesse del
pavimento. Unerbaccia invasiva si insinua tra le fessure. Sono presa dallo scoramento. Mi ero quasi
convinta che lo stato decadente della casa fosse frutto della mia immaginazione. Invece  peggio,
perch  ancora pi brutta di quanto ricordassi. Ha bisogno di una risistemata generale. La porta
sbilenca della casupola gratta contro il pavimento. Si muove di un centimetro e poi si blocca. Delle dita
nervose spuntano dallo spiraglio e cercano di fare presa. Sobbalzo spaventata, pronta a fuggire. Ma
dove? C soltanto una via duscita. Potrebbe essere chiunque. Un padrone di casa risentito, un vicino
un po bislacco o, peggio, mio padre. La porta si apre. Pantaloni beige, borsone verde. Capelli lisci.
Hajime! La mia anima fa un salto. I piedi fanno altrettanto. Il mio abbraccio lo lascia senza fiato.
Uoah! Ride, fa un passo indietro per riacquistare lequilibrio e lascia andare la borsa, che cade a terra
con un lieve tonfo. Mi bacia sui capelli e mi restituisce la stretta. Ciao. Mi abbandono al suo forte
abbraccio. Ciao. Non riesco a far uscire nientaltro dalla mia bocca. Solo felicit. Solo sollievo. Solo
lacrime. La notte  stata un lungo viaggio con un carico gravoso; ora Hajime  qui per aiutarmi a
portarne il peso. Fa un sorriso sghembo, poi mi solleva in punta di piedi per darmi un bacio. Non si 
rasato e sento le sue guance ispide sotto i polpastrelli. Rannicchiata contro di lui, mi lascio andare
reggendomi su un terreno stabile, per la prima volta da quando sono arrivata qui. Questo posto 
proprio bruttino, vero? Hajime indietreggia e si guarda intorno. Avevo intenzione di farlo ripulire
prima che tu... I suoi occhi si posano sulla mia valigia, poi sono attraversati da unombra.  confuso.
Cricket, che cosa sta succedendo? Ho chiesto a Okaasan di fare di tutto per persuadere mio padre, e
ci ha provato, ma lui... Ti ha cacciato? Mi fissa con gli occhi sbarrati. Oh no, no, ma...
Torcendomi le mani gli ripeto che ho implorato mia madre di aiutarmi. Lei mi ha ascoltato, ma mio
padre non ha ascoltato lei. Gli spiego che pap ha concordato il mio fidanzamento con Satoshi senza
consultarmi. Ma indovina cosa ha fatto Okaasan? Sorrido, illuminandomi di orgoglio. Senza dirgli
niente ha lasciato a me la scelta. Cos, eccomi qua. Ma tuo padre lo sa? Scuoto la testa. Hajime
ruota su se stesso. Dobbiamo andare a parlargli. Afferra la mia valigia e si dirige a grandi passi verso
la porta. Se non ti trova sar ancora peggio. Non mi accetter mai. Hajime, se torno a casa dovr
sposare Satoshi. Mi avvicino e stacco la valigia dalla sua presa. Io ho scelto te. Quindi indietro non
ci torno. Dischiude le labbra e deglutisce nervosamente. Ma che razza di scelta ? Non puoi
rinunciare alla tua famiglia. E tu non rinunci alla tua per stare qui con me? Poso la valigia ai miei
piedi e incrocio le braccia. Non  la stessa cosa. Mi mancheranno, certo, ma... Hai detto che a tua
madre si spezzerebbe il cuore se ti fermassi qui. E le partite di baseball del weekend e i pranzi in
famiglia della domenica? So bene a cosa rinuncerai, Hajime. Eppure scegli di stare con me, perci...
Alzo una spalla e gli rivolgo un sorriso incoraggiante. Anchio ho scelto te, va bene? No, non va
bene, Cricket. Non va bene per niente. Un piccolo passo indietro basta a creare distanza tra noi.
Aggrotta la fronte. Non puoi perdere la tua famiglia a causa mia. Non tornerai mai pi a casa? Non li
rivedrai pi? Nemmeno Kenji?  una pazzia. Si sfrega la mascella, poi scuote la testa. No, non se ne
parla. Non posso lasciarti fare una cosa simile. Non lo far.  troppo. No. No? La rabbia esplode da
una lingua troppo spesso trattenuta. La scelta  mia! Non di mio padre, n di Satoshi. E no, Hajime,
non  neppure tua. Quella dichiarazione veemente risuona forte nellaria e resta sospesa tra noi.
Hajime apre la bocca come se volesse ribattere, ma non dice nulla. Invece distoglie lo sguardo e
abbassa le spalle. Io raddrizzo le mie, pronta a sostenere quello che devo dire. Ma non capisci? Le
lacrime mi bruciano gli occhi. La mia scelta  questa. Okaasan ha rischiato tutto perch io potessi
farla. E io lho fatta. Perci ora tocca a te prendere una decisione... Sento il cuore pulsarmi nelle
orecchie. Se ancora vuoi sposarmi. Questo dipende da te. Solo da te. Ma Cricket, non  cos
semplice... S che lo .  semplice. A meno che... Ha cambiato idea. Forse vede il suo drago, e di
fronte a quello che ha chiesto, si accorge che  troppo. Avverto una stretta al cuore. Una bambina. Non
gli ho nemmeno confidato questa possibilit. Mi tremano le ginocchia, cos mi siedo sul bordo del
futon e mi concentro sulle mie mani aperte. Sulla decisione che contengono. Quella che ho gi preso.
Quella che lui potrebbe rifiutare. Hajime affonda le mani in tasca e prende a camminare su e gi
nervosamente. Un passo, poi un altro. Non doveva andare cos. Avremmo dovuto ottenere la loro
benedizione. Volevo che loro partecipassero. Programmare il matrimonio insieme, magari fare una
chiacchierata con i miei al telefono... Sospira e si passa una mano tra i capelli scompigliandoli, poi
indugia in quella posizione per qualche istante guardandosi intorno nella stanza coperta di polvere. Il
muro con le macchie di umidit. Il pavimento semiallagato. Sospira, si sente trasalire. Pensavo che
avrei avuto il tempo di sistemare questo posto. Mentre tu pensavi alla cerimonia io avrei preparato la
casa, ma... Non riesce a nascondere unimprecazione. Va bene. La gola chiusa mi blocca il respiro.
Capisco. Non vuoi pi sposarmi. Ci sono troppe complicazioni. Sento che qualcosa ha iniziato a
spegnersi, come se il mio spirito si affievolisse. No. No, non  questo che intendevo dire. Hajime si
siede accanto a me, in modo da potermi guardare negli occhi. Certo che voglio ancora sposarti. Mi
prende il viso con entrambe le mani, poi accosta la fronte alla mia. Pi di ogni altra cosa al mondo.
E allora? Che c che non va? sussurro. Solleva lo sguardo per incrociare il mio. Ricordi il
Community Day sulla nave di cui ti avevo parlato? Subito dopo dovremo partire per il pattugliamento
sullo Stretto. Hanno cambiato il programma. I suoi occhi si velano di rammarico. Non posso
restare. La notizia mi fa raddrizzare la schiena. Mi aspettavo che restasse qui per tutta la settimana.
Per quanto tempo starai via? Solo due settimane, ma... Tu starai qui. Non posso lasciarti in questo
posto da sola, non sposata.  mortificato. Si protende verso di me e io avvolgo le braccia intorno al
suo corpo. Il tenente di vascello non ti ha ancora firmato lautorizzazione al matrimonio? Io lho
fatto. Gli passo le dita tra i capelli. Hajime alza il capo e punta gli occhi su di me. Lo so, e lho fatta
autenticare. Sono andato due volte dal mio superiore per far tradurre il documento, ma lui continua a
tergiversare perch la Marina disapprova... be, lo sai. I suoi occhi azzurri sfuggono il mio sguardo.
Questo comunque non ha importanza, perch ci serve il consenso dei tuoi genitori finch non hai
diciotto anni. Li compir tra poco. La mia voce  stridula.  una situazione disastrosa. Sono stanco
di chiedere permessi a tutti per sentirmi rispondere di no. Prima il mio superiore, e adesso la tua
famiglia. Hajime esita, demoralizzato, ma poi i suoi occhi si illuminano. E se lo facessimo
comunque? Potremmo farlo oggi stesso. Fare cosa? Sposarci. Mi fa alzare, poi stringe le mie
mani sul suo petto. Potremmo celebrare il rito stasera e sistemare la questione dei documenti in un
secondo momento. Perch no? Cos qui tutti sapranno chi sei, che siamo sposati e che tu stai con me.
Abbasso lo sguardo sulle nostre mani intrecciate. Io ti amo, Cricket. Voglio trascorrere la mia vita con
te. Dimentica tutti gli altri. Siamo solo io e te. Tua madre  dalla nostra parte, perci dobbiamo lavorare
su tuo padre finch non vinceremo la sua resistenza. Non mi importa se ci vorr una vita, io ci riuscir.
Dimmi che lo vuoi anche tu. La mia testa gira vorticosamente intorno a dettagli futili. Ma lidea che
Hajime sia ancora determinato a cercare di addolcire mio padre mi scalda il cuore. Ma non ho
nemmeno un vestito. Quello che hai ora. Ma questo  il kimono che uso per dormire! esclamo
scoppiando a ridere, e lui ride con me. Allora mettine uno di quelli che hai in valigia. Uno qualsiasi.
Basta che mi dici di s. I suoi pensieri fervono di eccitazione. Possiamo organizzarlo qui. Mi far
aiutare da qualche amico. Ognuno potr portare un piatto e poi, non so, trover un pastore, un sacerdote
buddista, o quello che vuoi tu. Si porta i miei palmi alle labbra e li bacia. Cricket, non posso lasciarti
qui sola e non sposata. Voglio che tu diventi mia moglie. Questa  la mia scelta, giusto?  quello che
hai detto tu stessa. Sorride. Bene, io scelgo te, perci sposami stasera. Le lacrime mi offuscano la
vista creando un uragano di felicit. Va bene, s, s. S? Il sorriso di Hajime si allarga. E il suo
bacio mi ruba la risposta. In tarda mattinata Hajime esce per preparare la cerimonia di questa sera. Mi
ha lasciato con Maiko, la vicina che ieri ho visto ritirare il bucato. Si  scusata per non essere venuta a
salutarmi e ha ammesso che lavevo spaventata. Pensava che fossi unesattrice delle tasse venuta a
battere cassa. Siamo sedute sullo scalino di casa sua e ridiamo del suo fraintendimento mentre ci
dedichiamo alle decorazioni con altre due vicine: Nonna Fumiko, una donna anziana che abita due case
pi in l, e Ishuri, una giovane madre della fila accanto. Ishuri ha un bambino con le guance paffute e le
dita grassocce piene di fossette. La figlia di Maiko, Yoshiko, si sta occupando di lui e nel frattempo
tiene docchio il fratellino Tatsu, sempre sporco. Il bimbo corre senza sosta trascinandosi dietro
manciate di nastri mentre sua sorella lo insegue invano rimproverandolo. Seppur sfortunata, la gente
qui  felice. Allora, bambini in arrivo? chiede Ishuri inarcando le sopracciglia sottili. Ha la pelle
color ambra e butterata, ma il suo sorriso luminoso fa da compensazione. Non sapendo rispondere con
certezza, mi limito a fare un cenno con il capo mentre continuo a infilare il nastro verde chiaro
attraverso il gancio della lanterna di carta. Le appenderemo agli alberi. No. Dovresti aspettare prima
di avere figli. Nonna Fumiko mi d un colpetto sulla spalla e mi strizza locchio. Dovresti prima
divertirti un po a fare pratica.  una donnina fragile con lunghi capelli dargento raccolti sotto un
copricapo logoro ed  vivace come immagino fossero un tempo i suoi colori. La giovent sfiorisce
abbastanza in fretta. Guardami. Ride, sollevando le guance magre. Nonna Fumiko una volta era la
Principessa dei Fiori della festa di primavera aggiunge Maiko. Ora un po sfiorita, direi rincalza
lanziana signora, e scoppia in una risata che le fa sussultare la pancia. E per il vestito che si fa?
chiede Maiko mettendosi in grembo unaltra lanterna. Oh annaspo alla ricerca della risposta giusta.
Lo shiromuku di mia madre  bellissimo, ma... Mi stringo nelle spalle senza aggiungere altro.  una
storia troppo complicata per condividerla con delle persone che ho appena conosciuto. Allora puoi
mettere il mio uchikake dice Ishuri posandomi una mano sul braccio. Anche se  un kimono da
ricevimento, dovrebbe essere carino addosso a te. S, carino. Fin troppo vistoso, per commenta
Nonna Fumiko. Le tre donne continuano a discutere sui colori chiassosi e su come mitigarli. Sono
commossa dalla loro gentilezza, ma al tempo stesso rattristata. Non indosser labito di Okaasan e la
mia famiglia non sar presente alla cerimonia. Porter il vestito di unestranea e celebrer il mio
matrimonio senza di loro. Seduta sotto il susino, mi godo la sua ombra e la sua bellezza, ma sono
incapace di raccoglierne i frutti. Accovacciata su uno sgabellino nel bagno di Maiko, mi insapono, mi
lavo e mi sciacquo per poi immergermi nella tinozza di acqua profumata che mi ha preparato. In
Giappone prima ci si lava, poi si fa il bagno vero e proprio. Hajime non capisce che uno  per detergere
il corpo, mentre laltro serve a purificare la mente. Maiko e Ishuri mi sistemeranno i capelli e mi
aiuteranno a indossare il kimono di Ishuri.  carino, anche se i bordi sono un po sfilacciati e il colore 
sbiadito. I kimono da cerimonia, con il tessuto prezioso e i disegni ricamati, sono molto costosi, perci
la maggior parte delle famiglie  costretta a noleggiarli. Quello di Okaasan  di sua propriet.
Impegnativo per il suo valore sentimentale e il costo. Con gratitudine e umilt, ho accettato lofferta di
Ishuri, naturalmente. Sarebbe disdicevole indossare il kimono che porto tutti i giorni, anche se  in
condizioni di gran lunga migliori rispetto a questo preso in prestito. Daltronde, se non  quello di
Okaasan, uno vale laltro. Mi prometter a Hajime, mi affider interamente a lui e accetter a braccia
aperte questa vita nuova e diversa come loro hanno accettato me. Oggi quello che conta  il cuore, non
lapparenza. Maiko sta suggerendo quali fiori mettermi tra i capelli, ma si interrompe. Stai bene,
Naoko? S dico mentre sono immersa nella tinozza piena dacqua profumata di vaniglia e susina
speziata. Quelle essenze cos intense e gradevoli mi riempiono di gratitudine. Sono poca cosa, eppure
regalano moltissimo. Mi sento indegna di tanta dolcezza. Raccolgo lacqua calda con le mani a coppa e
poi allargo le dita, cercando di calmare il mio nervosismo con il suono del gocciolio.  il giorno delle
mie nozze. Un rituale di luce e di gioia ma, anche se sono serena, mi sento oppressa dalla mancanza di
qualcosa. Mi mancano i commenti incessanti di mia nonna mentre la mamma mi aiuta a prepararmi. Mi
mancano le rassicurazioni di Okaasan e la sua risata. Le prese in giro di Kenji. Locchio critico di Taro.
Perfino pap mi manca... Sospiro e mi lascio scivolare gi in modo che lacqua arrivi a sfiorarmi il
naso. Voglio troppo. Taro ha ragione. Sono egoista. Ma perch pap deve essere cos rigido? In fondo
so che  il suo orgoglio, non la sua natura, che esige cos tanto da me. Ma lui capisce che  la mia
natura, non il mio orgoglio, che sogna di avere cos tanto di pi? Naoko? La voce di Hajime riempie
di eccitazione il mio spirito e anche le donne ne sono contagiate. Gli urlano qualcosa in giapponese.
Fuori! Non  ancora pronta! Aspetta, Maiko dice Hajime Wazuka su fun. Ride perch le vicine
non lo ascoltano. Cricket? Mi alzo subito creando una piccola onda e mi avvolgo in un asciugamano.
Stando attenta a dove poso i piedi, mi avvicino alle loro ombre. Hajime? Di loro che devo parlarti
un momento. Da qui, okay? Assicuro a Maiko che  questione solo di un minuto. Le voci si abbassano
a un brontolio e le ombre si spostano. Tranne quella di Hajime, che si staglia alta e snella. Mi avvicino
un po e sussurro: Hajime. Il mio sorriso si spegne, sostituito dalla preoccupazione. Va tutto bene?
 successo qualcosa? Tutto alla perfezione. Anzi, ho una sorpresa per te. Un dono. Un dono? Mi
alzo subito in punta di piedi. La sua ombra si allontana finch  cos piccola che sparisce. Rimango
nella stanza e trattengo il fiato per ascoltare. Odo dei passi, poi altri, poi qualcuno che bisbiglia e la
porta che scorre di nuovo. Infine, silenzio. Se ne sono andate?
Devo uscire?
Appare unaltra ombra. Non altrettanto alta, non altrettanto stretta. La porta si apre. Oh! Okaasan!
Cominciano a sgorgare le lacrime e le mani si agitano. Mia madre mi attira a s, incurante del fatto
che sono bagnata. Mi culla, con il mento sulla mia spalla, le dita che mi stringono freneticamente
aggrappandosi alla schiena. Sento il cuore martellarmi nel petto. Le mie parole risultano inadeguate e
distanti come la terra e le nuvole. Come posso sperare di esprimere il sollievo, la gratitudine, il puro
piacere che trovo in quellabbraccio? Non posso. Dopo un istante, forse due o tre, Okaasan allenta la
stretta e si scosta. Si irrigidisce stringendo le labbra, ma gli occhi brillanti di lacrime sembrano chiedere
Stai bene? Sei felice? La mia risposta si riflette nei miei. Ora lo sono. Appagata, annuisce, poi mi passa
i pollici sotto gli occhi. Tira un sospiro di sollievo e ridendo osserva: Menomale che non ti hanno
ancora truccato. Ho il cuore in gola e non riesco a parlare. Deglutisco con forza per sbloccare le
parole, ancora incredula che mia madre sia qui. Non posso restare, Naoko. Tuo padre non sa che sono
venuta. Ma ho sentito il tuo desiderio nel vento. Mi appare come un sogno, e poi si presenta il tuo
Hajime e... Respirando attraverso il naso, raccoglie tutta la fermezza del suo proposito. Riconosco
dal profondo del mio animo che il tuo destino  sposarti... La spiegazione viene consumata da un
altro rapido respiro. Indica il tavolino vicino al lavello. Steso sul sacchetto di seta c il suo shiromuku.
Ora sono un fiume di lacrime. Non merito tanto amore. Non ci sono parole. Soltanto lacrime. La mia
gola si stringe per controllare i singhiozzi che salgono irrefrenabili. Mia madre sorride per nascondere
la sua emozione, poi si avvia alla porta. Sta per andarsene? Apre soltanto uno spiraglio e fa un cenno
con la mano. Maiko e Ishuri si precipitano nella stanza chiudendosi la porta alle spalle. Hajime, dopo
aver consegnato il suo dono perfetto,  sparito. Lo amo ancora di pi. Gli occhi delle mie nuove amiche
convergono immediatamente sullo shiromuku e io mi sento mancare per limbarazzo. Labito di Ishuri.
Dopo essere stata cos disponibile e generosa, si sentir offesa. Il panico mi fa avvampare mentre mi
sforzo di trovare la frase giusta per scusarmi. Ishuri, io... sono... Non ci pensare nemmeno,
Naoko. La voce di Ishuri  calda, piena di comprensione, la stessa che trapela dai suoi occhi
spalancati. Ma certo che indosserai labito da sposa di tua madre.  naturale. Abbasso la testa e mi
piego in un profondo inchino, mortificata, sollevata, sopraffatta da tanta gentilezza. Grazie, Ishuri
dico cercando invano di frenare le lacrime. La luna  molto impaziente interviene Maiko con un
sorriso radioso. Presto trasciner con s la notte, perci dobbiamo sbrigarci. Prima trucco e capelli,
poi diamoci da fare per vestire questa sposa. Guardo Okaasan e prendo la sua mano fra le mie. Senza
che io parli, lei intuisce la mia domanda. Come posso andarmene senza vederti vestita? Chiedere
questo a una madre  troppo, troppo crudele. Si porta la mia mano sul petto e la trattiene, facendomi
sentire il battito del suo cuore. Quel ritmo costante. Senti? Batte forte e deciso. Sono qui. Viviamo
questo momento. Il cielo non pu negarmelo, figlia mia. Non do nulla per scontato. Bench io non ne
abbia diritto, tutta questa felicit mi  stata donata. La benedizione del cielo  quantomeno capricciosa.
Lo riconosco. Cos sorrido a mia madre, alle mie nuove amiche e al destino. Nonostante il fiato caldo
del drago sul collo  una probabile bambina, Hajime in servizio per settimane, me qui, da sola 
capisco che quando il cielo lascia cadere un frutto tu devi aprire le mani.
14
America, oggi
Nel giro di una settimana avevo fatto notevoli progressi nello sgombero dellappartamento di mio
padre, ma avevo scoperto ben poco che chiarisse lenigma del suo passato. Le montagne russe emotive
di dolore e confusione si rivelarono estenuanti, cos come le reazioni degli amici e dei vicini di casa,
seppur animati da buone intenzioni. Continuavano a passare da me per rinnovarmi le loro condoglianze
e portarmi piatti gi cucinati. Il frigorifero era pieno zeppo di teglie da riscaldare, ma io non avevo
appetito e nulla di nuovo da aggiungere alle solite conversazioni. Almeno, nulla che avrei detto ad alta
voce. ... era un bravuomo... Un bravuomo con un grosso segreto.
... ora  con la tua mamma... Mia mamma sapeva dellesistenza di questaltra figlia?
Quel pensiero mi attanagliava il cuore e non lo mollava. O entrambi me lavevano taciuto, o era un
segreto che custodiva solo mio padre. Non mi piaceva nessuna delle due possibilit, perci, invece di
focalizzarmi su supposizioni e scenari immaginari, mi prendevo delle pause dal lavoro nella casa,
soffocavo le emozioni e facevo qualcosa di utile. Ricerche, ad esempio. La lettera di mio padre diceva
chiaramente che aveva generato una bambina, il che significava che doveva esserci un atto di nascita da
qualche parte. Digitai sul mio portatile atti di nascita Giappone anni Cinquanta e feci scorrere i
risultati. Lambasciata degli Stati Uniti a Tokyo non conservava atti, n di nascita n di altro tipo. E
secondo lUfficio degli affari giuridici di Tokyo, tutti i certificati di nascita di cittadini non giapponesi
venivano conservati nella citt natale, in modo permanente. La bambina sarebbe stata considerata una
cittadina a tutti gli effetti negli anni Cinquanta? Quando staccai gli occhi dal monitor era passata unora
e lunica cosa che avevo scoperto era che il Giappone, allepoca, non aveva un sistema di
archiviazione. Almeno non in senso tradizionale. Le famiglie tenevano traccia delle nascite e delle
morti in una sorta di registro chiamato koseki, ma poich non disponevo di un nome completo, non era
possibile presentare una richiesta ufficiale. Mi sentii mancare. Non avevo nemmeno il nome della
madre, soltanto il nomignolo con cui mio padre si rivolgeva a lei nella lettera: Cricket. Che razza di
soprannome era? Sbuffai. Del resto, che nome era Hajime? E perch pap si era firmato cos? Chiusi
gli occhi e mi massaggiai le tempie. Che cosa mi sfuggiva? Conoscevo lubicazione della base, gli anni
del servizio militare di mio padre. Questi dati dovevano pur contare qualcosa. Digitai rapidamente sulla
tastiera. Se mio padre aveva avuto una bambina nel periodo in cui prestava servizio in Marina, doveva
esserci un documento da qualche parte. Cliccai un link dopo laltro finch non trovai il sito giusto e il
dipartimento giusto, e lessi con attenzione la sezione FAQ. In qualit di parente prossima potevo
chiedere i suoi dati, ma non online, poich la sua data di congedo non rientrava nella fascia temporale
dellarchivio per soli due anni. I tempi di attesa andavano dalle sei alle otto settimane ed erano
necessari parecchi documenti (codice fiscale e numero di previdenza sociale, settore e periodo di
servizio e copia del certificato di morte) di cui disponevo. Mi misi al lavoro. Raccolsi i documenti
attingendo al mio archivio e ne feci delle copie che spedii via mail il mattino seguente. Stavo
effettuando il pagamento della tassa online quando udii il suono della sveglia di pap provenire dalla
camera da letto. Laveva puntata per ricordarsi le medicine da assumere la notte, e ogni volta la
spegnevo senza per disattivare la ripetizione periodica. Con la scusa di doverla spegnere, ero costretta
a entrare ogni giorno nella sua stanza. Era un modo per prepararmi allimmane compito che mi
aspettava: passare in rassegna gli effetti personali di mio padre. Seguendo quel bip insistente e
districandomi in un labirinto di scatoloni e sacchi che avevo gi preparato, mi diressi verso la camera
da letto  lunico vano che non avevo ancora toccato  seguii il filo elettrico e tirai la spina. Il piccolo
schermo della sveglia digitale si oscur. Rimasi a fissarlo per qualche istante. Era arrivato il momento
di sistemare quella stanza, lo sapevo. Il mio sguardo si spost dalla sveglia allalbum di foto di famiglia
appoggiato sul comodino. Lo presi e mi sedetti sul bordo del letto. Il raccoglitore scadente era quasi
sfasciato. Era di quelli con il cartoncino adesivo difettoso coperto da fogli protettivi trasparenti. Eccola
qua, la nostra famigliola di tre persone, le immagini sbiadite, ingiallite, incollate alla pagina. E io,
lunica rimasta. O almeno cos credevo. Quel pensiero continuava a scavarmi dentro. Come se il fatto
che mio padre aveva unaltra figlia potesse defraudarmi di qualcosa. Non era cos, perch io avevo
avuto lui. Cera tutta una vita di amore documentata in ogni foto. Feci scorrere la punta delle dita
sullistantanea della Little League. Pap era il mio coach, sia in campo sia fuori, e usava le regole del
gioco come una scuola di vita per me. Stanca? Dacci dentro.
Vincere  importante, ma come vinci lo  ancora di pi.
Sei una lanciatrice formidabile, sicura nella seconda base, ma non altrettanto veloce intorno alle
basi. Devi conoscere le tue forze.
Conoscere le mie forze... Non conoscevo nemmeno lui. La mia mente continuava a tentare di
conciliare le mie convinzioni  un buon padre, un uomo perbene  con i miei timori  un uomo che
aveva abbandonato una donna incinta e una figlia. Non volevo credere una cosa simile. Pap non
lavrebbe mai fatto. Sullorlo delle lacrime, osservai attentamente la sua foto. La verit era che non lo
sapevo pi. Chiusi lalbum con un colpo secco, sapendo che non conteneva le risposte che desideravo,
e mi avvicinai al com in cerca di qualcosa di utile. Il primo cassetto era pieno di biglietti di auguri di
compleanno e di anniversario. Alcuni erano miei, ma i pi numerosi erano quelli di mia madre.
Nessuno proveniva dal Giappone. Il secondo cassetto conteneva T-shirt, quello successivo calzini e
biancheria intima, e nellultimo trovai una busta di carta per documenti. Rimasi a fissarla per un
momento, incerta sul da farsi, poi, con il cuore che batteva forte e le mani tremanti, la tirai fuori e
laprii. Allinterno cerano i documenti e lassicurazione della Cadillac, tutte cose che mi sarebbero
servite, ma niente di pi. Richiusi il fermaglio, sistemai il tutto nella scatola con letichetta
Documenti ed emisi un sospiro di sollievo misto a delusione. Davanti allarmadio a muro,
esterrefatta, mi misi le mani sui fianchi scuotendo la testa per la quantit di mercanzia che mio padre
era riuscito a stiparci dentro. Trovai la sua casacca dei Tigers, la feci scivolare dallappendino e me la
misi sopra la maglia. Mi cadeva dalle spalle, ma mi faceva piacere indossare qualcosa di pulito.
Rovistai fra i suoi vestiti, controllando le tasche di ciascun indumento prima di passare oltre. La
maggior parte non erano stati indossati da anni e alcuni avevano ancora letichetta. Maglioni invernali e
scatole di accessori vari occupavano il ripiano superiore. Alzandomi in punta di piedi, riuscii a
prendere una scatola di scarpe, ma ne rovesciai altre. Immagini in bianco e nero si sparsero a ventaglio
sul pavimento. Immagini del periodo in cui mio padre era in Marina. Cerano foto della sua nave nel
porto e altre dellequipaggio schierato sul ponte. Giovanotti, in realt. Figli lontani dalla famiglia per la
prima volta. Ragazzi del liceo che avevano promesso di scrivere alle loro fidanzatine. Qualcuno che,
alla prospettiva di una vita in una cittadina di provincia, aveva capito di voler aspirare a qualcosa in
pi. Girai le immagini e scoprii che mio padre aveva scritto i cognomi dei suoi compagni: Valentine,
Elliott, West, Spain. E se avessi postato un appello sui siti di veterani della Marina? Se queste persone
erano ancora vive o raggiungibili online, o se qualcuno si ricordava di loro, magari mi avrebbero
aiutato a far luce su ci che era accaduto. Un tentativo ambizioso, ma degno di essere considerato, se
avesse confermato che ci che speravo era vero, ossia che mio padre aveva scoperto di avere una figlia
molto tempo dopo essere partito in missione, quando ormai non poteva tornare indietro. Forse non era
nemmeno sicuro che la bambina fosse sua? Avevo trovato online diversi articoli che affrontavano
largomento con titoli come Bambini delloccupazione, Figli del nemico, Pan-pan: le prostitute del
dopoguerra, e ciascuno di essi sollevava una questione diversa. La bambina era stato uno stratagemma
per intrappolare mio padre nel matrimonio? La donna cui aveva scritto era la fidanzata che menzionava
sempre nei suoi racconti o qualcunaltra? Sicuramente uno dei suoi commilitoni lavrebbe saputo, ma
quanti di loro erano ancora vivi? E, naturalmente, cerano foto di mio padre. Ciao, pap. Con la sua
massa di capelli neri impomatati e il suo ampio sorriso che esprimeva la spavalderia tipica della
giovent, era limmagine perfetta del ragazzo degli anni Cinquanta. Gli mancavano soltanto un
giubbotto di pelle e una moto al posto della divisa. Soffocai una risata tra le lacrime. Non mi stupiva
che la mamma avesse perso la testa per lui. Poi vidi foto turistiche con la scritta Hong Kong, una con
lindicazione Costa cinese e parecchie con letichetta Giappone: la coloratissima Zenrin-mon di
Yokohama, venditori ambulanti con la loro mercanzia a Kyoto, e una bellissima donna vestita
interamente di bianco. Un kimono. Mi si accappon la pelle. Ti ho mai detto perch mi trovavo l? Un
matrimonio.
Avresti dovuto vedere labito della sposa.
Era un kimono.
Avvicinai la foto agli occhi. La donna aveva il mento rivolto verso il basso, perci non si vedeva il suo
volto, ma le labbra colorate, il drappeggio elaborato del tessuto e il copricapo a mezzaluna facevano
pensare a una cerimonia. Mio padre aveva davvero partecipato a un matrimonio in Giappone? Abbassai
il braccio in grembo senza lasciare la foto. Avevo sempre saputo che i racconti di mio padre sullo
Spartiacque continentale avevano qualche fondamento di verit, ma non mi ero mai occupata degli
altri. Ora lavrei fatto.
15
Giappone, 1957
Laria umida mi bacia le guance mentre Maiko mi aiuta a scendere dal portico in giardino. La notte
avvolge il villaggio di casette sotto una coltre buia, ma il cielo ancora striato di arancione a occidente
sembra far capolino allorizzonte, incuriosito. In una cerimonia normale, la sposa e lo sposo sono
accompagnati da una fanciulla shintoista al servizio del tempio e formano una processione con gli
invitati. Ma data lassenza della mia famiglia, saltiamo queste tradizioni. Maiko tiene una mano sul mio
braccio, ma i miei occhi sono catturati dalle luci distanti. Non appena svoltiamo allaltezza dellultima
casa, resto senza fiato. Le lanterne di carta che avevamo preparato insieme delineano tutto il sentiero e
dei globi dorati illuminano le fronde degli alberi come infinite hotaru che sciamano dopo le intense
piogge di luglio. Anche i miei pensieri volano a sciami. Sto per sposarmi. Avrei voluto avere Okaasan
qui con me. Con un sorriso, faccio scorrere la mano sul suo shiromuku per palparne il tessuto morbido
sotto i polpastrelli e sentirmi pi vicina a mia madre. Il motivo elaborato di strati di organza bianca
dona allabito volume e vivacit. Un sapiente alternarsi di punti lunghi e corti crea un raffinato ricamo
che contribuisce allopulenza dellinsieme. La fusciacca obi di broccato  arricchita da una decorazione
realizzata con un sottile cordoncino color argento coordinato con lacconciatura di fiori intrecciati fra i
miei capelli. Non mi sono mai sentita cos bella n cos agitata. Ogni passo che faccio mi avvicina
sempre pi al mio futuro e mi porta lontano dalla mia famiglia. Sono due estremi opposti, contrastanti
in tutti i sensi, ma in qualche modo ho trovato il mio posto fra luno e laltro grazie alla visita di
Okaasan e al fatto che indosso il suo shiromuku.  quello che Buddha definisce la via di mezzo. Il
giusto equilibrio della vita. Io lo definisco felicit. Davanti a me, in mezzo a un gruppetto di persone in
attesa, c Hajime. Spicca fra gli altri, alto, le spalle larghe, luniforme di un bianco candido, appena
stirata e impeccabile. Il berretto calato sulla fronte lascia intravedere i capelli ben curati sulla nuca. La
mascella forte, cesellata in angoli disegnati,  perfettamente sbarbata. La sua figura diventa
unimmagine bianca sfocata mentre scruto le nuove facce di coloro che gli stanno intorno. Il marito di
Maiko con i figli. Nonna Fumiko con la famiglia di Ishuri, e i commilitoni di Hajime, Valentine e
Spain, alla sua destra, in uniforme. Sorridono tutti. Tatsu, il figlioletto di Maiko, urla il mio nome
provocando risatine divertite. Li ho quasi raggiunti. Accorcio lentamente la distanza che mi separa da
loro. Sono trepidante di eccitazione, come se una stellina pirotecnica crepitasse dentro di me
trasmettendomi una vibrazione che mi attraversa dalle dita dei piedi ai polpastrelli. Abbasso lo sguardo
con un sorriso nervoso mentre ci avviciniamo. Ci siamo. Prendo respiri lenti e profondi per rallentare i
battiti del mio cuore. Avverto gli occhi di Hajime puntati su di me, ma soltanto quando sono davanti a
lui oso alzare la testa. Inchinandomi, gli rivolgo uno sguardo attraverso le lunghe ciglia truccate, non
pi quello di una fanciulla, ma di una donna e, presto, di sua moglie. Sento il cuore pulsarmi nelle
orecchie, mi manca il fiato.  felice?
Mi restituisce linchino, ma non abbassa lo sguardo.  l che leggo la mia risposta. La luce delle
lanterne si riflette nei suoi occhi, accendendoli di lamelle bianche che danzano come vele in un oceano
blu, e io mi sento naufragare dentro quegli occhi. Dentro di lui. In questo preciso istante. Il sacerdote
shintoista, con indosso il Joe, un kimono bianco immacolato e un alto copricapo a punta, si schiarisce
la voce e chiede a tutti di alzarsi in piedi. La cerimonia ha inizio. Ci inchiniamo davanti agli anziani, gli
ospiti e lun laltro. Poi condividiamo a tre a tre lo scambio di coppe di sak di tre diverse dimensioni.
Ciascuna rappresenta lindissolubilit del legame appena allacciato con un gusto terroso come quello
del muschio bianco irrorato di rugiada. Proprio come nel matrimonio, non tutte le cose che si vivono
sono piacevoli. Soltanto con la terza coppa, al terzo sorso, lasciamo che lintruglio dal sapore pungente
si allarghi sulla lingua. Questo  il nono sorso, quindi beviamo. Il nove significa tripla felicit. Colgo
unespressione sorpresa sul viso di Hajime. Lo avevo avvertito del sapore amaro? Quando termina il
rito per ingraziarsi gli dei, tutti battono le mani due volte per testimoniare che sono state pronunciate le
promesse di impegno. Rivolgendosi a Hajime, lofficiante inizia a porre le sue domande. Gli chiede se
mi amer, mi rispetter, mi consoler e mi aiuter sino alla fine dei miei giorni. Gli chiede di fare la sua
promessa.  questo che stavo aspettando. Capir? Devo fare da interprete? Proprio mentre sto
schiudendo le labbra per parlare, lui si volta. S, lo prometto. Mi stringe le mani e si accosta
leggermente parlando in tono dolce e carezzevole. Prometto di amarti ora... Prometto di amarti
sempre. Sono tutta contratta nel tentativo di tenere a bada lemozione e le parole, ma non riesco a
trattenerle. Ti amer per sempre, Hajime. I presenti ridono perch non toccava a me. Arrossisco e
sorrido, poi, rivolgendomi al prete, aggiungo: Lo prometto anchio. Non aspetto nemmeno la sua
domanda. Altre risatine sommesse. Il sacerdote porge a ciascuno di noi un sacchettino di seta che
contiene una preghiera di ringraziamento per chiudere la cerimonia. Che queste parole possano
servirvi da guida mentre percorrete il sentiero della vita in una nuova, unica direzione. Ma prima che
lofficiante ci proclami ufficialmente marito e moglie, Hajime attinge alla propria tradizione e suggella
la nostra unione con un bacio. Nonostante le tracce del sak amaro sulle labbra,  il sapore pi dolce
che io abbia mai conosciuto. Quando si stacca, siamo sommersi da auguri e congratulazioni, ma io non
sento nulla. Sono incatenata al suo sguardo, sospesa in un magico momento di pura felicit. Gli occhi
fissi nei suoi, una tacita intesa tra marito e moglie, la conferma che, nonostante le idee preconcette di
ordine e convenienza sociale... noi amiamo. Ci amiamo. Dopo la cerimonia ci godiamo il rinfresco
sotto gli alberi e ascoltiamo i racconti: come si sono conosciuti Maiko ed Eiji, quanto Ishuri abbia
bisogno di dormire dopo larrivo del suo bambino, e tutto sui numerosi corteggiatori di Nonna Fumiko.
Ridiamo e festeggiamo il nostro nuovo inizio. Ora  tardi e perfino le lucciole sono assonnate. Il loro
spettacolo di luci si affievolisce in lenti baluginii intermittenti. Ascoltiamo il regolare saliscendi del
canto del grillo, il sospiro del vento tra gli alberi, e auguriamo la buonanotte agli ultimi invitati rimasti.
Maiko  accanto a suo marito, Eiji. Tatsu  abbandonato sulla sua spalla, sprofondato nel sonno. La
bambina, Yoshiko, si stiracchia sbadigliando. La serata  stata lunga per tutti. Maiko, aspetta. Mi
avvicino a lei con passetti rapidi. Le lanterne appese gettano sprazzi di luce sulle sue guance tonde e
addolciscono anche le rughe pi minute. Che c, Naoko? Volevo soltanto... Mi aggiusto le
maniche cercando di trovare le parole giuste per esprimerle quanto sia stata fondamentale la sua
gentilezza nei miei confronti. Una nuova ondata di emozione sale a chiudermi la gola. Senza la mia
famiglia qui, o almeno Okaasan... Le lacrime affiorano e indugiano sul bordo della palpebra inferiore,
pronte a staccarsi e cadere. Desideravo dirti che il tuo aiuto  stato prezioso. Ne sono onorata.
Stringo le labbra e mi inchino. Lei sorride e ricambia il gesto. Lanciando unocchiata a Hajime dietro le
mie spalle, mi rivolge un grande sorriso. Andr tutto bene.  cos evidente che sono nervosa?
Guardo il mio sposo che sta parlando con i suoi colleghi, quindi mi volto di nuovo verso Maiko e
sorrido. Poi tiro il fiato e rido apertamente. S, sono sicura che il mio nervosismo si nota. Maiko mi d
un colpetto sul braccio e si appresta a raggiungere la sua famiglia. Anche se io e Hajime abbiamo gi
condiviso le gioie intime del matrimonio, si trattava di momenti rubati, turbati dalla fretta e dalla
necessit di non essere scoperti. Ora che siamo sposati, avremo una notte intera per scoprirci. Saremo
soli come marito e moglie. Nessun sotterfugio. Nessuna fretta. Niente a frapporsi tra noi. Tranne il fatto
che forse porto in grembo sua figlia. Un segreto che condivider con lui domattina. Per ora mi dirigo
verso il mio neosposo a passi lenti e sicuri. Lui  solo e cattura il mio sguardo. Cosa vuole dirmi? Il
cuore accelera. Ora siamo soltanto noi. Se ne sono andati tutti. S, conosco questo sguardo. La testa
leggermente piegata di lato. Occhi seri. Sento le farfalle nello stomaco. Hajime si infila il berretto sotto
il braccio e mi tende la mano. Moglie. Moglie.
Mi piace udire questa parola sulle sue labbra. Quando poso la mia mano nella sua, si accende una
scintilla  basta il contatto dei polpastrelli e mi sento consumata dal calore. Ci avviamo verso la nostra
piccola casa tenendoci per mano, allungando le braccia per allontanarci quando incontriamo un tratto di
strada accidentato, per poi riaccostarci subito dopo averlo superato. Con la coda dellocchio mi accorgo
che mi sta guardando. Sei silenziosa dice, e mi stringe di pi la mano. Che cosa stai pensando?
Oh... I miei occhi guizzano nei suoi, poi li distolgo tornando a concentrarmi sulle mie riflessioni.
Non ho voglia di condividere questi pensieri. Mi stringo nelle spalle e gli rivolgo un sorriso
imbarazzato. Hajime si porta la mia mano alle labbra e vi posa un bacio. Be, io sto pensando che
sono luomo pi fortunato del mondo. Sto pensando... cosa posso aver fatto per meritarti? Mi d un
altro bacetto sulle dita e si ferma. Si avvicina. Sto pensando... accidenti se  bella. Il suo sguardo si
posa sulle mie labbra, si china su di me e... Lo bacio, incapace di trattenermi. Le sue labbra calde si
modellano sulle mie. E poi non penso pi a nulla e mi abbandono alle sensazioni. Dun tratto mi prende
in braccio e ride. Che cosa fai? Si muove come se non pesassi nulla e si dirige con passi corti e rapidi
verso il portico. Si sposta di lato in modo da aprire la porta che fa resistenza. Lo sposo deve portare in
casa la sposa tenendola in braccio. Non conosco questa usanza dico mentre lui oltrepassa la soglia
insinuandosi di sbieco tra i battenti. Benvenuta a casa, mogliettina. Mi mordo le labbra e sorrido, la
sua curiosa tradizione gi dimenticata. Avverto una contrazione nel petto e stringo pi forte le mani
allacciate intorno alla sua nuca. Hajime mi rimette a terra con un movimento agile, ma senza staccarsi
da me. Anzi, mi attira a s e le sue labbra cercano di nuovo le mie. Avverto il desiderio crescere
lentamente nel suo bacio. La sua mano annaspa in aria per posarsi sulla porta e chiuderla alle nostre
spalle. Fa scivolare le mani sui miei fianchi sino a fermarsi sullobi. Le sue dita armeggiano
goffamente. Poi si ritrae e accenna allabito di mia madre. Temo di rovinarlo. Non vorrei... Lo
zittisco sfiorandogli le labbra con le dita. Ci sono volute tre donne per mettermi il vestito, Hajime. Ti
prego, se hai pazienza, per togliermelo ne baster una. Mi tolgo le scarpe e le calze tabi, invitandolo a
fare altrettanto. Poi, prendendogli la mano, lo guido verso il futon e gli faccio cenno di sedersi. Lui si
slaccia la camicia mentre si siede sul bordo, e allargandosi il colletto per essere pi comodo, si lascia
andare indietro reggendosi sui gomiti. Lo guardo mentre mi osserva incuriosito. Ho il cuore in gola e
deglutisco a fatica. Con le mani tremanti recupero la fodera di seta nella quale era avvolto il mio
shiromuku e la lascio ai miei piedi. Poi, senza staccare gli occhi da Hajime e con grande cura, allungo
la mano dietro la schiena per liberarmi del cordino decorativo. In tono dolce e sommesso, parlo in
giapponese, consapevole che lui non capir tutto ci che dico. Non  una conversazione che farei tutti i
giorni. Ma sono parole che ho scelto soltanto per lui e solo per questa notte. Ora sei mio marito,
quindi, senza vergogna, sono pronta per te. Mi passo la lingua sulle labbra e prendo un lungo respiro
per calmarmi, poi allento la fusciacca. Mi sguscia tra le dita mentre cade. Ogni movimento  misurato
per perseguire una piacevole finalit estetica, ogni tocco immaginato, come se la mia mano sfiorasse la
sua pelle. Ho catturato la sua totale attenzione. Lentamente slego il makura, il cuscinetto, per liberare le
pieghe lungo la schiena. Mi tremano le mani mentre sistemo unestremit sullaltra. Flettendo le
ginocchia lo poso sul telo di seta aperto ai miei piedi. Non serve coprirmi. La mia voce  un sussurro
rauco. Disfo il nodo dellobi. Mi cade allentato tra le mani e lo metto da parte. Poi slaccio lhimo che
trattiene leccesso del drappeggio. Il cuore mi martella nel petto rendendo il mio respiro affrettato.
Hajime mi fissa con gli occhi socchiusi e pieni di passione. Le pupille scure divorano il colore
risparmiando soltanto un sottilissimo cerchio di azzurro. Quando mi rialzo, il shiromuku slacciato
pende lungo il mio corpo, perdendo ogni forma. Finalmente si pu togliere. Questa notte... continuo
facendo scivolare la mano sotto il vestito allaltezza della spalla per scostarlo e rivelare la sottoveste.
Le mie labbra, la mia pelle... Libero laltra spalla e trattengo nel pugno la stoffa afflosciata. Tutto il
mio... Hajime inclina la testa di lato come a indicarmi che ha colto il messaggio trasmesso dalle mie
semplici parole. Ho le guance in fiamme. Ancora una volta mi chino per posare il kimono sul grande
tessuto di seta. Con il mento abbassato in segno di umilt, mi accovaccio e alzo lo sguardo su di lui.
Hajime non  pi semisdraiato. Si avvicina protendendosi verso di me. A pochi centimetri dal suo viso,
dalle sue labbra, sussurro: Accolgo il tuo tocco. Sono qui per il tuo piacere. Il frullio dali che sento
dentro di me cresce trasformandosi in un brulichio frenetico, consapevole di quello che sto per fare.
Millenni di mogli innamorate si sono svegliate dentro di me.  unantica consapevolezza radicata nella
mia essenza, il concetto primitivo del corteggiamento e dellinvito proprio della natura stessa. E come
un modello, uso questa consapevolezza per guidare e ammaliare. Non desidero altro che dargli piacere.
Dimostrargli il mio amore. Sentire il suo. Prendo un respiro profondo e rimango in piedi, immobile. La
sottoveste cade a terra ed eccomi davanti a mio marito, in tutta la mia essenza. Trattengo il respiro e
Hajime inspira piano attraverso le labbra socchiuse. I suoi occhi scorrono sul mio corpo nudo. Il mio
cuore batte a un ritmo disordinato. Tutto  esposto al suo sguardo. Sono sua, oggetto della sua
ammirazione. Il mio petto si alza e si abbassa, scosso da respiri brevi e affrettati. Unondata di calore
cresce piano mentre sono in attesa, cercando i suoi occhi che scrutano ogni centimetro del mio corpo.
Non oso muovermi finch non lo fa lui. Mio marito prende la sua sposa.
16
Giappone, 1957
Io e Hajime siamo rimasti a parlare, a ridere e ad amarci come marito e moglie fino a molto tempo
dopo che la luna  calata allorizzonte. La mattina ci trova intrecciati come tralci di glicine, assetati, in
cerca della stessa luce. Mentre i passeri litigano, lansia torna a ricordarmi ci che mi aspetta. Dopo una
notte passata a manifestargli il mio amore, desidero confidargli che questo amore potrebbe gi essere
sbocciato in un fiore. Respiro loceano dalla sua pelle nuda e abbronzata e percepisco lalzarsi e
labbassarsi dei suoi muscoli tonici sotto il palmo della mia mano. Sono felice. Appagata. Palpitante di
emozioni. Lo studio mentre ancora sonnecchia. La nostra bambina avr lo stesso incavo delicato del
suo mento? Gli stessi occhi del colore del mare? Gli stessi capelli leggermente ondulati? Vorrei che
almeno avessero la stessa tonalit decisa, scura come linchiostro. La amerei comunque, ma se fosse
cos, se non altro, avrebbe un peso in meno sulle sue esili spalle. Hajime tira un pigro respiro e stende
la bocca in un sorriso languido. Giorno. C una nota rauca nella sua voce al risveglio di prima
mattina. Un nuovo aspetto che mi diventer familiare, un altro dettaglio di cui mi innamorer. Mentre
mi tiro su, i capelli mi cadono sul viso. Lui me li infila dietro le orecchie e me li pettina per tutta la
lunghezza facendovi scorrere le dita, per poi farlo di nuovo. Quel movimento ripetuto  piacevole, mi
trasmette calma e dolcezza, e come un gatto allungo il collo per accoccolarmi contro di lui. Sorrido a
mio marito. Marito. Le mie emozioni si moltiplicano in cerchi concentrici. Partir oggi per
unoperazione di pattugliamento dello Stretto di Taiwan. Dovrei aspettare le due settimane che lo
terranno impegnato per dirglielo. Smuovo le acque con le mie parole per saggiare la temperatura. Che
bello il bambino di Ishuri. Un paio di liquidi occhi azzurri mi fissano intensamente. Tu sei bella.
Con le dita sfiora il contorno delle mie labbra sorridenti, ma non mi lascio distrarre. Secondo me 
perfetto. Non ha quasi pianto, hai notato? Ishuri per  stanca. Ha detto che non riesce a dormire.
Hajime prende un ampio respiro interrotto da uno sbadiglio indolente che si mangia le sue parole. Mi
piace dormire. Si stira e mi stringe pi forte a s. Non ti piacciono i bambini? La mia voce  quasi
stridula. Hajime mi guida alle sue labbra anelanti. Senza smettere di sorridere e con un tono
cantilenante precisa: A me piace farli, i bambini. Un bacio appassionato, e dentro di me si scatena
una tempesta di sensazioni che mi fa venir voglia di canticchiare. Per un istante la mia attenzione viene
distolta. Le sue dita percorrono tutta la mia spina dorsale lasciando una scia di brividi infuocati. Il suo
bacio  avido e delizioso, ma non posso farmi distrarre oltre, ci che devo dire non pu aspettare
ancora. Hajime. Mi stacco da lui e mi tiro su. Spostando il mio peso, mi allungo per prendere il
rotolo di pergamena infilato vicino al cuscino. Quello con il drago che ho dipinto quando sono arrivata
qui. Lo avvicino, afferro il margine e lo piazzo in mezzo a noi. Hajime inarca le sopracciglia. Per
me? Si puntella su un gomito, si liscia i capelli scarmigliati e si sfrega un occhio. Si lascia scivolare
indietro e tende le mani. Vieni qui. Io rotolo sul fianco e mi rifugio nellincavo del suo braccio
posando la testa vicino al suo mento. Premo un dito sulle lettere in rilievo della piastrina di metallo che
porta al collo mentre  impegnato a srotolare il mio dono di nozze. Sono pietrificata dalla paura. E se
questa per lui  una notizia sgradita? Hajime avvicina al viso la carta dai bordi setosi e cerca di
decifrare lelaborata scrittura kanji in stile corsivo. Chiudo gli occhi in trepida attesa, ascoltando il suo
cuore, e prego che sia aperto ad accogliere una figlia. Tre secondi, cinque, dieci? Per quanto tempo
rester a fissare le mie parole senza mostrare una reazione? Le dita dei piedi si arricciano
dallimpazienza. Partorire un figlio pu essere pi facile che annunciare il suo probabile arrivo. 
meraviglioso. Mi bacia sulla testa. I miei occhi si spalancano. Tutto qui? Accartoccio il viso, confusa.
Il suo non dimostra felicit. La sua espressione, sebbene sia piacevole,  vaga. Che cosa dice? mi
chiede stringendosi nelle spalle. Oh... Mi abbandono contro di lui, sollevata. Il corsivo  difficile
da leggere, anche per un giapponese. Punta pi sulleffetto estetico che sulla leggibilit. Indico i
simboli verticali lungo il margine sinistro. Questo segno  il numero sei. Quello dopo vuol dire
luna... Mi chiedo se sia il caso di spiegare cosa significa la coda del drago, ma decido di non farlo.
Questultimo si legge come benedizione. Sento le farfalle nello stomaco. Quindi tra sei lune saremo
benedetti. La gravidanza in Giappone si misura in mesi lunari scanditi in periodi di quattro settimane.
Perci, invece dei nove mesi occidentali, noi ne contiamo dieci, anche se restano pur sempre quaranta
settimane. E se sono incinta, vuol dire che sono alla quarta settimana. Quindi dovrei partorire a
febbraio. Attendo la sua reazione senza alzare lo sguardo. E questo cosa significa? Indica il carattere
kanji pi grande sulla destra. Quello significa... Il mio cuore batte allimpazzata, come un uccellino
che sbatte freneticamente le ali imprigionato nella mia cassa toracica. Non c possibilit di
fraintendere quel simbolo. Bambina. Bambina? Hajime allarga la pergamena per studiarla meglio.
Sei lune e saremo benedetti, bambina? Corruga la fronte. Apro la bocca per parlare, ma lascio
indugiare il silenzio tra noi. Allungo la mano per prendere la sua e la poso sul mio ventre. Un breve
respiro, come se boccheggiasse. Mi stai dicendo che aspetti una bambina? Il suo sguardo si posa
sulle nostre mani unite sopra il gonfiore quasi impercettibile intorno al punto vita. Forse. Non ne ho la
certezza. I suoi occhi cercano i miei. Ma pensi di s? Annuisco. Hajime rimane sbalordito. Sapevo
che la notizia, inaspettata e sconcertante, lo avrebbe colpito come un fulmine a ciel sereno, ma non mi
sembra che gli faccia piacere. Avverto una stretta al cuore. Raddrizzo le spalle. Non sei felice. No,
non  questo. Si protende verso di me e mi prende il viso tra le mani a coppa. Con i pollici mi asciuga
le guance umide. Perch non me lhai detto prima? Ti ricordi quello che ti ho raccontato quando mi
hai trovato qui? Di Okaasan e delluccellino? Che la scelta era nelle mie mani? Lui mi fa cenno di s
con la testa. Questo uccellino... Indico il mio ventre. E tu, che eri la mia scelta. Non volevo forzare
la tua. Non volevo accalappiare un marito. Per questo ho atteso che fossimo sposati, ma... Scruto i
suoi occhi attraverso i miei, che sono pieni di lacrime. Vieni qui. Hajime mi chiude in un abbraccio,
mi accarezza i capelli e sussurra: Anchio ho fatto la mia scelta e ho scelto te. E sono felice, stordito,
tutto qui. Non era esattamente un figlio quello cui pensavo ora. Buon per te dico. Io non ho
pensato ad altro. La Baia di Tokyo un tempo era famosa per la pesca e i cantieri navali. Ora lattivit
industriale rende ricca la costa avvelenando il pesce e inquinando il litorale. Lodore che aleggia sul
porto  un misto di aria salmastra e fumi di scarico, e mi fa rivoltare lo stomaco gi in preda alla
nausea. Riparandomi il viso con il ventaglio, faccio del mio meglio per sorridere ed essere di buona
compagnia. Le celebrazioni del Community Day sono aperte a tutti, cos abbiamo deciso di portare con
noi la bambina di Maiko, Yoshiko, e la sua amichetta Kimi. Labbiamo fatto per ringraziare Maiko, ma
anche per avere un po di compagnia quando rientrer nella mia nuova casa. La nave congestionata
ospita equipaggio, famiglie e bambini della scuola elementare. Sono sparpagliati ovunque e i fotografi
ufficiali sono pronti a catturare ogni dettaglio. Hajime ne chiama uno agitando la mano e si inginocchia
tra le due bambine, poi mi esorta a mettermi accanto a lui. Le piccole rispondono volentieri al suo
invito, ma io vorrei evitare tutta quellattenzione, cos mi avvicino soltanto di un passo. Ci siamo
proposti di convincere il comandante di Hajime a firmare i documenti del matrimonio e sono gi
abbastanza agitata. Hanno dimenticato la divisa scolastica? chiede il fotografo notando che gli altri
bambini la indossano e sventolano le bandierine per mostrare lo spirito di appartenenza alla propria
scuola. La figlia di Maiko e la sua amichetta hanno parecchio spirito, ma non hanno una scuola. Per
evitare la discriminazione, le madri fanno a turno per insegnare allinterno del villaggio. Oggi la
maestra sono io e Hajime  la nostra guida. E per evitare altre domande, sar il nostro unico fotografo.
Dopo lo scatto del flash, Yoshiko e Kimi riprendono a saltellare allegramente, inconsapevoli della mia
irritazione. Hajime invece  fin troppo consapevole e mi mette un braccio intorno alla vita. Io cerco la
manina di Yoshiko, che a sua volta prende quella di Kimi mentre torniamo alla nostra passeggiata sul
ponte. Perch la nave  femminile? chiede Kimi. Traduco le loro incessanti domande mentre
proseguiamo senza fretta. Una nave  come una bella donna spiega Hajime guardandoci tutte.
Viene ammirata per la vita sottile e i fianchi generosi che si allargano in una struttura armoniosa. Mi
lancia unocchiata allusiva. Le bimbe gli dedicano la massima attenzione, bevendo ogni sua singola
parola che suona cos insolita alle loro orecchie. Yoshiko mi tira il vestito. Che cosa ha detto? Perch
la nave  femminile? Oh. Sorrido, non sapendo come tradurre la risposta di Hajime. Dice che le navi
sono tutte carine. Le bambine si fermano e lo guardano incredule. Le loro dita si posano incerte su
fianchi magri. Lui ride. E se vi prendete cura di lei, se la trattate bene, molto bene... Si avvicina a
me, mi d una leggera gomitata e sorride. Allora vi porter in viaggio, un meraviglioso viaggio che
non avreste mai immaginato fosse possibile. I suoi occhi si posano sulla mia mano appoggiata sul
ventre, poi torna a rivolgersi alle ragazzine. Forse diventer pap. Bambino, akachan. Le piccole
sgranano gli occhi e fanno guizzare lo sguardo da me a lui. Io annuisco sorridendo, felice della novit,
ma ancora pi felice per la sua reazione. Se la nave  una donna, allora luomo  il mare. Viene
rispettato per la sua profondit, lampia portata e limmensa potenza.  una cosa in superficie e un
milione di altre cose sotto. Mi piace quello che c sotto. La felicit. Hajime prova la parola "padre"
come se fosse una giacca nuova ed  orgoglioso di come gli sta. Yoshiko e Kimi imitano il suo saluto
rivolgendosi a un ufficiale di passaggio.  diventato il loro gioco. Lui finge di rincorrerle e loro ridono
simulando innocenza. Anche se non lo capiscono, catturano la sua costante attenzione finch qualcuno
non gliela ruba. Torno subito dice Hajime, e sparisce tra la folla. Si avvicina a un tipo corpulento con
i capelli brizzolati che spuntano da sotto il berretto. Ha laspetto di una rana toro, con un collo cascante
e le labbra che si stirano in una vaga espressione arcigna. Un minuto dopo i due uomini si dirigono
verso di noi.  il suo comandante? Gli occhi a fessura mi sezionano, freddandomi. Gli rivolgo
comunque un inchino ossequioso, sperando che lui rispetti il nostro matrimonio celebrato secondo la
tradizione shintoista e acconsenta a firmare. Non registra n ricambia il mio saluto. Osservo il suo volto
e quello di Hajime per ricavare qualche indizio e cerco di immaginare quello che si stanno dicendo.
Hajime gli sta spiegando che vivremo qui? Che non voglio un biglietto per lAmerica? Le bambine
ridono, cos mi volto. Un gruppo di ragazzini si diverte a stuzzicare dei gabbiani pigri con pezzettini di
pane di sesamo. Possiamo? chiedono allunisono Yoshiko e Kimi. Annuisco e torno a rivolgermi
verso Hajime.  impegnato a parlare. Il suo comandante, invece,  impegnato a guardare altrove, con il
peso spostato in avanti come se fosse pronto a fare uno scatto. Hajime gli ha confessato che
probabilmente gli dar una figlia? Avr importanza se sar cos? Perch devessere tutto cos difficile?
Le bambine strillano attirando di nuovo la mia attenzione. Alcuni gabbiani audaci si tuffano per
strappare qualche boccone dai loro palmi aperti. Sbattendo le ali, si calano stridendo e suscitano le
risate delle piccole. Quando guardo alle mie spalle, Hajime si sta dirigendo verso di me e il comandante
 gi schizzato via. Che cosa ha detto? chiedo mentre lui si appoggia al parapetto di fianco a me.
Firmer? Sollevo le sopracciglia, speranzosa. No, ma continuer a lavorarmelo. Hajime si toglie il
berretto, si passa una mano tra i capelli e se lo rimette. Quando pensi che arriver esattamente? La
sua fronte  solcata da rughe di preoccupazione.  come se ora, assorbita la notizia del lieto evento,
emergessero tutti i timori e le ansie. Alzo le spalle. Il nostro Uccellino dovrebbe nascere a febbraio,
ma devo ancora avere la conferma del medico. C un ospedale della Marina vicino alla base. Ti
fisser un appuntamento quando torno. Si risistema il berretto e riprendiamo a camminare.
Bambine! Faccio loro cenno di seguirci, poi mi affianco a Hajime. Parla pi con se stesso che a me.
Ma se dovessi assentarmi per settimane? Come facciamo se succede qualcosa? Oppure se... Volta di
scatto la testa verso di me. Devo assicurarmi che tornare indietro non sia un problema. Che cosa
vuoi dire? Corrugo la fronte. Perch dovrebbe essere un problema tornare? Cricket, tra un paio di
mesi sar congedato. Il mio periodo di servizio finisce in ottobre e dovr tornare negli Stati Uniti per il
congedo definitivo, ricordi? E sapevamo che se il comandante non avesse firmato i documenti non
avrei potuto far domanda per ottenere un visto matrimoniale. S, ma puoi chiedere un visto
lavorativo. Giusto. Ma questo richiede tempo e dovrei trovare unazienda disposta a garantire per
me. Prima avevamo tutto il tempo davanti a noi, ma ora? Il suo sguardo preoccupato si posa sul mio
punto vita. Mi fermo. Ma ora siamo sposati. Il tuo comandante deve firmare. Le bambine corrono
davanti a noi. Stavolta sono loro a farci segno di seguirle. Continuer a insistere. Hajime mi d una
strizzatina alla mano e riprende a camminare. E se non lo far, studier qualche altra soluzione,
daccordo? Ho un moto di scoraggiamento. Avevamo parlato delle difficolt connesse al suo ritorno
in patria, sapevo che ci sarebbe voluto tempo, ma non pensavo a quanto un figlio in arrivo avrebbe
cambiato le priorit. Raggiungiamo il punto in cui siamo saliti a bordo. Le bambine continuano a fare
domande che io traduco, ma non  pi divertente come prima.  anche ora di congedarci. Yoshiko e
Kimi salutano con un inchino, poi mi aspettano al molo, poco distante dalla passerella. Io e Hajime
siamo fermi contro il corrimano della sponda della nave. Poich le manifestazioni daffetto in pubblico
sono tab, soltanto le nostre spalle si toccano. Io, con le mani aggrappate alla ringhiera di metallo.
Hajime, appoggiato sugli avambracci, si sporge torcendosi le mani. I gabbiani scendono in picchiata,
curiosi di vedere se abbiamo qualcosa da offrire. Delle piccole onde lambiscono dolcemente la fiancata
della nave. Gli scolari ridono e ci sfrecciano intorno, ma noi restiamo in silenzio. Siamo pesci che
vedono tre lati di una rete tirata in barca. Anche se spingiamo il nostro sguardo verso il mare aperto, ci
sentiamo in trappola, stretti dalle fibre intrecciate. Due settimane sono troppo lunghe dico alla fine.
Lo so. Hajime si sposta per guardarmi dritto negli occhi. Ti ho lasciato del denaro nella valigia, ma
se hai bisogno di qualcosa, chiedi a Maiko e Eiji. Li ho pregati di occuparsi di te. E al mio ritorno
sistemeremo tutto quanto, compresi gli appuntamenti con il dottore, okay? Le sue parole sono cariche
di preoccupazione. Lo rassicuro dicendo che cosa far durante il periodo in cui lui sar via:
approfondir la conoscenza dei nostri vicini, render la nostra casetta pi accogliente e conter i giorni
che mi separano dal suo ritorno nelle mie braccia. Davanti agli altri ci comportiamo come i burattini di
legno in uno spettacolo di bunraku, mentre le nostre vere identit stanno nellombra, nascoste in tristi
abiti neri con il cappuccio. Vorrei dire molto di pi  Ti amo, mi mancherai, ho paura  ma un dono
personale e la sua storia dovranno bastare. Mi slaccio il foulard di seta che porto intorno al collo.
Quando mio padre partiva per un viaggio daffari, ci portava sempre dei piccoli doni da terre lontane.
Faccio scivolare tra le dita la striscia di seta bianca e rossa. Quando mi regal questa sciarpina dipinta
a mano, sapevo che aveva fatto un errore. Era troppo da adulta, troppo raffinata, per una bambina
ancora cos piccola. Forse laveva pensata per Okaasan. "No" disse. " per te. Per la donna meritevole
che diventerai." La porto sempre, sperando di onorare le sue aspettative. La raccolgo in mano e la
offro a Hajime. Amandoti come tua moglie, credo di poterlo fare. Hajime raddrizza le spalle e scuote
il capo. No, non posso accettarla.  troppo importante.  un dono di tuo padre. Gliela poso sul palmo
aperto e gli chiudo le dita, indugiando con la mia mano sulla sua. Consapevole del suo valore, ti
garantisco che torner intatta. Attraverso le sue palpebre socchiuse, cerco il suo sguardo. Insieme a
te. Gli occhi di Hajime brillano perdendosi nei miei. Un lampo che rivaleggia con lo scintillio delle
pietre incastonate nella famosa Blue Street di Yokosuka, dove ci siamo incontrati per la prima volta. E
in questo modo  come se fossimo soli. Non ci sono passeggeri vocianti, n voli in picchiata di
gabbiani, n sciabordio di onde contro lo scafo. Ignorando regole e protocollo, mi attira a s. Mi posa
un bacio sulla testa. Un altro sulla tempia. Una promessa sussurrata allorecchio. Ti amo, ora e per
sempre, Cricket. Mi aggrappo forte a lui e alle sue parole, sperando che risponda al richiamo verso
casa esercitato dalla forza gravitazionale della luna del nostro Uccellino.
17
America, oggi
Parcheggiai la Caddy di pap nel vialetto di casa, raccolsi le borse della spesa e aprii la porta del suo
appartamento. Sono tornata. Le parole echeggiarono nellambiente semivuoto. Indugiai per un
istante sulla soglia, sorpresa dal fatto che mi fosse sfuggito quel saluto abituale. Emisi un sospiro
esausto ed entrai. Al posto di mio padre che guardava la partita di baseball davanti al televisore con il
volume troppo alto, cerano degli scatoloni e un silenzio assordante. Le sue cose erano state in gran
parte imballate e smistate. Quanto alla sua vita, a parte i dati relativi al suo arruolamento in Marina,
non avevo molti altri spunti da approfondire se non le sue storie, che erano il motivo per cui, tornando a
casa, mi ero fermata in cartoleria e avevo speso una piccola fortuna. Avevo fatto scorta di puntine da
disegno, promemoria adesivi, pennarelli cancellabili e tre cartine. Una del mondo e due del Giappone:
la prima indicava le strade, la rete ferroviaria e le citt in dettaglio, e laltra era una mappa di grandi
dimensioni come quelle usate in classe dallinsegnante di geografia. Era larga quasi due metri, con i
rilievi perfettamente illustrati e una speciale rifinitura plastificata che permetteva di scriverci sopra.
Usando una sedia della cucina come sgabello, appesi per prima la grande mappa del Giappone sulla
parete nuda del soggiorno. Accanto vi posizionai la cartina stradale dettagliata e, sopra, il planisfero.
Fissai con le puntine la lettera di mio padre, le foto dei suoi compagni di bordo e, nascosta sotto, quella
della donna con il kimono bianco, poi feci un passo indietro per avere una visione dinsieme. Una
parete investigativa era uno strumento abituale del mio lavoro di giornalista. Contrassegnare i vari
luoghi e attaccare i risultati delle mie ricerche con le puntine  in questo caso, il passato di mio padre 
mi avrebbe aiutato ad avere un quadro generale della situazione e a focalizzarmi sulle possibili
connessioni. Avrei iniziato con ci che sapevo per certo. Pap era stato in servizio attivo dal 1954 al
1957. Si era imbarcato sulla USS Taussig e, con questa, aveva attraversato lo Spartiacque continentale.
Indicai sulla mappa la Linea internazionale del cambio di data nelloceano Pacifico, poi individuai la
base navale statunitense sulla penisola a Yokosuka e segnai anche quella. Ma quali informazioni
potevo trarre dai racconti romanzati di mio padre? Guardai la puntina che contrassegnava la base
navale. Pap diceva che al cancello dingresso, dove era solito incontrarsi con la sua ragazza, cera
unenorme ancora che pesava oltre 20 tonnellate. Trascinai il tavolo della cucina in mezzo al soggiorno
per usarlo come scrivania improvvisata, poi presi il portatile e cercai il sito della Marina. Da ragazzina
avevo insistito per capire. Ma se lancora era cos grande e pesante, come ha fatto a finire sulla
terraferma? Un terremoto mi aveva prontamente risposto mio padre. Un terremoto cos potente
che ridest un gigantesco mostro marino da un sonno che durava da mille anni. Quando si svegli,
inghiott il porto e le sue navi con uno sbadiglio. Pap sosteneva che lancora era lunica cosa rimasta.
Forse avrebbe dovuto diventare scrittore. Ridevo da sola mentre scorrevo la galleria di foto della
Marina militare sul sito: una portaerei impiegata di recente, uno sportello per il cambio valuta,
uninsegna che indicava un complesso residenziale e  mi sentii gelare  una massiccia ancora nera.
Eccola l. E anche se non raggiungeva laltezza di un grattacielo come mi ero immaginata da ragazzina,
seppur inclinata, era comunque pi alta del cancello. Solo che non si trovava pi allentrata del porto.
Secondo quanto riportato nella didascalia, era stata trasferita allingresso del Womble Gate nel 1972.
Aggiunsi una puntina sulla mappa. Pap avrebbe inventato una storia fantastica su come lavevano
spostata. Il mio sguardo si pos sulla foto della donna con il kimono bianco. Dovevo avere la conferma
che il kimono era, in effetti, un abito da sposa, altrimenti non sarebbe stato compatibile con il racconto
di mio padre di un "matrimonio sotto un albero secolare". Mi rimisi al portatile e cercai kimono da
sposa tradizionale giapponese, e nel giro di pochi secondi trovai parecchi riscontri. Lo stesso tessuto
bianco e il copricapo a mezzaluna riempirono lo schermo. Contrariamente alla foto di pap, queste
erano perfettamente nitide e rivelavano intricati motivi, intessuti nellabito con un minuzioso ricamo
lungo gli orli imbottiti. Le didascalie specificavano che quel tipo di kimono, chiamato shiromuku,
veniva utilizzato spesso nelle cerimonie celebrate secondo il tradizionale rito shintoista dei famosi
templi vicini a Tokyo. Era qui che mio padre aveva assistito a un matrimonio? Alcune di quelle foto
erano state scattate nella capitale. Eccitata da questa scoperta, cercai luoghi di culto a Tokyo e ne
scoprii decine: alcuni erano dotati di giardini elaborati, altri di musei e monumenti commemorativi per
i caduti in guerra, e quasi tutti vantavano un albero secolare. Tokyo si conquist una puntina, anche se
non avevo individuato nessun tempio in particolare. Cosaltro? E la Blue Street dove pap si era
avventurato, aveva visto quella ragazza e si era innamorato di lei allistante? Le mie dita danzarono
sulla tastiera, e con una semplice ricerca delle parole chiave Blue Street di Yokosuka, la storia di mio
padre prese vita. Sorrisi perch trovai la risposta davanti agli occhi, proprio come laveva descritta lui.
Una scura strada asfaltata con pietre bianche e blu incastonate, che scintillavano disegnando un fiume
di luce. Era naturale che mio padre si fosse chinato a toccarle: anche in foto quello scintillio dava
lillusione del movimento. Nel racconto completo dellincontro nella Blue Street di mio padre, tutto
partiva dalla passerella di sbarco e si dipanava attraverso la citt come il sentiero del Mago di Oz, ma la
strada che trovai io era dritta e stretta e non risultava collegata con il molo. Una piccola esagerazione,
dunque, ma esisteva davvero. Proprio come lo Spartiacque continentale, lncora gigantesca e la sposa.
Segnai il luogo sulla carta, poi indietreggiai leggermente e rimasi a fissarla incantata perch, come
Dorothy, ero stata sbalzata in un altro mondo. Un mondo familiare. Un mondo cui mio padre
apparteneva. Per la prima volta da quando avevo letto quella lettera, provai di nuovo un senso di
armonia. Attraverso le sue storie, pap, luomo che conoscevo, era tornato, e osservando quella mappa,
lo vedevo ovunque. Se soltanto avessi potuto dimenticare la lettera e tutto ci che implicava. Lo
volevo. Avevo il disperato bisogno di parlare con lui. Di capire. Continuavo ad arrovellarmi intorno
alle stesse due domande. La lettera di mio padre era un tentativo di lavarsi la coscienza o il rimpianto
per una vita condizionata da circostanze sfortunate? Desideravo ardentemente che si trattasse della
seconda possibilit, che tutto ci che sapevo di lui si confermasse vero, ma il suo segreto mi scuoteva
fin nel profondo e per ricostruire le mie certezze avevo bisogno di prove. Le mie ricerche per non
stavano portando a nulla, e sebbene le storie di mio padre conservassero un fondo di verit, non mi
davano le risposte che stavo cercando. E se non le avessi mai trovate? Il mio sguardo cadde sulla busta
fissata sotto la mappa. Avevo gi controllato lindirizzo pi volte solo per scoprire che il numero civico
non esisteva, ma mi sembrava ragionevole supporre che la citt dellindirizzo fosse quella corretta.
Localizzai Zushi sulla costa opposta alla base e misi una puntina sulla mappa. Si trovava a non pi di
dieci minuti di treno. Ma negli anni Cinquanta? Poco dopo ebbi la risposta. La stazione di Zushi era
stata inaugurata nel 1889, e anche se i tempi di percorrenza erano piuttosto lunghi, i collegamenti
esistevano. Piazzai unaltra puntina e, con uno spesso pennarello rosso, tracciai una linea che univa
Zushi alla costa opposta. Era una cittadina di mare piuttosto piccola, il che mi sorprese. Secondo la
storia che mio padre aveva intitolato Un t con il re dei mercanti dellimpero, cera una vecchia casa
tradizionale dimenticata dal tempo. In unarea cos ristretta quante case tradizionali potevano essere
rimaste? Tornata al mio portatile, digitai case tradizionali a Zushi, Giappone, e mentre scorrevo i
risultati, ricordai le parole di pap. La sua casa era in cima a una collinetta e mi aveva detto che lavrei
riconosciuta dal tetto con le tegole curve di terracotta.
Quando gli avevo chiesto perch le tegole erano curve, lui mi aveva risposto che era per tenere lontani
gli spiriti maligni, perch i demoni si spostavano soltanto lungo linee rette. Dopo aver sentito quella
storia, girai in tondo per giorni, prendendo la sua spiegazione alla lettera. Risi dentro di me. Eccomi
qua, pensai, una donna adulta alla ricerca di una casa che rispondesse alla precisa descrizione fatta in
un racconto. Ma ne valse la pena. Le foto mostravano degli edifici di Zushi con il tetto a coppi, ma
nessuno di questi era una casa isolata e non tutti erano vecchi. Due erano stati convertiti in ryokan, o
locande tradizionali, e tre erano stati rimessi a nuovo come ristoranti. Poich tutti gli edifici avevano il
tetto a tegole curve, stampai tutte e cinque le immagini e le fissai alla parete sotto la mappa, ma doveva
esserci un modo pi facile. Mi serviva qualcuno che conoscesse la zona, qualcuno in Giappone che
avrei potuto chiamare per porgli delle domande, ma chi? Yoshio Ito del "Tokyo Times". Mi rianimai
immediatamente. Avevo collaborato con lui per un pezzo sulla sicurezza dei reattori nucleari
giapponesi e unaltra volta quando il leader del Partito Democratico era caduto con laccusa di aver
incassato tangenti. Anche se non viveva vicino a Zushi, Yoshio parlava la lingua, e in qualit di
cittadino giapponese e giornalista accreditato poteva avere accesso ad archivi che a me erano preclusi.
Scannerizzai la busta dopo aver coperto il numero di casella postale di mio padre con un nastro, poi
mandai una mail a Yoshio chiedendogli un aiuto in via confidenziale per localizzare la propriet. Non
aggiunsi altro. A parte qualche scambio in chat, le risorse condivise e una corrispondenza via mail per
motivi di lavoro, io e Yoshio eravamo due estranei, e questa era una questione personale. Udii un
tuono. Avevo perso la nozione del tempo e il pomeriggio aveva attenuato la sua luce. Sbirciai fuori
della finestra. Un gocciolone di pioggia, e subito dopo un altro, schizzarono sul selciato. La Caddy!
Lavevo lasciata fuori con la capote abbassata. Rovistai tra le chiavi di pap e mi precipitai fuori.
Proprio mentre entravo in garage si aprirono le cateratte del cielo. Gocce pesanti presero a battere
violentemente sul cemento e a tempestare le grondaie come centinaia di pugni rabbiosi. Con il cuore
gonfio di nostalgia, scesi dallauto e, con le mani affondate in tasca, restai a guardare lacquazzone.
Unestate io e mio padre eravamo fuori in cortile quando eravamo stati sorpresi da un temporale
improvviso come questo. Lui aveva ritirato le sedie da giardino nel garage in attesa che il tempo si
sfogasse e aveva imbastito una storia sui miei disegni a gessetto, che si scioglievano formando fiumi
color pastello che scorrevano lungo il vialetto di casa. I lampi rischiaravano il cielo. Aprii una delle
sedie pieghevoli che mio padre usava in giardino e presi posto in prima fila per contemplare lo
spettacolo. Si stava perdendo un temporale con i fiocchi, e io avevo perso lui. Dopo un po mi alzai,
premetti il pulsante di chiusura del garage e rientrai in casa lanciando il mazzo di chiavi sul bancone
dellingresso. Un gesto che avevo fatto almeno una decina di volte nellultima settimana, eppure rimasi
gelata, gli occhi fissi sulle chiavi. Erano quattro. Quella dellappartamento, la coppia originale per la
Caddy e una per un lucchetto. Il magazzino.
Circa un anno dopo la morte di mia madre, pap aveva deciso di ritirarsi in una casa pi piccola e si
era trasferito in una residenza per anziani. Ci eravamo sbarazzati di gran parte dei mobili, degli attrezzi
da giardino e degli oggetti di uso quotidiano che non gli servivano pi, ma aveva traslocato il contenuto
della soffitta in un magazzino. Era accaduto anni prima, e me ne ero completamente dimenticata. Pochi
minuti dopo, con la borsa in mano, ero sulla porta, pronta a uscire di nuovo.
18
Giappone, 1957
Il sole veleggia alto e fiero sopra le nuvole simili a merletti, un oceano bianco e vaporoso con lievi
onde drappeggiate a cascata.  un pomeriggio perfetto nel piccolo villaggio, eppure avverto la tempesta
imminente. Mi torco le mani, luna dentro laltra, e guardo il cielo socchiudendo gli occhi.  stata una
lunga settimana e me ne aspetta unaltra senza Hajime. Oggi, ovunque posi lo sguardo, vedo i presagi
della nonna. Sono soltanto sciocchezze, prodotto della vecchia saggezza popolare, ma ieri sera non
sono riuscita a catturare un ragno dentro casa e cos non ho potuto liberarmi dalla sfortuna che la sua
presenza portava con s. E stamattina si  rotto un cinturino dei sandali zori, il che annuncia influssi
malefici incombenti. Mi sforzo di ignorare questi segnali e mi concentro sui bambini che si radunano
intorno alla sgangherata scaletta esterna di casa mia. Ogni giorno ne arrivano sempre di pi per seguire
le mie lezioni di inglese improvvisate. Compresi i figli di Maiko, Tatsu e Yoshiko. Linglese viene
insegnato a scuola, ma nel villaggio nessuno ci va, proprio come aveva sottolineato Kiko. Questo mi
addolora, ma rafforza la mia determinazione a cambiare le cose. Poich Hajime mi insegna linglese
colloquiale invece delle frasi da imparare a memoria che vengono proposte in classe, i bambini avranno
il vantaggio di imparare entrambi i registri. Quando incontrai Hajime per la prima volta, ci parlammo in
inglese, ma non riuscimmo a comunicare veramente. Era sabato, giorno della Terra, ed ero andata con
Kiko a Yokosuka. Lo avevo visto accovacciato e sembrava intento a cavare le pietre dal selciato. Certo
che quellamericano era proprio strambo! Io e Kiko ci avvicinammo, divertite. Ma quando lui alz lo
sguardo, rimasi rapita da quegli occhi blu come le pietre che davano il nome alla strada. Arigatogo
disse. Grazie? Kiko mi diede un colpetto eloquente con il gomito e non trattenne una risatina. Prego?
dissi in giapponese. Ah... Un ampio sorriso si apr lentamente sul viso di Hajime scavando delle
fossette sulle guance abbronzate. Inglese? Si strofin la mascella spigolosa. Watashi wa
hanasenai... Inglese? Non sa parlare inglese? Che cosa? Io e Kiko ci scambiammo unaltra occhiata.
Lei non sa parlare nemmeno il giapponese gli dissi nella mia lingua. Stavolta rise anche lui, ma era
ovvio che non aveva capito la battuta. Caspita, sei proprio una bambolina. No replicai in inglese
mostrandogli i capelli. Sono una ragazza. Naoko. Tatsu, il bambino di Maiko, mi strattona la gamba
distogliendomi dai miei ricordi. Stiamo insistendo su questo punto da pi di unora. Really... ri-li
compito lentamente, articolando bene per mostrare come si forma la parola con la bocca. In giapponese
non esiste la lettera "L", e questo  fonte di grande confusione. Ri-l-l-lli. Ra-li dice Tatsu con un
sorriso trionfante. S, bene. Mi arrendo dandogli un colpetto sulla testa. Sebbene sia molto pi
piccolo, con i suoi occhietti svegli e le ciglia lunghe, mi ricorda Kenji. Ha un ciuffo ribelle di capelli
che si rizza sulla fronte e non sta fermo un secondo. Il paragone mi riempie di nostalgia per la mia
famiglia. Sono sicura che anche il mio fratellino muore dalla voglia di vedermi. Ho chiesto a Hajime
come ha fatto a portare qui Okaasan senza che la nonna e le sue volpi spione se ne accorgessero. Un
gran sorriso gli ha illuminato il volto. Ho trovato anchio un volpacchiotto mi ha risposto. Uno cui
piacciono le figurine di baseball e che sente molto la mancanza della sua sorella maggiore. In questo
momento mi mancano entrambi. Forse potrei fare una scappata a casa in segreto? Guardare Kenji che
torna da scuola? Lavevo gi fatto una volta. Se parto adesso... Mi blocco. Arigato, gozaimasu,
Sensei. I bambini mi salutano a turno con un inchino. Ricambio il gesto, commossa dalla gratitudine
che esprimono per il tempo che ho dedicato loro. Ma sono io a essere riconoscente. Il tempo  una
creatura inflessibile che si diverte a provocarti. Quando sei felice, spiega le ali e vola. Quando sei in
attesa, si trascina nel fango con passo lento e pesante. I bambini mi aiutano a superare questo tratto
faticoso. Sei una brava maestra, Naoko! mi urla Maiko mentre raccoglie i panni stesi. Tatsu le corre
incontro ripetendo Ra-li-Ra-li-Ra-li! come un allegro ritornello. La ringrazio chinando la testa. Sono
una maestra? Il pensiero  un seme, piantato per dopo. In questo momento ho un disperato bisogno di
avvertire lintimit della mia famiglia, anche se soltanto da lontano. Il treno sferraglia sotto il mio
sedile mentre contemplo il paesaggio che mi sfreccia accanto sottoforma di chiazze di verde. Fra indice
e pollice faccio rotolare rametti di lavanda che ho raccolto lungo il tragitto per la stazione. Sono le
foglie che trattengono la fragranza, e le strofino sulla mia pelle per poi portarmele alle narici e goderne
il dolce profumo. Che giornata. Mi lascio sfuggire un sospiro, raccolgo le mani in grembo e osservo i
miei sandali. Ho dovuto di nuovo sistemare il cinturino prima di partire. Un altro cattivo auspicio. Non
bisognerebbe rammendare i vestiti prima di uscire di casa. Ma tutte queste premonizioni di fortuna o
sfortuna sono sciocche superstizioni. Mi alzo e aspetto che il treno si fermi completamente prima di
scendere, quasi inciampando per lemozione di rivedere la mia famiglia e la mia casa. Gli alberi che
fiancheggiano la strada mi danno il benvenuto con i loro alti rami che stormiscono nella brezza. Il sole
gioca malizioso tra le foglie, ancora caldo. Ancora felice. Il gracchiare di un corvo mi ferisce le
orecchie, e alzando lo sguardo colgo il brillio del suo occhio. Mi volto dallaltra parte. Un altro cattivo
segno. Questi presagi mi perseguitano. Cammino con gli occhi a terra fissandomi i piedi e cercando di
concentrarmi intensamente su pensieri piacevoli. Penso al matrimonio e alla notte damore che lha
seguito. A questa bambina, quella che spero di portare in grembo. Alla nave di Hajime e al fatto che
mancano solo sette giorni prima che lo riporti a casa. I sassolini di ghiaia schizzano lungo la strada
sotto il peso di unauto. Unauto? Anche se leconomia giapponese  in crescita, le automobili sono
rare, perfino tra le persone abbienti. Pap non ha ancora preso in considerazione leventualit di
acquistarne una. Mi sposto di lato per lasciarla passare, poi mi fermo di colpo.  un carro funebre. Non
lelaborato miya con il tempietto rosso e oro sul retro, ma il modesto furgone usato per trasportare un
corpo nella camera mortuaria. Stringo il pollice nel pugno per precauzione. La parola "pollice" in
giapponese si traduce come "dito dei genitori", e nasconderlo significa volerli proteggere. Una
superstizione, certo, ma non oso sfidare nemmeno questa. La minacciosa sensazione che fin da
stamattina si  insinuata dentro di me come un rivolo dacqua ora si  trasformata in unonda
travolgente. Guardo il furgone procedere lungo il tratto che ho appena percorso provenendo dalla
stazione. Poi mi volto, terrorizzata. Da dove viene? In cima alla collinetta ci sono soltanto tre case. Una
di queste  la mia. Mi sento venir meno. Forse non significa nulla. Forse  la suocera vedova della
nostra cara vicina di casa. Ma forse ... Una vampa mi sale alle orecchie, il battito cardiaco accelerato
dal panico. I miei piedi cominciano a rimettersi in moto. Un passo, poi un altro e un altro ancora. Mi
spingono avanti sempre pi velocemente fino a trasformarsi in una corsa affannosa. Il cinturino riparato
alla meglio si slaccia. Mi tolgo il sandalo e continuo a correre. Arrivata in cima alla collina, mi fermo,
senza fiato, con un piede nudo. Il cuore martella contro le costole. Ecco la mia casa, calma e silenziosa.
I miei occhi sezionano ogni dettaglio. Lesterno... ben curato. La porta... appena socchiusa per far
entrare laria fresca. Latmosfera tranquilla... sono sicura che la nonna sta sorseggiando il suo t in
giardino. S, forse in fondo  tutto a posto. Ci sono tracce di pneumatici per terra. Mi chino e raccolgo
la ghiaia smossa tra le dita. Non ci sono dubbi sulla loro direzione. Li seguo e mi portano fino a casa. I
passi che ho fatto tra la cima della collina e la porta dingresso di casa mia non sono registrati nella mia
memoria. Nella mia mente vedo soltanto dei guizzi, uno sfarfallio di immagini che mi tormenteranno
per il resto della vita. Sbatto le palpebre e fluttuo attraverso il tempo. Sono sotto il portico. C una
lanterna bianca appesa, simbolo di morte. Ora sono sulla soglia. Un lamento. Singhiozzi. Chi? Mi
copro le orecchie con le mani. Voglio farlo smettere, cacciar via tutto questo. Due ombre si muovono
allinterno. Nonna e mamma sarebbero le uniche a casa. Taro? Pap? Oh, non Kenji. Per favore, non...
Le dita tremanti si infilano nella fessura della porta socchiusa. La apro. Mio padre si volta. Ha gli occhi
rossi sotto la fronte aggrottata. Gonfi di commozione. Quando si posano su di me, le labbra si
contraggono in un moto di sorpresa, poi si stringono per soffocarlo. Il pianto  quello della nonna. 
ingobbita e si tiene la testa tra le mani, il fragile corpo scosso dai singhiozzi. Mi chino per togliermi
laltro sandalo, poi corro ad abbracciarli. Altri flash si imprimono nella mia memoria. La cucina vuota.
La camera da letto vuota. Laltra stanza. Il giardino? I piedi nudi sul pavimento freddo. La nonna grida
il mio nome, ma io sono gi fuori. Corro trafelata lungo il sentiero ma  come se mi muovessi al
rallentatore. La ghiaia mi si conficca nei piedi scalzi. Volto la testa freneticamente in ogni direzione.
>Okaasan? Il suo nome esce dalle labbra e si strozza in gola. Urlo il nomignolo di quandero
bambina: Haha!  un grido acuto. Lacerante. Disperato. Dov?  sola e sta piangendo? Taro ha
avuto un incidente? Ti prego, Kenji no. Attraverso il giardino correndo come una pazza, accecata dalle
lacrime, cercando. Langolo del t dove ho presentato Hajime  vuoto. Il giardino zen a est, dove io e
Okaasan ci confidavamo i segreti. Il tempietto a ovest. Oh! La mia mano sale a tappare la bocca
spalancata.  gi coperto con la carta bianca per allontanare gli spiriti impuri della morte. Taro. Lo
scorgo mentre scende dalla collina con Kenji. Rimango paralizzata nel vederli. Sono insieme. Nonna e
pap sono in casa. Sento il sangue affluirmi alla testa. Sto per svenire. Non c abbastanza aria.
Haha! Il suo nome mi squarcia i polmoni. Non ricordo di essere rientrata in casa. Ma eccomi qui. La
cucina vuota. Il t di Obaachan  intatto, i piatti sono sul tavolo. La stanza da letto vuota. Quella dei
miei genitori odora di patchouli e legno di sandalo.  una fragranza terrosa e umida, come il giardino
dopo la pioggia. Un tavolino pieno di fiori. Li ho gi visti prima? Mio padre  uscito e sta andando
incontro ai ragazzi. Tutto procede al rallentatore, come se fossi sottacqua. Mia nonna  in piedi in
mezzo alla stanza principale. Piange disperata, con le mani sul volto e le spalle che tremano. Ha i
capelli in disordine. La crocchia sulla nuca  spostata da una parte e alcune ciocche qua e l si sono
sfilate prendendo strane direzioni. Mentre mi avvicino, lei abbassa le mani e lascia indugiare le dita sul
mento. Gli occhi sono gonfi di dolore. Mi tremano le labbra mentre cerco di formulare la domanda per
ottenere la risposta che le mie orecchie non sono in grado di sopportare. La nonna annuisce prima
ancora che io chieda. Non  vero. Scuoto la testa. No. No. No. Il cuore... No! Agito le braccia in
aria per respingere le sue parole. Mi allontano da lei e le urlo contro: No! Non  morta! Non pu
essere morta. Mi afferro i capelli con le mani e tiro. Tiro forte, li strappo alla radice per trasferire il
dolore altrove, perch ho bisogno di sentire qualcosaltro. Qualsiasi altra cosa. Non sta accadendo
davvero. La nonna dice qualcosa, ma io sono troppo distante, troppo chiusa in me stessa per sentire. Mi
dondolo sui talloni, avanti e indietro, la testa affondata tra le braccia, il cuore che sanguina. Com
possibile che sia morta? Piango, in preda alla disperazione, annaspando e inghiottendo aria tra un
singhiozzo e laltro. Mi sento soffocare e cado in ginocchio, straziata. Spingo la lingua contro il palato
e serro la gola per impedire che le urla escano dai polmoni gonfi. Mia nonna si avvicina. Le afferro le
gambe e urlo inginocchiata ai suoi piedi versando fiumi di lacrime. Lei mi accarezza piano i capelli, ma
sono inconsolabile. Mia madre  morta.
19
Giappone, 1957
Il tempo non fa discriminazioni. Non gli importa se siamo felici o tristi. Non rallenta n si affretta. 
una creatura lineare che viaggia in una sola direzione, costante anche nel dolore. Oggi  il giorno del
funerale di Okaasan. Ne ho seguito soltanto uno in vita mia ed ero ancora una bambina. Ricordo le
parole di mia madre: La morte  soltanto un passaggio. Siamo qui oggi per onorare la vita del defunto
e aiutarlo a superare la soglia e andare oltre.  quello che ho detto a Kenji ieri sera quando 
sgattaiolato nella mia stanza. La sua espressione addolorata rispecchiava i miei pensieri. Non voglio che
lei passi oltre. Voglio che resti qui con me. Una distesa di crisantemi estivi bianchi copre la zona pi
ampia del tempio e altri incorniciano laltare. Il loro profumo delicato fluttua nellaria come un velo
polveroso, si confonde con lincenso al legno di agar e diventa sempre pi penetrante di minuto in
minuto. Normalmente il profumo del durame resinoso  piacevole. Ma qui, al chiuso,  un odore
nauseabondo che si incolla alla pelle, agli abiti, alla memoria. La nonna  seduta accanto a me e
indossa un kimono da lutto completamente nero. I capelli sono raccolti accuratamente in una crocchia
rotonda e i suoi occhi sono vuoti. Come i famosi draghi cinesi dipinti di Andong, sono privi di luce e il
loro spirito  spento. La ascolto mentre fa scorrere avanti e indietro i grani del nenju, il rosario
buddista. Le sue labbra tremano di parole silenziose. Pap e Taro sono rigidi e composti, con
unespressione rassegnata. Mi hanno permesso di partecipare alle esequie di Okaasan perch si
aspettano che io rimanga a casa. Loro due devono occuparsi degli affari, la nonna  avanti con gli anni,
e poich la mia famiglia non riconosce il mio matrimonio, Kenji ora  affidato a me.  rannicchiato
sotto il mio braccio e fissa nel nulla. Con quel vestito scuro, ha pi laria di un adulto che quella di un
bambino di nove anni. La mia colpa  imperdonabile. Non sono degna di prendere il posto di Okaasan.
Avverto dei passi ovattati lungo la navata centrale. I partecipanti alla cerimonia sfilano davanti a noi
uno dopo laltro, inchinandosi e offrendo incenso allaltare. Un rituale che sembra durare allinfinito.
La famiglia di Kiko presenta i suoi rispetti, ma la mia amica si rifiuta di guardarmi. Serro la mascella. Il
senso di colpa mi rode le viscere. Il sonno  fratello della morte e io ho bisogno della sua compagnia.
Vorrei essere da qualsiasi altra parte. So che le mie lacrime non troveranno conforto, quindi tanto vale
non versarle. Alzando lo sguardo, vedo la famiglia Tanaka allontanarsi dallaltare e venire verso di noi.
Satoshi.
I capelli tirati indietro evidenziano i lineamenti spigolosi e gli occhi espressivi, e labito formale gli
dona. Ha laria di un moderno uomo daffari. Fisso i suoi piedi quando passa per andarsi a sedere dietro
di noi. La sua famiglia probabilmente sa che ho scelto un americano e quale divisione ha creato la mia
decisione. Per provare una pena diversa dalla vergogna, conficco lunghia di un pollice nel polpastrello
dellaltro con cos tanta forza da farmi uscire il sangue. Mi sento bruciare la nuca per il timore del
giudizio di Satoshi. Una mente consapevole del peccato commesso  la prima accusatrice di se stessa, e
lassenza di Hajime non fa che peggiorare le cose. Si staranno chiedendo dov in questo momento?
Kenji si asciuga il viso quando il sacerdote buddista inizia a salmodiare massime dal sutra. Tutto si
confonde. Il monotono clic clic clic dei grani del nenju della nonna, il borbottio sommesso dei presenti
assorti nelle loro preghiere e le parole dellofficiante che descrive limmensa beatitudine destinata a
coloro che dimorano lass. Tutti questi suoni vanno e vengono in un alternarsi confuso. Sono irrigidita
in uno spaventoso senso di vuoto. Poich non ero presente negli istanti che hanno preceduto lestremo
congedo da Okaasan, non ho osato chiedere a mio padre o a Obaachan quali oggetti personali le sono
stati messi accanto nella bara. Avevano aggiunto le tradizionali sei monete per facilitare il
traghettamento sul fiume Sanzu? Il Sanzu  il fiume che i morti devono attraversare per arrivare
nellaldil. Le virt dimostrate durante la vita terrena determinano le modalit di passaggio alla vita
celeste, e ci sono soltanto tre possibilit. Un ponte, un guado poco profondo e una rapida infestata di
serpenti. Grazie alla sua condotta esemplare sulla terra e a un cuore senza macchia, Okaasan si sarebbe
di certo servita del ponte. Le lacrime di Kenji mi bagnano la spalla. Lo stringo pi forte a me e gli
sussurro parole di conforto mentre annunciano il nuovo nome di Okaasan per concludere la cerimonia.
 la lunghezza a determinare il prezzo, e pap ha pagato una piccola fortuna per renderle onore
degnamente. Dobbiamo chiamarla con la versione abbreviata di questo nome per essere certi di non
risvegliare il suo spirito dal luogo di beatitudine in cui si trova ora. Io vorrei riportarla indietro in
questo stesso istante. Kenji e io ci facciamo da parte mentre i partecipanti al rito funebre escono
sfilandoci davanti.  un mare di colore nero. Abiti neri, kimono neri e stati danimo altrettanto cupi. Il
signor Tanaka scambia qualche parola con pap e Taro. La moglie si inchina davanti alla nonna e le
sfiora la mano con un lieve tocco. Nessuno mi degna di uno sguardo, tranne Satoshi. Io abbasso la testa
e poso gli occhi sul suo abito, concentrandomi sul tessuto. Lui si china verso Kenji, ancora aggrappato
al mio braccio. Se hai bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, rivolgiti a me, daccordo? E la prossima
settimana riprendiamo a giocare a pallone, intesi? Non scordartelo. Kenji si limita ad annuire, ma poi
alza il mento assumendo unespressione coraggiosa davanti al suo nuovo amico. Un grammo di tempo
non si pu comprare con un grammo doro, Naoko. Non puoi riportarlo indietro, n farlo scorrere
veloce, devi essere forte... Satoshi sospira. Mi dispiace tanto, davvero. Lacrime silenziose
continuano a rigarmi le guance. Come faccio ad averne cos tante? Le tampono cercando di trattenerle.
Desidero parlarti in privato mi sussurra Satoshi in inglese. Alzo il mento di scatto, sorpresa. Lui
capisce senza che io dica una parola. Annuisce. Quando te la senti, Naoko. Sono passati due giorni
da quando sono tornata a casa e ho scoperto che Okaasan era morta. Un giorno dal suo funerale, dal
rinfresco serale e dalla rituale separazione delle ossa e delle ceneri. Soltanto poche ore dalla sepoltura.
Kenji piange mentre scappa via per la seconda volta, con i suoi piedini che cercano di superare in
velocit la verit che lo insegue. Darei qualsiasi cosa per dimenticare questa scena. Mi strazia lanima,
la fa a brandelli. Taro e pap, sotto il portico, aspettano che torni, con lo sguardo vuoto fisso sul filare
di alberi. Riordino la cucina, dove la nonna sta cercando conforto in una tazza di t. Mi osserva al di l
del tavolo. Vuole parlare. O meglio, vuole che io la ascolti. Io ascolto lacqua che scorre, invece. I
piatti sono abbastanza puliti, ma li risciacquo di nuovo per tenere a bada i miei pensieri ossessivi. C
una sorta di intimit nellacqua. Si modella su ci che la circonda, eppure muta la forma di ogni cosa
nel corso del tempo. Piego le dita sotto il getto e guardo verso il tavolo. La nonna inarca le sopracciglia.
Pallida. Il kimono di seta nero contrasta con il pallore della sua carnagione, trasformando il suo viso in
una tetra maschera di cera. Ci sono persone che pescano e altre che si limitano ad agitare le acque
sentenzia, poi si schiarisce la gola con un colpo di tosse. Le sue allusioni mi agitano. Vuoi dellaltro
t, Obaachan? No, va bene cos. Si porta la tazza alle labbra sottili e mi scruta da dietro il bordo. Le
sue pupille, piccole e fisse, sembrano quelle di una volpe appostata per catturare la sua preda. So bene
che ha molte cose da dire. La rispetto e le voglio bene, ma la mia pazienza  al minimo. Con un sospiro
di frustrazione, inclino la testa di lato, come a segnalarle che pu iniziare. Satoshi  ancora interessato
a te, Naoko. Ha la voce roca per i pianti e i gemiti di dolore. S, labbiamo visto mentre ti consolava,
come dovrebbe fare un buon marito con sua moglie. Il cuore mi martella nel petto. Obaachan non si
fermer qui. Posa la tazza e picchietta il bordo con un dito. Dov il tuo gaijin adesso che hai bisogno
di lui? Mi si chiude lo stomaco. Satoshi si  comportato da amico perch mio marito, che mi ama e
che sar affranto quando scoprir quello che  accaduto, non  raggiungibile. Questo  tutto. Sa
almeno del bambino... mmh? Gli occhi della nonna si stringono come per esprimere partecipazione,
ma il tono  duro. Quindi sono tutti al corrente? Certo. Okaasan aveva detto che pap aveva dei
sospetti e scommetto che la nonna  in parte coinvolta. Le sue volpi mi hanno di nuovo messo nel
sacco. S. Gli ho parlato di questa possibilit dopo che ci siamo sposati. Faccio un passo verso di lei,
con una ciotola in una mano e lo strofinaccio nellaltra. Dovevi vederlo, era cos felice! Mi volto
indispettita e torno ai piatti, poi chiudo il rubinetto e mi metto ad asciugarli. Li strofino con cos tanta
energia che riesco quasi a specchiarmici. Quindi lui ritiene accettabile lasciarti in quel posto, nelle tue
condizioni? Bah... Agita una mano per scacciare il pensiero. Quel posto  la mia nuova casa.
Lamore pu vivere in una modesta casetta con il tetto di paglia cos come in un palazzo, Obaachan.
Oh, quellamore ha avvelenato tua madre. Lha fatta a pezzi. No! Un impeto di rabbia mi esplode
dentro e mi attraversa la spina dorsale. Punto la ciotola nella sua direzione, non posso pi tenermi tutto
dentro. Tu non sai tutto ci che credi di sapere, Obaachan. E tu cosa sai, bambina? ribatte mia
nonna con aria sprezzante. So che Okaasan sosteneva me e la mia scelta di sposare Hajime.  venuta a
trovarmi il giorno del matrimonio. Mi ha perfino portato il suo shiromuku perch lo indossassi! Mi
avvicino con aria battagliera. Lo sapevi questo? La nonna alza il mento. Tiene lo sguardo fisso
davanti a s e inspira dal naso, visibilmente irritata. Poi, con le narici dilatate, sbotta: Che sciocca. Lo
sappiamo tutti. Le sue parole suonano sferzanti come un colpo di frusta. Quando tuo padre lha
saputo,  stata proprio la sua furia a far fermare il cuore debole di tua madre. Che cosa? Mi sento
torcere le viscere, i crampi mi attanagliano lo stomaco. S, per colpa tua conferma mia nonna come
se mi avesse letto nel pensiero. Per colpa del tuo egoismo, Naoko. Mio padre, appena entrato,  in
piedi sulla soglia. Sobbalziamo entrambe. Il mio sguardo guizza immediatamente verso di lui. Ora mi
ascolti ringhia, la voce bassa e laria risoluta. Trattiene a stento la potenza della sua sfuriata. Si
avvicina. Tu sei come la cuoca sbadata. Prendi tutto quello che ti pare dal giardino della vita e lo tagli
frettolosamente per farne una zuppa. Ma proprio come quella cuoca, nella fretta, catturi un serpente e
metti dentro alla pentola anche quello. Poi costringi tutti a bere il tuo miscuglio velenoso. La testa
mozzata del serpente fluttuava nella scodella di tua madre, Naoko. Era troppo per lei da mandare gi.
Sta parlando di questa bambina e di Hajime. Sta parlando del mio matrimonio. Sta parlando di me.
Sono responsabile di un conflitto cos grave da aver causato la morte di mia madre. Sono uno tsunami
di emozioni. Mi sento mancare la terra sotto i piedi. Sta per arrivare unaltra grande onda. Vorrei
accartocciarmi sul pavimento e prepararmi allimpatto. Naoko? La vocina di Kenji  cos esile.
Naoko! Si precipita da me passando davanti a mio padre, e io mi sento sopraffatta. La mareggiata mi
travolge. I miei occhi si incatenano a quelli di mio padre. Kenji affonda il viso nel mio petto e io lo
avvolgo tra le braccia per stringerlo a me, ma non piango. Inghiotto il mio dolore per lenire il suo.
Unaltra contrazione mi attraversa le viscere. Mi piego e mi poso una mano sul ventre. Oh! Oh, no...
Un altro forte crampo. Sento qualcosa di caldo tra le gambe. Obaachan?
La nonna mi ha fatto stendere e mi ha raccomandato di non muovermi finch non fosse venuta una
levatrice a occuparsi di me. Lho sentita dire a mio padre che sarebbe andata a chiamare una donna che
le doveva un favore. Molti sono debitori a Obaachan. Sono passate ore e prendo respiri profondi e
controllati per trattenermi dal piangere, ma dopo quello che  successo,  impossibile. Anche se le
lacrime sembrano essere interminabili, il sanguinamento  cessato. Ho cercato di dirlo a mia nonna
prima che uscisse, ma lei teme che, nel caso fossi incinta e dovessi avere un aborto spontaneo, possa
sopravvenire unemorragia. La sua preoccupazione  rivolta a me, non alla bambina. Dopo le dure
parole di accusa di mio padre, mi ritengo fortunata se qualcuno si preoccupa per me. Chiunque sia. Per
Kenji sono stata forte. Verso mio padre e Taro ho mostrato rimorso e rispetto. Nei confronti della
nonna sono stata premurosa. Con me stessa sono stata crudele. Mi immergo nel biasimo negandomi
ogni slancio di piet. Quando toccher a me attraversare il fiume Sanzu, non sar fortunata come
Okaasan. La sua morte ora macchia di sangue le mie mani e inzuppa i miei vestiti rendendoli pi
pesanti sulle mie spalle. Sto gi combattendo una dura battaglia contro unimplacabile corrente di
serpenti vendicativi. Il dolore allenta la presa a strappi. Questo  il disegno del cielo. Se non offrisse
momenti di sollievo, moriremmo accanto a coloro di cui piangiamo la scomparsa. Come un
interruttore, accende e spegne langoscia. Quando  accesa, veniamo strangolati dalla morte finch non
la sfioriamo a nostra volta. Quando siamo vicini al soffocamento, si spegne. Questo  il vuoto, la
vacuit del nulla.  qui che mi trovo ora, nella mia cameretta di un tempo, completamente anestetizzata
e in attesa di essere travolta dalla prossima onda. Ti prego, fa che la mia bambina stia bene. Ho gi
perso Okaasan e ora anche la bambina? Sarebbe un dolore troppo grande da sopportare. Le mie
orecchie colgono delle voci ovattate e uno scalpiccio, poi la porta scorre lasciando entrare la luce. Mi
asciugo le guance ancora bagnate di lacrime e mi volto verso mia nonna e la sua ospite. Questa 
Eyako. Sar lei a prendersi cura di te. Prima di uscire dalla stanza, Obaachan sussurra qualcosaltro
alla levatrice. Eyako chiude la porta. La lanterna che ha con s getta delle ombre cupe sul suo viso. Non
 vecchia come la nonna, ma deve avere una certa et. La sua fronte  solcata da rughe profonde che
non si spianano nemmeno quando sorride. Posa la lanterna sul pavimento e congiunge le mani.
Dunque, di quanto sei? Mi schiarisco la gola. Ho saltato tre... Scosta con cura il copriletto leggero
e mi sbottona la camicia. Per scaldarsi le dita le strofina un po insieme, poi le posa sul lieve
rigonfiamento del mio ventre. Preme delicatamente con mano esperta, prima in alto, poi in basso, e poi
ripete loperazione. Mi solleva la gonna e mi esamina sotto. Io guardo il soffitto e serro le palpebre. Ci
sono tutti i segni di una gravidanza di quattro mesi lunari dichiara coprendomi di nuovo. Le mie dita
stringono la coperta mentre studio il viso della donna in cerca di risposte. I nostri occhi si incontrano, e
lei mi d un colpetto sul braccio. Comunque sembra tutto a posto. C stata solo una piccola perdita e
qualche contrazione. Senti dolore? No. Emetto un lungo sospiro di sollievo. Questa bambina ha
voglia di lottare. Ma per sicurezza preferisco che ti visiti unaltra levatrice che pu sottoporti a esami
appropriati. Domattina presto ti trasferiremo nella clinica ostetrica, e l potrai riposare, daccordo?
Spalanco gli occhi, gi pieni di lacrime. Eyako mi d un altro colpetto sul braccio per rassicurarmi.
Dormi. Stai tranquilla. Se ne va com venuta, portando il lume con s. Altre voci sommesse, passi
felpati, e poi silenzio. Nella mente passo in rassegna tutti gli scenari possibili, ogni opzione praticabile
per la mia vita. Una vita che non  pi la mia. Ora appartiene a questa bambina, alluomo cui ho
affidato il mio cuore e a Kenji, il fratellino che devo trattare come un figlio. Come un figlio. Come
posso anche solo sperare di prendere il tuo posto, Haha? sussurro tra le lacrime. Nuove prospettive e
vecchie tradizioni mi tengono legata per sempre. Mio padre non accetter mai Hajime nella nostra
famiglia, e non posso strappare Kenji dallunica fonte di affetto che lui abbia mai conosciuto. E che ne
sar della creatura che porto in grembo? Ti prego, fa che stia bene.
20
America, oggi
Nel Midwest gli improvvisi sbalzi di temperatura possono rapidamente esplodere in una tempesta.
Avrei fatto meglio a evitare di affrontarne una mentre ero al volante, ma quando mi ero ricordata del
magazzino di mio padre, nemmeno un tornado di categoria cinque avrebbe potuto distogliermi dal mio
intento. I tergicristalli della Cadillac combattevano una battaglia persa in partenza contro quel rovescio
torrenziale. A rendere tutto ancora pi difficile, le gomme slittavano su un sottile strato dacqua e i
lampi creavano immagini persistenti che non abbandonavano il campo visivo. Avrei dovuto accostare,
ma ero determinata ad andare sino in fondo. Quando raggiunsi il magazzino, lacquazzone si era
placato trasformandosi in una pioggerella fitta e insistente. Mi sporsi dal finestrino per digitare il codice
di apertura del cancello, poi accesi gli abbaglianti alla ricerca della fila H e dellunit 101, ma era
difficile mettere a fuoco le indicazioni. Percorsi lentamente una corsia dopo laltra finch non trovai
quella che mi interessava. Dopo aver parcheggiato, individuai la chiave giusta nel mazzo e affondando
in un fiume di acqua piovana mi avvicinai alla porta chiusa con un lucchetto. Vi infilai la chiave e bast
un giro per udire lo scatto. Mi chinai e sollevai la saracinesca facendomi sgocciolare sulla testa lacqua
che si era accumulata in fondo. Quando la luce si accese tremolando, entrai, mi scostai i capelli bagnati
dal viso e mi guardai intorno. Da dove iniziare? Pap aveva un sistema preciso per catalogare le cose
che intendeva conservare. Non sembrava passato poi cos tanto tempo da quando avevamo trasferito
qui gli scatoloni dalla soffitta, eppure i teli protettivi erano coperti da uno strato di polvere. Ne tirai via
uno, e in un secondo laria stagnante assunse il carattere degli anni lontani e dimenticati. Mentre mi
muovevo tra due pareti di contenitori, le mie scarpe lasciavano le impronte bagnate sul pavimento di
cemento impolverato. Se non altro, il locale non si era allagato. Il primo scatolone conteneva le
trapunte fatte a mano dalla mia bisnonna, preziosi cimeli di famiglia frutto di un paziente lavoro e
consumati dalluso. Tirai fuori quella che era rimasta a lungo ai piedi del mio letto. Era una semplice
coperta patchwork fatta di riquadri bianchi e rosa, ma in ogni blocco di otto per otto i colori erano
mescolati secondo uno schema diverso. Quella coperta mi aveva tenuta nascosta dai mostri quandero
piccolina e confortato per le mie pene damore adolescenziali. Ora mi avrebbe riparato dal freddo. Me
la avvolsi intorno alle spalle e curiosai in un altro scatolone. Il servizio di porcellana di mia madre. Un
set di otto pezzi con il bordo argentato che era appartenuto a mia nonna e poi era passato a me, anche se
non lavevo mai usato. Richiusi la scatola, sapendo che con ogni probabilit non lavrei mai fatto.
Cerano poi parecchi contenitori di plastica pieni di decorazioni natalizie. Feci scattare la chiusura e
frugai in quella degli addobbi grigi, rosa e bianchi. Mamma era fissata con i decori in stile francese e
preferiva le tonalit pi delicate rispetto ai verdi e ai rossi sgargianti. Devo ammettere che quei colori
non convenzionali erano bellissimi. Prima della morte di mia madre avevano rallegrato ogni Natale e
ormai facevano parte della nostra tradizione di famiglia, ma da quando eravamo rimasti soli, pap non
laveva pi rispettata. Spostai il contenitore vicino alla porta del magazzino per portarli via decisa a
usarli. Rovistai tra altre decorazioni natalizie, riviste depoca, un altro servizio di piatti e un set di
valigie. Feci scattare i ganci di metallo dorato di ciascuna valigia, ma le trovai tutte vuote. Dietro cera
una scatola chiusa con un nastro da imballaggio su entrambi i lati. Era pesante, ma la trascinai al centro
della stanza per metterla sotto la luce. Pizzicai gli angoli del nastro per staccarlo, poi lo strappai via con
un colpo deciso. Quando sollevai i lembi, trovai un giornale a coprire il contenuto, ma non era stato
appallottolato per aggiungere imbottitura o protezione. Al contrario, era ben piegato e conservato con
intenzione. Larticolo in evidenza, intitolato La bambina dalle scarpe rosse, era accompagnato da una
foto che mostrava la statua di bronzo di una bambina con le trecce. Teneva in mano un fiore con lo
stelo e guardava loceano come se stesse aspettando qualcuno. Diedi una rapida scorsa al testo. San
Diego e Yokohama, citt gemellate situate sulle rive opposte delloceano Pacifico, hanno rafforzato il
loro legame grazie al dono di amicizia di Yokohama. "La bambina dalle scarpe rosse", situata
sullestrema punta di Shelter Island, vicino alla base navale di San Diego, ritrae unorfana giapponese
che  stata adottata da unamorevole coppia americana. La sua storia toccante ha ispirato prima una
poesia e poi una famosa canzone in Giappone. Il resto dellarticolo parlava soprattutto di come la statua
fosse un simbolo di alleanza fra Paesi, ma quando tirai fuori il cellulare e cercai informazioni sulla
bambina dalle scarpe rosse, trovai una storia diversa. Quella vera. La celebre poesia e la canzone
Scarpe rosse erano ispirate alle vicende della piccola, ma presentavano delle licenze creative. I versi
descrivevano la madre sul molo di Yokohama, intenta a guardare di nascosto la sua bambina  che ha
delle scarpette rosse ai piedi  mentre saliva a bordo della nave con dei forestieri dagli occhi azzurri.
Nella canzone la madre esprime a gran voce che ripenser al dolore del distacco ogni volta che vedr
delle scarpette rosse e si chiede se un giorno la figlia, guardando al di l delloceano, desiderer
colmare quella distanza. In realt la bambina era nata in un piccolo villaggio della vecchia Prefettura di
Shizuoka. La madre, nubile, trovandosi in difficolt con una figlia illegittima, si era trasferita e, quando
ne aveva avuto loccasione, si era sposata. Per assicurare una vita migliore alla bambina, il nuovo
suocero della donna aveva trattato ladozione della piccola con dei mercenari che lavrebbero portata
con s in America. Purtroppo per la bimba si era ammalata di tubercolosi  allepoca incurabile 
prima di imbarcarsi, e cos era stata dirottata in un vicino orfanotrofio, dove era rimasta fino alla morte
precoce allet di nove anni. La madre della bimba e il marito non seppero mai nulla. Alcune teorie
sostengono che il suocero avesse fabbricato la storia dei mercenari per tacitare la madre e che avesse
consegnato di persona la bambina in orfanotrofio. Mi rimisi in tasca il cellulare, confusa, e tornai a
osservare la foto della statua sul giornale. Perch la madre avrebbe rinunciato alla figlioletta? Ero
consapevole che la vita di una ragazza-madre doveva essere difficile allepoca, ma dopo il matrimonio,
la piccola non sarebbe pi stata considerata illegittima. Avrebbero potuto cambiare citt e nessuno
avrebbe saputo nulla. Ma poi capii. Forse la bambina era di sangue misto, proprio come la figlia di
pap. Era questo il motivo per cui aveva conservato larticolo, perch in quella vicenda trovava delle
analogie con la sua esperienza personale? Ripiegai il giornale con cura, lo misi da parte e guardai nella
scatola. Una sacca porta abiti piegata occupava lo spazio rimanente. La tirai fuori e la distesi sugli altri
scatoloni. La scritta in grandi lettere bianche diceva US NAVY. Feci scorrere la cerniera e aprii la
sacca. La divisa bianca da marinaio di mio padre. Separando gli appendini, tirai fuori soltanto la giacca.
Pap era davvero tanto esile? Sorrisi dentro di me, cercando di immaginarlo cos giovane.
Diciassettenne. Non era un ufficiale, ma lo stile delluniforme si avvicinava a quello di un graduato.
Bottoni argentati con il simbolo dellaquila, un sottile bavero a punta e tre righe bianche su fondo nero
sulla parte superiore della manica. Bench fosse stata riposta senza particolare cura, la divisa si
presentava bene. Spianai le pieghe profonde sul davanti, ma sentii un rigonfiamento allinterno. Feci
scorrere la mano lungo la fodera, poi infilai un dito a uncino nella tasca interna e frugai intorno. Un
fazzoletto appallottolato? Lo tirai fuori. No, non era un fazzoletto. Un sacchettino di seta bianca
ricamato con un filo color argento. Di quelli che si chiudono con un nastrino infilato nellorlo. Mi
tornarono in mente, fluttuanti, le parole di mio padre. E dentro, un unico seme di quellalbero maestoso
con un foglietto arrotolato.
Avevo il cuore in gola, e trattenendo il respiro, feci pressione sul sacchetto. Sentii frusciare il
contenuto. Non poteva essere. Con le mani tremanti, allargai la parte arricciata e quindi capovolsi il
sacchetto. Ne usc un foglietto arrotolato. Lo srotolai con estrema cautela. Stupefatta, rimasi a fissare le
parole. Le mie parole magiche. PER CAPIRE QUALE DIREZIONE PRENDERE,
DEVI CONOSCERE SIA LE TUE RADICI SIA LE TUE POTENZIALIT.
Anche questo era reale. Il che significava che la donna con il kimono bianco ritratta nella foto poteva
essere la sposa della storia che mi aveva sempre raccontato pap. Doveva essere cos. Ma lui aveva
specificato che il sacchettino di seta era stato scambiato invece degli anelli.  questo che aveva detto,
giusto? Perch quel sacchettino ce laveva lui? Lo osservai, rigirandolo tra le mani. Era uno di quei
doni che venivano distribuiti agli invitati come ricordo dellevento? La storia dellalbero magico che
conoscevo a memoria. Pap aveva aggiunto la parte del matrimonio quando era gi in ospedale. Ora
mettevo in dubbio quello che avevo sentito. Era assurdo. Controllai le tasche dei pantaloni ancora
appesi nella sacca. Niente. Ma scorsi qualcosa in fondo allo scatolone. Cera una busta. Non era
sgualcita come la lettera di mio padre, n altrettanto spiegazzata, ma vedendo quei simboli asiatici in
inchiostro rosso ormai familiari, ebbi subito limpressione che fosse importante. Presi un respiro
profondo, sollevai il lembo e sfilai il contenuto. Era un modulo scritto interamente in giapponese,
tranne la firma di mio padre e lintestazione. AFFIDAVIT DI MATRIMONIO
Osservai il sacchettino di seta, quello che, secondo il racconto di pap, sostituiva lo scambio degli
anelli, poi guardai il suo nome in calce al documento. Il suo nome su un certificato di matrimonio.
Scossi la testa, rifiutandomi di credere a quello che vedevo. Gli occhi si riempirono di lacrime. Aveva
detto di aver partecipato a un matrimonio sotto un albero maestoso. Era presente alla celebrazione. E in
quelloccasione aveva ricevuto le parole magiche. Non aveva detto che si trattava del suo matrimonio.
Aveva sposato unaltra donna prima di mamma? Ne era al corrente anche lei? Le lacrime ora
scendevano copiose sulle mie guance. La scoperta di una figlia segreta nel suo passato, unita alla
presenza di una moglie e al dolore che provavo era... davvero troppo. Continuavo a ripetermi le sue
parole. Prima di quella vita, ne ho vissuto unaltra.
Sarebbe pi semplice se tu leggessi la mia lettera.
Non era pi semplice. Perch la lettera non diceva se si era sposato, n dovera sua figlia, n cosera
accaduto. Non spiegava nulla. Non cera nulla di semplice in tutto questo. Pensai alla foto della donna
con il kimono bianco, a come fossi sempre riuscita a trovare degli elementi di verit in tutti i racconti di
mio padre, poi tornai a fissare la sua firma sul documento di matrimonio e quella sotto. Il cognome era
un po sbavato e restavano solo pochi simboli a formare il nome. Un momento. I giapponesi non si
firmavano prima con il cognome? Yoshio faceva cos. Mi asciugai gli occhi e guardai di nuovo i
simboli. Ce nerano tre, poi uno spazio prima di quelli illeggibili. Oh, Dio mio. Quello era il cognome
della sposa? Lavevo appena scoperto? Presi il cellulare, scattai una foto e la allegai a una mail
indirizzata a Yoshio con la richiesta di tradurre. Tenevo il documento in mano e fissavo quei caratteri
per me misteriosi. Abracadabra sussurrai, perch, come per magia, avevo finalmente trovato la
chiave che poteva aprire la porta sullaltra vita di mio padre. Il nome di quella donna.
21
Giappone, 1957
 scesa una nebbia fitta che copre il terreno come un manto. Mio padre ha impegni di lavoro e io devo
andare a fare le analisi, cos stiamo andando a piedi alla stazione insieme. Una volta arrivati ci
separeremo, perch lufficio di pap a Yokohama e la clinica ostetrica a Hiratsuka sono in direzioni
opposte. La foschia dipinge il panorama di colori smorzati che a tratti virano sul nero e non fanno che
intensificare il duro silenzio sospeso tra noi. Questa strada sembra non finire mai. Siccome sono
incinta,  mio padre a portare la piccola valigia che la nonna ha insistito per prepararmi. Ha detto:
Meglio avere un maglione e soffrirne il peso piuttosto che avere la pelle doca e soffrire il freddo. Io
soffro in ogni caso. Se mio padre era la roccia, Okaasan era lacqua tranquilla che, scorrendo, con il
tempo riesce a levigarla e modellarla. Ora lui si trova nel letto vuoto di un fiume prosciugato sotto un
sole cocente. Ha delle occhiaie evidenti e gli occhi divorati dal dolore. Siamo entrambi responsabili. Si
schiarisce la voce, ma non dice nulla. Soltanto le intriganti volpi della nonna chiacchierano. Giurerei
che, vedendoci passare, bisbigliano: Chi dir a Hajime dove sei? Che cosa penser quando verr a
sapere che ora devi occuparti di Kenji? E se perdi il suo bambino? Ho acconsentito ad andare in
ospedale per accertarmi che la creatura che porto in grembo stia bene, ma lansia mi divora. Calmati,
Naoko. La bambina sta bene. Hajime mi ama. Mostrer compassione per Kenji. Insieme potremo
discutere con mio padre cosa fare. Naoko. Pap rallenta e trascina il passo via via che ci avviciniamo
alla stazione, infine si ferma tirando un faticoso sospiro. Fa qualsiasi cosa ti dicano per salvaguardare
la tua salute. Non essere testarda. Siamo intesi? I nostri sguardi si incontrano. Il mio, colpevole; il suo,
pieno di compassione. Si preoccupa per me, ma la mia bambina? Chiederlo ora mi provocherebbe una
vergogna momentanea. Ma non chiedere sarebbe una vergogna per tutta la vita. Pap, io... Da dove
iniziare? Ho troppe cose da dire. La mia esitazione mi brucia loccasione. Mio padre distoglie lo
sguardo da me e torna a irrigidirsi. Mi volto per vedere che cosha catturato la sua attenzione. Il mio
cuore perde un battito. Satoshi?
Mi giro di scatto. Che significa? Pap alza la mano per placare la mia protesta. Satoshi crede che
tu ti sia ammalata e che il medico di famiglia non possa venire a casa a visitarti. Ti accompagner a
destinazione. Ma pap, io... Basta cos. La sua mano taglia laria. Non si discute. Il suo tono
torna ad assumere un risvolto severo quando pronuncia "la parola della gru", la sentenza finale emessa
da chi ha lautorit di dirimere una questione complicata. Esprimo la mia contrariet con lo sguardo,
restando in silenzio. Qualsiasi cosa dicessi, sarebbe soltanto uno spruzzo dacqua su una pietra
infuocata, uno sforzo inutile. Pensa a tuo fratello, a questa famiglia, e accetta. Pap posa a terra la
mia borsa e parla sottovoce, esasperato. Accetta, Naoko. Accetta. E lui, quando accetter Hajime e la
nostra bambina? Quando accetter me? Il treno corre lungo la costa scenografica della Baia di Sagami
fino alla ricostruita Prefettura di Kanagawa, dove si trova Hiratsuka, una cittadina quasi distrutta dodici
anni fa dai raid aerei alla fine della guerra. La sua posizione strategica e le sue vaste spiagge la
rendevano il terreno adatto per una massiccia invasione, ma la guerra era finita e ai residenti
sopravvissuti era stata risparmiata questa ulteriore umiliazione. Dopo trenta minuti io e Satoshi
scendiamo dal treno insieme a una piccola folla di passeggeri. Non gli ho rivolto la parola finora.
Perch hai accettato di accompagnarmi? gli domando piantando i piedi sulla banchina. Non dovresti
viaggiare da sola. Satoshi si passa la mia valigia da una mano allaltra, poi mi fa cenno di seguirlo
fuori dalla stazione. Quando ci apprestiamo a percorrere la via diretta che ci porter alla Take
Josan-sho, la Clinica Ostetrica Bamb, laria  ancora offuscata da un leggero velo di nebbia. Si
appiccica alle semplici strutture che fiancheggiano la strada principale della citt colorandole di un
grigio screziato. Ma cosa centri tu con quello che devo fare? gli chiedo adeguandomi al suo passo.
Non ho idea di quello che spero di ottenere. Forse di farlo arrabbiare, in modo che giri i tacchi, torni sul
treno e se ne vada. Forse solo perch ce lho con mio padre per avermi costretto a partire. Lo sai che
sono sposata? S, questo lo so. Satoshi si ferma e lascia passare un uomo in bicicletta a piedi nudi
prima di attraversare la strada sconnessa. E assecondi comunque la richiesta di mio padre? Ho
pensato che fosse inopportuno creargli imbarazzo risponde lui stringendosi nelle spalle. Sono io quella
in imbarazzo. Mi sento avvampare e poi ribollire di rabbia. Alzo il mento con aria di sfida. Sai anche
che sono incinta? Satoshi si blocca. Continua a guardare davanti a s. Gli giro intorno per poterlo
guardare dritto in faccia. Non sto andando dal medico di famiglia come ti ha detto mio padre. Devo
farmi visitare da unostetrica. Detto questo, con aria compiaciuta, riprendo a camminare. Ora Satoshi
pu andarsene. Mi volto per recuperare la mia valigia, ma rimango allibita. Lui  ancora alle mie
calcagna. Ragione in pi per avere un accompagnatore, non ti pare? Inarca le sopracciglia e mi
guarda. Soprattutto se il marito  assente. Con la valigia in mano, mi supera. Ma chi si crede di
essere? Mio marito  in missione a Taiwan, ma torner presto.  questione di giorni. Satoshi non 
meglio di Obaachan o di mio padre. Cerco di tenergli dietro scansando una donna con un bambino e un
anziano con un cappotto sdrucito. Lui mi guarda di sottecchi. Quindi non sai nulla? Sbuffa e si mette
la mano libera in tasca. Rallenta il passo. Mi chiedevo se tuo padre ti avesse informato.  questo di cui
volevo parlarti. Ricordi, durante il funerale di tua madre? Quel giorno per me  una macchia confusa e
mio padre non mi ha detto nulla. Il mio sguardo vuoto  una risposta eloquente. Non conosco i dettagli
della vicenda, ma le tensioni riguardo Taiwan si sono riacutizzate e una nave della Marina statunitense
di pattuglia  stata coinvolta in un accidentale fuoco incrociato. Quale nave? La domanda mi esce
di bocca senza neanche riflettere. Quale nave, Satoshi? Gli afferro lavambraccio, con il cuore in
tumulto, immaginando il peggio. Scuote la testa. Non ne sono sicuro. Ma non preoccuparti, pu
semplicemente comportare un possibile ritardo. Posa una mano sulla mia e la stringe. Io la tiro via
come se bruciasse, imbarazzata per averla posata l per prima. Ti prego. Satoshi d unocchiata al
mio ventre e sospira. Per il bene del bambino, accetta la mia amicizia e lascia che ti accompagni fino a
destinazione. Indica un punto pi avanti. Vedi? La recinzione della clinica  laggi. Alte stecche
dorate di bamb intrecciate insieme formano una barriera che si estende a perdita docchio. Guardo
Satoshi in tralice e serro la bocca pensando allimposizione di mio padre. Accetta. Per il bene del
bambino dico, e riprendo a camminare, preoccupata, attorcigliando una ciocca di capelli tra pollice e
indice. Naturalmente mio padre non ha fatto alcun cenno alle notizie sul conflitto che arrivano dallo
Stretto. Perch avrebbe dovuto farlo? In fondo, lui preferirebbe che Hajime non facesse mai pi ritorno.
Mi si accappona la pelle. E se davvero non tornasse? Laccesso alla clinica  segnalato da una tettoia a
travi sostenuta da staffe arrugginite. C anche una piccola campana Bonsho tipica dei templi buddisti,
con delle canne di bamb disegnate in rilievo, che i visitatori devono suonare per entrare, ma il
cancello  socchiuso. Satoshi lo spalanca, poi si scosta di lato per farmi passare. Per scrupolo, afferro
lasticella di legno e batto una volta prima di entrare. Come avviene con le grandi campane usate nei
templi, il suono grave e nitido riecheggia distante annunciando il nostro arrivo. Il sentiero ghiaioso e
accidentato si insinua come un serpente nella fitta vegetazione.  curato, le sterpaglie invadenti del
sottobosco sono sfoltite per mantenere in ordine il tracciato, ma labbondante manto di erba che copre
il terreno indica che non c molto passaggio. Procedo con estrema cautela, quasi inciampando in una
pietra sollevata. Satoshi mi afferra il braccio per sostenermi, ma io ho gi ripreso lequilibrio e ostento
di non aver bisogno del suo aiuto. Attraverso gli alberi scorgo le tegole di bronzo di un tetto. Strizzando
gli occhi cerco di mettere a fuoco altri dettagli. Pensavo che fosse una clinica. Sembra piuttosto una
normale abitazione. Satoshi si stringe nelle spalle. Non sa molto di queste cose, non pi di quanto ne
sappia io, almeno. Il sentiero a un certo punto scende bruscamente, inghiottendo sia la struttura davanti
a noi sia la strada alle nostre spalle. Sotto un pesante tetto di fogliame, entriamo in un mondo nascosto
e immerso nel silenzio, rotto soltanto dal trillare degli uccelli e delle cavallette verdi. E da
qualcosaltro: una specie di sussurro continuo. Piego leggermente il capo per ascoltare. Acqua. Appena
dopo una curva appare un ruscello in mezzo al verde. Saliamo sul ponticello di legno rosso e sostiamo
per guardarci intorno oltre il parapetto. La luce penetra dallalto illuminando il tranquillo flusso
dellacqua poco profonda e i suoi numerosi abitanti. Le carpe koi, grassocce e sicure, scivolano
tranquille, con le loro pinne simili ad ali dorate, bianche e nere. C molta pace qui. Le osservo, ma
lancio una rapida occhiata a Satoshi. Non soltanto ha capito il mio debole per Hajime, ma ha mantenuto
la sua parola tacendolo a suo padre per salvare i rapporti daffari delle nostre rispettive famiglie e
risparmiarmi lumiliazione. Poi viene a sapere che mi sono sposata e che sono gi incinta. Eppure mi
accompagna. Arrossisco di vergogna: il senso di colpa intacca la mia insolenza. Mi dispiace gli dico.
Anche se sono restia ad ammetterlo, apprezzo la sua compagnia e la sua amicizia. Lo guardo dritto
negli occhi. Ti sono grata per tutto, Satoshi. Anche per essere qui ora. E ti chiedo scusa. Il suo
sguardo rimane fisso sullacqua, lasciando che le mie parole continuino ad aleggiare tra noi. Mi
concentro sui pesci colorati, incerta su cosaltro dire. Lui appoggia gli avambracci sul parapetto
scheggiato e intreccia le mani. Non servono le scuse, Naoko. Non vuole le mie scuse? Irritata, mi
metto le mani sui fianchi e ribatto: Tu mi spiazzi con le tue opinioni. Ti sono grata, per... Per
continui a chiederti perch sono qui? Satoshi si gira per guardarmi negli occhi. S, capisco che tu
possa essere confusa dal mio comportamento. Ma non  lo stesso per me nei tuoi riguardi. Maschera
un sorriso. Conosco la tua vera natura fin da quando eri una bambina. La mia vera natura  egoistica.
Abbasso gli occhi per evitare di affrontare la sua critica. Ogni tanto ti vedevo alle feste aziendali con
la tua famiglia. Eri bellissima, come tua madre. Continuando a tenere la testa bassa, alzo lo sguardo di
colpo nel sentir menzionare Okaasan, animata da unimprovvisa curiosit. E una volta ti ho sorpresa
mentre rubavi i mochi. Ride. Te lo ricordi? Mi raddrizzo e lo guardo apertamente; il suo sorriso 
contagioso. Stavo rubando le tortine di riso? Ne avevi una in ciascun pugno. Si picchietta le
labbra. E una cornice di zucchero appiccicoso intorno alla bocca perch ne avevi mangiato altre
prima. Quando ti ho rimproverato, mi hai ficcato una tortina in mano e sei corsa via, poi ti sei voltata e
mi hai sorriso. Rido, ma non ricordo quellepisodio. Quando ti incontrai la seconda volta non eri pi
cos piccola. E ora... Lo sguardo di Satoshi indugia sul mio viso. Io guardo altrove. Sono sicura di
avere le guance in fiamme. La vedi? mi chiede chinandosi sul parapetto e indicando lacqua. Una
carpa koi gialla, grassa e pi grande delle altre, con dei segni neri sulla testa, ruota in tondo in mezzo al
ruscello. Annuisco. Vedi come ignora le altre? Saltella e si mantiene al centro anche se non le diamo
da mangiare. Mi ricorda il pesce di Rosetsu. Satoshi riprende a camminare. Era perseverante
commento seguendolo lungo il sentiero serpeggiante che ora  tornato a salire. Penso alla storia di
Rosetsu, che era venuto a trovarsi vicino a un laghetto popolato di carpe koi. Ne vide una saltare sul
ghiaccio per prendere un bocconcino che era caduto. Sbatt la testa, si tagli le pinne e perse molte
squame nel tentativo di recuperarlo, ma non si diede mai per vinta. Rosetsu rimase ammirato da tanta
determinazione. Satoshi mi guarda con la coda dellocchio e annuisce. Gi, io sono Rosetsu e tu
sei... Il pesce? Arriccio le labbra in una smorfia che esprime la mia delusione. Satoshi ride e poi
abbassa la testa. Perseverante. Intendo dire che sei tenace. E come Rosetsu, io ammiro i tuoi sforzi.
Continui a fare di testa tua, proprio come quando da bambina rubavi le tortine di riso. Le mie guance
si imporporano di nuovo, ma limbarazzo dura poco, sostituito dalla curiosit. Davanti a noi gli alberi si
aprono in una radura in fondo alla quale c una costruzione a un piano, con un portico di legno che
corre lungo tutta la facciata. Il giardino che la circonda, pur essendo ben curato,  privo di qualsiasi
ornamento. Stiamo per raggiungere lingresso quando una donna di mezza et ci viene incontro a
passetti veloci, come se ci stesse aspettando. Ha i capelli tirati indietro in una crocchia stretta e il collo
incassato nelle spalle. Fa saettare lo sguardo da me a Satoshi dietro degli occhiali dalla montatura
tonda. Sono Sato, la direttrice. Lei  Nakamura Naoko? Mi inchino. Ohayou, s, sono Naoko. Apro
la bocca per aggiungere qualcosa su Eyako, la levatrice che mi ha indirizzato qui, o sulla nonna, ma
non riesco a dire nulla. Perch la donna sta fissando Satoshi con tanta insistenza? I documenti? Ce li
ha? La donna mi porge il palmo aperto per farseli consegnare e intanto continua a studiarci
osservando prima me, poi Satoshi e viceversa. Oh, s. Certo. Prendo la busta di tasca e gliela mostro.
Lei quasi me la strappa di mano e la apre per contare i soldi. Ah... bene, allora pu entrare. Ma lui
no. Lancia un altro sguardo perplesso a Satoshi, poi si affretta a tornare nella clinica, e a noi non resta
altro da fare che congedarci. Posso aspettarti al cancello per riaccompagnarti a casa, se vuoi mi
propone Satoshi passandomi la valigia. Sono tentata, ma rifiuto lofferta. Hai gi fatto molto per me, e
potrebbero volerci delle ore dico ostentando unaria coraggiosa: Poi, con un leggero inchino,
aggiungo: Grazie per la tua gentilezza, Satoshi. Non la dimenticher. Lui ricambia il gesto.
Ricordati sempre che sei il pesciolino perseverante, Naoko. E sappi che io ammiro la tua tenacia. La
mia tenacia.
Incinta e sola, e ora con lansia di un possibile prolungamento della missione di Hajime, temo di
averne proprio bisogno.
22
America, oggi
Gira il mondo per cercare, ma torna a casa per trovare.
Mi venne in mente questa massima perch avevo esplorato il mondo digitale per trovare il significato
dei caratteri kanji dal salotto di casa. Ammesso che il mio appartamento si potesse chiamare casa. Per
assistere mio padre, avevo trascorso gran parte del mio tempo a casa sua anzich da me. E ora che era
morto, non ero sicura di voler rimanere in quella zona. Uno dei vantaggi del mestiere del giornalista 
che puoi scrivere da qualsiasi posto ti trovi. Neanche a farlo apposta, proprio in quel momento mi
arriv il suono inconfondibile di una melodia italiana dal corso dacqua che scorreva sotto casa. Anche
se vivevo nel Midwest, la citt vantava un canale artificiale che aveva la pretesa di ricreare latmosfera
e il fascino di Venezia. Lamministrazione comunale aveva perfino assunto un gondoliere del Vecchio
Mondo per intrattenere i passeggeri durante il weekend. Lo salutai con la mano mentre passava sotto il
mio balcone. Lui mi rispose toccandosi il cappello senza perdere una nota. Cantava sempre la solita
canzone, O sole mio, una storia che evocava amore, sole e giorni felici. Per capire il testo non serviva
traduzione. A differenza dei simboli giapponesi che avevo tentato di decriptare. Se i caratteri kanji non
formavano suoni, erano descrizioni vivide? Uno era costituito da una linea con un rettangolo
sovrapposto che ricordava una vela quadra, e gli altri due segni somigliavano a delle spade. Mi trattenni
dallistinto di contattare Yoshio durante il weekend per avere un aggiornamento, ma non riuscivo a
smettere di controllare le mail alla ricerca di una sua risposta. Ero come ossessionata, frustrata allidea
di dover aspettare. Se i caratteri kanji fossero stati digitali, avrei potuto fare copia e incolla nel browser
e ottenere una traduzione immediata. Provai varie applicazioni per ricavare una traduzione, ma non
riconoscevano i simboli. Allora cercai delle tabelle online, salvo poi scoprire che nel vocabolario
giapponese cerano 80.000 kanji. Perfino il grafico riassuntivo che mostrava quelli pi comuni ne
contava oltre 2000. Io ne avevo tre e nemmeno una corrispondenza probabile. Mi fregai gli occhi
stanchi per essere rimasti fissi troppo a lungo sul monitor, poi controllai di nuovo se Yoshio mi aveva
risposto. Niente. Sorseggiando un caff davanti alla finestra, osservai la gente che passeggiava lungo il
canale. Attraversavano la passerella pedonale di cemento a frotte, come banchi di pesci colorati che
nuotano tutti nella stessa direzione. Io non sono mai stata capace di seguire la massa. Anzi, andavo
controcorrente e seguivo la mia strada. Una testarda indipendenza che spesso mi ha messo nei guai.
Bevvi un altro sorso di caff e soffocai una risata. Tale padre, tale figlia. Scegliendo di sposare una
donna giapponese negli anni Cinquanta, pap era lesempio perfetto di chi prendeva "la strada meno
battuta". Un paradosso derivante da un fraintendimento della poesia di Frost. Secondo
uninterpretazione dellultima strofa, il viaggiatore riflette su come, nella vita, tendiamo a crearci delle
fantasie attribuendo un significato a qualcosa che in realt non  nientaltro che una serie di elementi
casuali. Mio padre confezionava delle storie, ma le sue scelte erano tuttaltro che arbitrarie. Aveva
scelto di sposare la ragazza giapponese, e aveva scelto di non condividere quella parte della sua vita
finch non aveva capito che stava arrivando la fine. Erano state decisioni consapevoli. E io dovevo
iniziare ad accettare questa realt. In base alle mie ricerche, laffidavit di matrimonio serviva come
prova legale di idoneit, quasi come una licenza. Richiedeva la firma di entrambe le parti, di un
testimone e del notaio, nonch il consenso scritto della famiglia se uno dei richiedenti era minorenne. Il
modulo recava la firma di mio padre, quella della sposa, un timbro in rilievo e unaltra serie di simboli
accanto a esso. Era il nome di un testimone o di un genitore. Ma perch i genitori della ragazza le
avrebbero dato il permesso di sposarsi quando, secondo la storia, non avevano nemmeno concesso a
mio padre di rimanere per il t? Pap aveva firmato la lettera come Hajime. Forse la famiglia non
sapeva che era americano. Che pasticcio doveva essere stato! Aprii il browser e cercai Hajime traduci
in inglese. Scoprii che significava "iniziare". Poi cliccai sullicona dellaltoparlante per sentire la
pronuncia. Ha-je-mit. Digitai James e ripetei gli stessi passaggi. Jam-a-se. Poi feci altrettanto
con Jimmy, il nomignolo di pap quandera giovane. Ji-me. Ji-me. Hajime. Conteneva il suo
nome, ma mi serviva quello della ragazza. Aprii la posta elettronica e controllai per lennesima volta se
cerano novit da Yoshio. Non trovando la sua mail, riaprii il grafico riassuntivo dei caratteri kanji e mi
rimisi al lavoro. La luce che filtrava dalle tende tirate del soggiorno di mio padre mi ricordava che
dovevo affrettarmi prima che arrivasse il furgone per ritirare quanto avevo stabilito di dare in
beneficenza. Ero nel suo appartamento da ore per caricare in macchina gli oggetti da cui non volevo
separarmi e trasferire in garage gli scatoloni rimanenti perch si potessero prelevare pi facilmente.
Dovevo ancora smontare i pezzi della mia parete investigativa. Dopodich avrei finito. Avrei spento le
luci e mi sarei chiusa alle spalle la porta dellappartamento di pap per lultimissima volta. Ma non ero
pronta a chiudere fuori la sua vita. Mio padre era morto, ma ero io a essere diventata un fantasma. Era
il mio lo spirito inquieto che vagava e non riusciva a lasciar andare le cose. Come avrei potuto farlo?
Come per una casa, costruiamo le nostre fondamenta sulla famiglia, e con lesperienza costruiamo le
nostre mura. Ma quando ci manca il terreno sotto i piedi comera successo a me? Il padre che credevo
di conoscere in realt era unaltra persona. La famiglia in cui ero cresciuta si era allargata per includere
un altro componente. Non importa let, una cosa del genere ti cambia la vita. E di certo aveva
cambiato me. Sapere quello che sapevo di mio padre doveva aver cambiato anche lui. Diedi unultima
occhiata alla grande mappa del Giappone. Poi, con cura, staccai gli articoli di interesse storico che
avevo stampato, le foto di mio padre in Marina con alcuni compagni di equipaggio, e quella della sua
sposina giapponese. Le infilai tutte in una busta per metterle al sicuro. Il passo successivo fu togliere le
puntine che segnalavano i luoghi in cui si erano svolte le vicende. Mentre lo facevo, ripercorsi le tappe
della vita di mio padre. Dalla cresta di unonda gigantesca nel punto in cui aveva tagliato lo
Spartiacque continentale, allenorme ncora posta allingresso della base, fino alla Blue Street dove
aveva incontrato lei per la prima volta, delineato il suo futuro e trovato lamore. Rimaneva una puntina.
La citt costiera di Zushi, dove, appena oltre il porticciolo animato, abbarbicata su una collinetta, si
trovava la casa tradizionale dimenticata dal tempo. Yoshio aveva ignorato la mia richiesta? Avevo
pazientato per tutto il weekend, e se qui era luned mattina presto, in Giappone era sera inoltrata. Tirai
fuori il telefono e aprii le mail, pronta a posare il dito su "Scrivi", vidi la sua risposta. Finalmente. Cara
Tori Kovac, ti auguro giornate piene di sole, ora che quelle piovose sembrano volgere al termine. Mi
scuso per aver tardato a risponderti, ma sono felice di poterti fornire alcune informazioni che spero ti
siano utili. Anzitutto, per quanto riguarda la traduzione che mi hai chiesto, posso dirti che
sta per Nakamura, che significa "villaggio medio" ed  uno dei cognomi pi diffusi in Giappone, pi o
meno come Jones o Smith in America. Quanto alla casa, sappi che in Giappone gli indirizzi vengono
assegnati in ordine cronologico in base alla data di costruzione, e a causa della rapida e costante
crescita di Zushi, i codici postali sono cambiati diverse volte. Come hai scoperto tu stessa, lindirizzo in
tuo possesso non esiste pi, ma secondo il mio contatto presso il dipartimento del Ministero del
Territorio, la casa s. Conto di avere presto una copia della registrazione ufficiale con lindirizzo
aggiornato. Tieni presente per che questo documento non rivela il nome del proprietario se la
propriet non  passata di mano, poich in Giappone la divulgazione dei dati relativi ai terreni e agli
immobili non  un obbligo giuridico. Tuttavia ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che si potrebbe
risalire al nome del proprietario controllando il pagamento della tassa sugli immobili, che in Giappone
 obbligatoria, o contattando direttamente gli attuali proprietari. Sarei lieto di informarmi per conto tuo
qualora desiderassi avere un colloquio con loro o visitare la casa. In attesa di un tuo riscontro, ti auguro
di rimanere sempre in salute. Cordialmente, Ito Yoshio   Presi a camminare su e
gi per la stanza, con la mente gi tre passi avanti. Il cognome della donna era Nakamura e Yoshio
aveva trovato la sua casa. Magari era ancora di propriet della famiglia. O forse no, ma se fosse riuscito
a mettersi in contatto con gli attuali proprietari, avrebbe potuto ottenere informazioni fondamentali.
Sorrisi tra me, inebriata dallidea, ma poi fui fermata da un pensiero: un colloquio. Mi passai la mano
tra i capelli e ve la lasciai. Avrei dovuto presentarmi fingendo di essere interessata alla propriet e alla
sua storia, e usare lo pseudonimo con cui scrivevo i miei articoli. Non era necessario svelare il passato
di mio padre, a meno che non mi venisse richiesto. Se si fosse trattato della stessa famiglia, sarebbero
stati disposti a parlarmi? Che cosa avrei detto a quella donna? Come avrei iniziato a spiegare? Aveva
parlato di pap a sua figlia? Abbassai la mano e provai a ragionare. Stavo scavando nella vita di mio
padre alla ricerca della verit, ma non mi sarei mai aspettata di doverla affrontare, n avevo considerato
ci che avrebbe significato per me. Avrei potuto trovare mia sorella. Chiss se somigliava a pap. Io
avevo i suoi stessi capelli scuri e folti che si arricciavano con lumidit, e bench i miei occhi non
fossero altrettanto chiari, erano pur sempre azzurri. Lo erano anche quelli di mia sorella?
Probabilmente no, ma avrebbe potuto avere la stessa fossetta sul mento e la mascella spigolosa. Magari
mi somigliava addirittura. Ripresi a camminare avanti e indietro in preda allagitazione, immaginando
mille scenari e possibilit. Mentre giocavo a palla con pap in cortile o correvo tra gli spruzzi
dellirrigatore per poi atterrare su uno scivolo ad acqua, lei cosa faceva? Cerano feste di compleanno
per lei e gite in macchina con la famiglia? Aveva avuto una vita serena? A me non era mai mancato
nulla perch mio padre, da piccolo, non se la passava bene. Insisteva sempre affinch mia madre non
badasse ai soldi quando faceva la spesa. Ricordo che la dispensa, il frigorifero e un congelatore extra in
cantina erano sempre straripanti perch sua figlia non avrebbe mai dovuto soffrire la fame. Anche la
bambina che aveva lasciato in Giappone era sua figlia, quindi aveva goduto dello stesso trattamento?
Forse ce lavevano con lui e sarebbero stati ostili nei miei confronti. Contrassi la mascella. Avrebbero
avuto delle buone ragioni, del resto. Pazienza. Staccai lultimo indizio dalla parete: la lettera di mio
padre. Contrariamente a lui, che, alzando lo sguardo dal selciato della Blue Street, aveva visto il suo
futuro negli occhi della ragazza, io lavrei guardata e le avrei consegnato la busta che conteneva il
passato di mio padre. Cos, leggendo le sue parole, avrebbe scoperto il rimpianto che lui portava nel
cuore. Forse era questo che pap voleva da me. Mi rigirai la lettera tra le mani. Se avessi saputo quali
segreti conteneva, come avrebbero rimodellato e colorato la mia visione del mondo, di mio padre,
lavrei aperta comunque? Rilessi ancora una volta le sue parole. Non ho mai avuto rimpianti per averti
amato. Ma per averti perduto? Per il come e il perch? Oh, quelli s. Tanti, tanti. Ero ancora in attesa
dei certificati militari di mio padre, ma quelli mi avrebbero potuto dare soltanto una conferma
dellavvenuto matrimonio. Avevo gi laffidavit, la lettera, un nome e, presto, anche lindirizzo, perci
cosaltro mi serviva? Il come e il perch. E per scoprire quelli occorreva un biglietto aereo. Dovevo
andare l di persona, una telefonata non avrebbe mai funzionato. E se la famiglia della donna aveva
ceduto la propriet della casa, i nuovi residenti avrebbero potuto darmi delle informazioni per aiutarmi
a rintracciare i Nakamura. Dovevo sapere. Dovevo farlo per mio padre e per me, ma come? Per
occuparmi di pap avevo attinto ai miei risparmi e lavorato saltuariamente. Mi sentivo un nodo in gola
quando pensavo alle mie condizioni finanziarie, alla montagna di bollette da pagare e a quanto si fosse
assottigliato il gruzzolo che avevo messo da parte. Non potevo permettermi quel viaggio. Guardai la
lettera di mio padre, la rilessi per lennesima volta, poi mi concentrai sullunica parola che contava:
figlia. Non potevo permettermi di non farlo.
23
Giappone, 1957
La clinica  grande, pulita e pervasa da un profumo piacevole. Legno di sandalo e chiodi di garofano,
forse. Una costante nuvola di vapore si alza dal brucia incenso di ceramica bianco. Pur essendo un
aroma gradevole, non mi piace. Non mi piace nulla di questo posto. Sono quasi tentata di fare
dietrofront e rincorrere Satoshi. Perch lho respinto quando si  offerto di aspettarmi? Arriva una
ragazza non abbastanza grande per essere sposata, ma in evidente stato di gravidanza. Ha unaria
dimessa e un taglio di capelli da bambina, corti con una frangia netta e pesante. Il suo kimono ordinario
le fa difetto sul pancione per poi cadere in modo goffo sotto la protuberanza. Nessuno la aiuta a
vestirsi? Non dice una parola, si limita a fissarmi con occhi grandi e incuriositi. Un urlo acuto
proveniente dal retro lacera laria. Mi volto di scatto in quella direzione e mi trovo davanti la direttrice
Sato. Cammina con passi affrettati asciugandosi vigorosamente le mani in un tenugui, un asciugamano
senza orlo. Oggi arriver un bambino dice in tono spiccio. Jin, accompagna Naoko nella stanza
libera. Poi si rivolge a me: Tu devi restare l, hai capito? Si volta senza attendere la mia risposta, ma
mentre si allontana blatera: E il padre del bambino non pu tornare a farti visita. Qui sono ammesse
soltanto le ragazze. Quindi pensa che Satoshi sia il padre?
La ragazza di nome Jin mi fa cenno di seguirla mentre le urla passano le pareti. Unaltra ragazza,
anche lei incinta, attraversa latrio con le braccia cariche di asciugamani. Ne incrociamo altre due. Mi
guardano con occhi pieni di curiosit. Una, pi o meno della mia et, ha un pancino appena visibile.
Laltra, come Jin, sembra vicina al parto, ma deve avere qualche anno in pi. Le urla mi si riverberano
nelle ossa. Non ho mai assistito a un parto. Poich aveva avuto una gravidanza difficile, Okaasan aveva
partorito Kenji in ospedale. Avverto una stretta allo stomaco. Vorrei che lei fosse qui ora. Vorrei che
mi facessero subito gli esami e mi mandassero a casa presto. Jin apre lultima porta del corridoio e si
scosta per farmi entrare. Poi la chiude e sparisce senza aprir bocca. La stanza angusta  delimitata da un
shoji, una parete divisoria in carta di riso. C un futon. Un tavolo. Un dipinto sumi-e che raffigura un
semplice stelo dalle foglie dentellate con ombreggiature uniformi. La luce tende al buio, evocando un
sommesso dialogo fra i due estremi. Le grida, nemmeno troppo attutite, continuano ad arrivare dalla
stanza vicina. Vado verso il sottile futon, mi siedo e mi strofino la fronte per liberarmi dalla tensione.
Poich la direttrice Sato  impegnata con il parto, non mi resta che aspettare. Le urla si fanno pi forti.
Mi distendo e resto in ascolto con gli occhi spalancati, fissando il soffitto. Le canne di bamb
intrecciate sopra di me. Le conto una ventina di volte, pensando alla mia bambina, a Okaasan, a
Hajime. Sta bene? Cosa  successo alla sua nave? Andr incontro a ulteriori ritardi? Prima ancora che
io arrivi a contare lultima fila di canne, gli strilli sono diventati sempre pi frequenti. Serro gli occhi
con forza e mi tappo le orecchie con le mani per non sentire quei lamenti strazianti che mi riecheggiano
nel profondo delle viscere. Mi copro la faccia per frenare le lacrime. Ho soltanto bisogno di sapere che
la mia piccola sta bene e di andarmene a casa. Sono esasperata dallattesa. La porta si apre. Ragazza.
Ragazza. Alzando lo sguardo vedo Jin, porta un vassoio con del cibo. Dietro di lei c unaltra ospite
che fa capolino dalla sua spalla.  lei a parlare. Non  altrettanto giovane e attraente, ma  tuttaltro che
scialba. Con quei capelli di media lunghezza acconciati in grandi onde e le labbra dipinte di un rosso
acceso, non passa di certo inosservata. Imbarazzata, mi tiro su e mi asciugo gli occhi. Sono qui soltanto
da poche ore e piango come i bambini che quelle donne stanno dando alla luce. Prego... dico
facendo cenno di entrare, poi mi passo una mano sulla camicetta per ricompormi. Jin tiene il vassoio al
di sopra del ventre ingombrante. Senza dire una parola, si inchina e me lo piazza davanti. Grazie
dico, ma lei mi ignora, gira sui tacchi e se ne va. Non farci caso. Non parla quasi mai dice laltra
ragazza.  prossima al parto e presto se ne andr, perci che importa? Senza attendere il mio invito,
si lascia cadere vicino a me e indica il cibo. T bancha al limone per farti stare meglio, e la direttrice
Sato mi ha detto di prepararti uno spuntino speciale. Vedi? Il mio pasto  costituito da udon freddi e
un brodino ristretto. Arigato gozaimasu. In effetti ho un certo appetito. Abbozzo un sorriso. Presto
avrai fame continuamente. Perci approfittane prima che la direttrice inizi a contarti ogni boccone.
Mentre parla, la ragazza si controlla le unghie staccando lo smalto rosso sbeccato. Non puoi prendere
troppi chili o verrai a costare troppo. La guardo con aria sorpresa, perch io non rester qui. Non
preoccuparti, io rubacchio sempre qualche extra e possiamo spartircelo. Oh, io sono Chiyo. Chiyoko,
non sono pi una bambina, no? Mi fa un gran sorriso scoprendo una dentatura irregolare, mentre si
picchietta il ventre arrotondato.  una discreta pancetta, e se dovessi fare una stima, direi che  al
quinto o sesto mese, ma non ne sono certa. Naoko, giusto? S, ho letto la tua documentazione.
Originaria di Zushi, famiglia benestante, e... Il sorriso scivola via dal suo volto, sostituito da una
smorfia sprezzante. Pare che tu abbia un bellissimo marito sbuffa arricciando il naso. Non mi
sorprende che la nonna abbia informato la levatrice del mio matrimonio.  per proteggere la mia
reputazione, oltre al buon nome della nostra famiglia. E sono sicura che ha chiesto a Satoshi di
accompagnarmi per far credere a tutti che mio marito  giapponese. Mi appiccico un sorriso sulla faccia
e cambio argomento. Allora, chi c qui dentro? Oh... Chiyo alza gli occhi al soffitto e si mette a
contare sulle dita le ospiti della clinica. Jin, la ragazza sempliciotta che hai gi conosciuto. Aiko, che 
come me, alla moda e moderna in tutto. Poi c Yoko, quella che sta urlando, quindi non dovrebbe
contare, e Hatsu. Fa roteare gli occhi. Hatsu  una rompiscatole, pensa di essere pi furba di tutte e
perci la ignoriamo. La bocca  lingresso principale di ogni sventura, cos mi limito ad annuire e a
riempirla di cibo prima di parlare e peggiorare la situazione. Chiyo si accosta. Io e te saremo le ultime
ad andarcene perch non siamo molto avanti nella gravidanza. Perci diventeremo grandi amiche,
giusto? Oh... Deglutisco in fretta. Le ultime ad andarcene? No, io resto qui solo per oggi, al
massimo fino a domani, se non mi pu visitare subito. La levatrice, Eyako, mi ha mandato qui per fare
degli esami e accertarmi che la bambina stia bene. Lei  qui? Le labbra rosso fuoco di Chiyo si
arricciano in una smorfia. Chi  Eyako? Lunica ostetrica  la direttrice Sato. Forse hai capito male.
Oh, s, pu darsi. Sorseggio il t cercando di nascondere il mio turbamento. Non importa, purch gli
esami confermino che la mia bambina  sana. Poi potr andarmene. Presto. Un altro urlo scuote la
clinica. Chiyo continua a parlare. Mi racconta che la sua famiglia  allantica e noiosa (tutti sono noiosi
per Chiyo), e che non le dispiace di aver dovuto abbandonare la scuola perch ha intenzione di andare a
Parigi, o magari in America. Sorrido, grata per la sua compagnia, ma stordita dalle sue chiacchiere.
Non accenna mai al suo bambino. Nessuna ostetrica viene a visitarmi. N Eyako, che Chiyo dice di non
conoscere, n la direttrice Sato, che  ancora impegnata. La ragazza che urla, Yoko, non ha ancora
partorito.  in travaglio da quando sono arrivata, e siamo a sera inoltrata ormai, poveretta. Le altre
ospiti della clinica sono state le mie uniche visitatrici. Entrano nella mia stanza a una a una per parlare
e tenermi docchio. Siamo sedute sul tatami, tutte e cinque pigiate luna allaltra, tutte incinte.
Dobbiamo essere un gruppetto curioso, viste da fuori. Io sono la nuova arrivata, al centro
dellattenzione per il tempo che ciascuna di loro impiega per inquadrarmi. Anchio cerco di farmi
unidea di loro. Chi  la pi gentile? Chi  la pi simile a me? Di chi devo diffidare? Anche se, visto
che presto me ne andr, che cosa mi importa? I lamenti che provengono dallaltra stanza continuano
ancora e ancora. Fendono laria con una forza gutturale tale da farmi rabbrividire. Attraverso i muri si
sente esplodere anche limpazienza della direttrice Sato. Spingi! grida sovrastando i gemiti della
partoriente. Devi spingere pi forte! Mi copro le orecchie. Non credo di voler partorire. Le ragazze
scoppiano a ridere. Chiyo  quella che ride pi forte. Trova che tutto quello che dico sia intelligente.
Ma non tutti quelli che ridono con te sono tuoi amici, perci tengo gli occhi aperti, non si sa mai. Chiyo
si avvicina a Jin, che siede davanti a me. La prossima sarai tu, Jin. Sentiremo finalmente la tua voce?
Emetterai almeno un piccolissimo suono? Jin non risponde. Le sue guance sono rosse per il costante
imbarazzo. Avr almeno quattordici anni? Forse  ancora pi giovane. Non oso chiedere come si sia
cacciata in questa situazione. Oh, s, urler eccome. Magari pi forte di tutte noi. Aiko  seduta in
mezzo. Con i suoi ventitr anni,  la pi grande ed  incinta di sei mesi e mezzo.  un tipo alla moda,
con i capelli impastati di brillantina e acconciati alloccidentale, come quelli delle ragazze che vedo
gironzolare intorno alla base americana. Non mi meraviglia che sia lidolo di Chiyo. Capisco che possa
esercitare un certo fascino. Quella ragazza  seducente anche da incinta. Se quello stile accentua i
lineamenti delicati di Aiko, per, mette in luce lassoluta mancanza di attrattive in Chiyo. Che pure fa
ogni sforzo per imitarla. Hatsu, quella che Chiyo giudica di una noia mortale, ha diciotto anni e sta
entrando nel settimo mese. Con i suoi zigomi alti e le ciglia lunghe,  molto graziosa anche senza
trucco, il che potrebbe spiegare la gelosia di Chiyo e il conseguente disprezzo nei suoi confronti. 
avvolta da un alone di tristezza. Hatsu d un colpetto sulla gamba di Jin. Non preoccuparti.
Scommetto che il tuo parto sar il pi facile. Jin annuisce in silenzio, poi si tira i capelli dritti e fini
dietro le orecchie, prima una e poi laltra. Allora, Naoko. Aiko guarda le altre ragazze, poi mi
pugnala con i suoi occhi truccati. Mi irrigidisco per un istante, intimidita dal suo tono e consapevole
che la sua bellezza  soltanto esteriore. Corre voce che tu sia gi sposata, e secondo Jin lui  un tipo
molto attraente dice con un sorrisetto affettato. Trascina la parola finale perch abbia maggiore
impatto su Jin. Io non ho detto questo! protesta Jin con le guance in fiamme, e prende un grosso
respiro. Che cosa? Cosa, Jin? la incalza Aiko invadendo il suo spazio con la mano a coppa
sullorecchio. Il suo atteggiamento scherzoso ha un che di provocatorio. Stai dicendo che sto
mentendo? Sono una bugiarda? Scommetto che hai mentito anche sul fatto che  sposata. Jin,
frustrata, abbassa lo sguardo e scuote la testa serrando le labbra. Grazie, Jin dico con un sorriso per
cercare di allentare la presa di Aiko su di lei e distrarre le altre. Anchio penso che sia attraente. E s,
Jin ha detto la verit. Sono sposata. Funziona, tutti gli occhi sono puntati nella mia direzione. Jin alza
lo sguardo, ma lo distoglie immediatamente. Io non credo nemmeno a lei dice Aiko a Chiyo, come se
le due avessero premeditato di mettermi in discussione. Non  diversa da tutte noi. Io sono
sposata. Scuoto la testa, confusa dalla piega che ha preso il discorso. Le grida di Yoko continuano a
riverberare attraverso le pareti, seguite dalle brusche esortazioni della direttrice. E allora perch sei
qui? mi chiede Aiko, poi si rivolge alle altre per cercare sostegno. Ho ragione? Vorrei mettermi a
urlare. Ho le guance in fiamme. Sono sicura che fanno a gara con quelle di Jin. Sono qui per fare dei
controlli. Ho perso sangue, delle piccole perdite in realt, ma Eyako, la levatrice, ha pensato che...
No sbotta Chiyo, facendo saettare gli occhi da Aiko a me. Lei intende perch sei qui? Ah, forse
lei lo ha incastrato. Forse il bambino non  il suo suggerisce Aiko con aria maligna. Prima che io
possa protestare, un altro urlo, pi forte e prolungato, squarcia la notte. Ci guardiamo tutte con gli occhi
spalancati. Segue una lunga pausa. Poi sentiamo dei vagiti. Rido.  come un campanellino. Se gli dai
un colpetto leggero, senti un tintinnio lieve. Se colpisci pi forte, ottieni un vivace scampanellio. E
questo bambino  pieno di energia. Sono qui. Richiede lattenzione di tutti. Mi copro la bocca con le
mani nascondendo un sorriso. Per il momento dimentico le accuse e avrei voglia di entrare in quella
stanza e dare il benvenuto a questa piccola nuova vita. Potremo prenderla tutte tra le braccia? Sarebbe
un diversivo piacevole e una buona occasione per fare pratica. Immagino il giorno in cui arriver la mia
bambina e quanto sar emozionato Hajime. Gi me lo vedo con un sorriso raggiante sulle labbra. Gli
stessi polmoni di sua madre dico, ma stavolta nessuno ride, nemmeno Chiyo. Il mio sorriso si spegne
mentre colgo le espressioni cupe delle ragazze. Tutte evitano di guardarmi tranne Hatsu, che non
nasconde pi la sua tristezza. Ha gli occhi pieni di lacrime. Mi sento accapponare la pelle. Che
succede? le chiedo protendendomi verso di lei. Mi risponde soltanto il silenzio. E c silenzio
tuttintorno. Inclino la testa per ascoltare meglio. Perch il bambino non piange?
Sono tutte raggelate e trattengono il fiato. Hatsu sospira. Il bambino sta poppando? Si sa, i piccoli
entrano nel mondo affamati. Un brivido agghiacciante mi percorre la spina dorsale. Il pavimento
scricchiola. Lo scalpiccio di passi rapidi si avvicina, e poi il suono si smorza via via che si allontanano.
Un altro scricchiolio e poi un pianto sommesso. Non  quello del bambino.  il pianto della madre.
Perch Yoko sta piangendo? chiedo con un fil di voce, ma le mie viscere urlano. Cos successo al
bambino? Cos successo al bambino? Voci soffocate che rimbalzano contro le pareti, poi passi
pesanti. Scruto il volto di ogni ragazza cercando risposte. Jin studia il pavimento. Hatsu fissa il vuoto.
Aiko e Chiyo si guardano e poi, senza parlare, si alzano tutte in piedi e si avviano alla porta. Aspetta.
Chiyo? Lei si volta mentre le altre escono. Le sue labbra rosse assumono una piega beffarda. Che
cosa pensi, Naoko? Che abbiamo tutte un bel marito da incastrare in un matrimonio? Tira un gran
sospiro e si chiude la porta alle spalle. Sento il cuore martellarmi nel petto. Mi tremano le mani e le
lacrime mi pizzicano langolo degli occhi. Chiyo non pu voler dire che... Devo aver frainteso. S,
certo, devessere cos. Ma tutto dentro di me teme il peggio. Striscio carponi fino alla parete divisoria,
accosto lorecchio e presto ascolto. Voglio sentire il bambino. Ho bisogno di sentire questo bambino.
Aspetto di udire il suo pianto sopra quello della madre. Sopra il mio.
24
Giappone, oggi
Meno di una settimana dopo essere stata informata da Yoshio riguardo la propriet e il cognome della
famiglia, mi ero imbarcata su un Boeing 777 diretto in Oriente. Laereo rull, prese labbrivio per
decollare e pochi minuti dopo si insinu tra le nuvole del mattino. Mi disposi ad affrontare le sedici ore
di volo, ma non riuscii a rilassarmi sino in fondo. Al contrario, guardai film, seguii la rotta dellaereo
tramite la app di bordo e mi accostai al finestrino per sbirciare il cielo. Mio padre era l che mi
osservava? Il mio viaggio in Giappone lavrebbe reso felice? Sapevo che il modo in cui lavevo
finanziato non gli sarebbe piaciuto. Quando pap aveva portato a casa la Caddy, mia madre si era
mostrata poco convinta di quella vistosa stravaganza, che giudicava troppo grande e costosa. Abbiamo
gi una macchina affidabile aveva obiettato, ma lui aveva definito quel gioiellino acquistato per 7500
dollari  reclamizzato come fiore allocchiello della General Motors  un investimento azzeccato. A
conti fatti, aveva ragione. Una Cadillac Eldorado Biarritz decappottabile del 1958 in ottime condizioni
poteva fruttare dai 70.000 ai 200.000 dollari, se offerta a collezionisti seri. Io ero riuscita a spuntare una
cifra intermedia. Era pi che sufficiente per il viaggio e le spese, ma il senso di colpa era quasi
insostenibile. Quando avevano caricato la preziosa Caddy di pap sul camion e lavevano portata via,
ero scoppiata a piangere sul vialetto di casa. Avevo venduto lunica cosa di valore che avevo ereditato.
Ma alla fine la possibilit di ricostruire la personalit di mio padre, i ricordi che avevo di lui, la mia
fiducia in tutto ci che avevo conosciuto, e la prospettiva di capire quanto era accaduto, be, tutto
questo valeva molto di pi. Avrei soltanto voluto sapere cosa aspettarmi. Yoshio sperava ancora che le
ricevute di pagamento della tassa sugli immobili rivelassero il nome del proprietario attuale, ma nel
frattempo era riuscito a procurarsi il nuovo indirizzo assegnato alla casa e contava di recarsi a Zushi per
tentare di organizzare una visita e un colloquio. Pur essendogli grata per laiuto, avevo notato che non
mi aveva comunicato il numero civico della casa, e quella piccola svista aveva messo in allerta la
giornalista che c in me. Yoshio  un reporter accreditato a pieno titolo  aveva capito perfettamente
che, nel momento in cui io fossi venuta in possesso dellinformazione, lui sarebbe stato tagliato fuori
dalla vicenda. E poich non scrivevo pezzi di costume o lifestyle, era molto probabile che avesse
fiutato una potenziale storia. Non sarebbe stata la prima volta che io e lui inseguivamo lo stesso filone.
Entrambi eravamo andati a caccia di unintervista con lallora direttore generale dellAIEA, ma ero
stata io a spuntarla. Quando il mio pezzo era stato ripreso e divulgato a livello internazionale, Yoshio
aveva cambiato posizione e aveva scritto un articolo di segno opposto per screditare il mio ottenendo
altrettanta popolarit. Non che lo biasimassi: non lavevo fatto allora e non lavrei fatto adesso. Il
giornalismo era una partita basata sulle informazioni, una partita che entrambi giocavamo per
guadagnarci da vivere. Inoltre mi ero limitata a dire al mio collega che la ricerca aveva carattere
ufficioso e non avevo specificato per quale motivo. Gli avrei spiegato come stavano le cose quando ci
saremmo visti per pranzo a Tokyo. Dovevo soltanto essere accorta nel rapportarmi con lui e stabilire in
che misura condividere questa storia strettamente personale. Alle mie spalle un bambino si mise a
piangere, e con lannuncio del capitano si accese la spia che invitava i passeggeri ad allacciare le
cinture in vista dellatterraggio. Via via che scendevamo di quota mi si stappavano le orecchie.
Riposizionai il tavolinetto davanti a me, raccolsi le mie cose e alzai la tendina del finestrino.
Laeroporto internazionale di Narita si trovava a unora di strada da Tokyo, perci non fui accolta da
esaltanti vedute della megalopoli e, dato il cielo velato, non intravidi nemmeno il monte Fuji
allorizzonte. Solo corsi dacqua serpeggianti, edifici addossati luno allaltro e la tipica coperta
patchwork di terreni agricoli. Ma invece delle scacchiere di coltivazioni del Midwest, il paesaggio
ricordava un immenso campo da golf, fatto di bunker e laghetti, che si estendeva in ogni direzione. Mi
avvicinai al doppio vetro, stringendo gli occhi per mettere a fuoco. I campi erano sommersi. La
stagione delle piogge non era finita? Scendendo di quota, le distese dacqua con il fondo fangoso
diventarono sempre pi nitide: erano risaie. Sballottata dalla turbolenza, afferrai il bracciolo del sedile e
mi preparai allatterraggio. Dopo un volo cos lungo e con quattordici ore di differenza, arrivai in
Giappone esausta. Presentai il visto di ingresso, il modulo sanitario e la dichiarazione doganale, poi
attesi in coda per sottopormi alla trafila dellufficio immigrazione, dove mi scattarono una foto, mi
prelevarono le impronte digitali, eseguirono una scansione oculare e mi misurarono la temperatura. Per
fortuna la mia rete telefonica era supportata, ma rimasi molto delusa dal navigatore, che mi indirizz
verso la stazione quando invece il mio hotel, che avevo scelto nelle vicinanze dellaeroporto per
comodit, era raggiungibile con una semplice navetta. Unora dopo facevo finalmente il check-in.
Ingoiai un sonnifero e, non appena la mia testa tocc il cuscino, pregai per la pi dolce delle
benedizioni... qualche ora di sonno. La mattina dopo mi ritrovai a bordo dellaffollato Narita Express
che, con i suoi sedili spaziosi, gli interni immacolati e le splendide vedute che offriva, mi fece
dimenticare le frustrazioni dellinterminabile viaggio aereo. Dal posto accanto al finestrino, ammirai il
rigoglioso paesaggio rurale della Prefettura di Chiba mentre ero diretta verso una delle metropoli pi
popolose al mondo: Tokyo. La linea ferroviaria ad alta velocit tagliava in mezzo a risaie paludose ed
estese zone verdeggianti, sfiorando i margini di villaggi sonnolenti che, secondo quanto suggeriva la
mia app di viaggi, erano impregnati di Storia. In uno di questi cera un mulino a vento olandese
circondato da acri e acri di fiori di stagione: un dono di buon auspicio proveniente dai Paesi Bassi per
celebrare quattrocento anni di scambi proficui. Un altro di questi luoghi era la citt nascosta dei
samurai. Mio padre si era fermato per vedere le rovine del castello? Aveva percorso quei sentieri
segreti e visitato le poche case rimanenti di coloro che avevano giurato di proteggerlo? Una volta
superata la baia, lo scenario cambi passando da un florido paesaggio rurale a un panorama cittadino di
grigi edifici alti e sottili che si contendevano lo stesso spazio. Attraverso la distorsione del vetro curvo
del finestrino, quei grattacieli mi accolsero con un mezzo inchino. Mi consideravo una persona che
aveva viaggiato abbastanza, ma non avevo mai visto una citt paragonabile a Tokyo: n Chicago per le
dimensioni, n New York per la congestione. Lo skyline era spettacolare. Controllai la mia fermata sul
display in quattro lingue, diedi unocchiata al mio bagaglio e mi preparai per scendere. Fuori, fui subito
colpita dallumidit, poi da un pensiero improvviso: Mio padre  stato qui. Stavo per entrare nelle sue
storie e dentro una mappa. Solo che, invece dei luoghi contrassegnati da una puntina da disegno, per
ricostruire la sua altra vita avrei seguito i suoi passi, ripercorso la sua strada. Avevo la pelle doca sulle
braccia. Il ristorante che Yoshio aveva scelto per il nostro incontro distava pochi minuti a piedi dalla
stazione, ma io arrivai in anticipo per prendere confidenza con lambiente circostante. Come una vera e
propria turista, scattai diverse foto dellesterno in mattoni rossi della stazione con la sua cupola dorata.
Poi feci qualche passo indietro e ne scattai altre. Larchitettura, seppure bellissima con la facciata in
pietra e le decorazioni in rilievo, richiamava lo stile europeo. Qualcosa di italiano o inglese che non
avrei mai immaginato di trovare nella capitale del Giappone. Gli edifici occupavano ogni centimetro di
terra e la gente affollava tutto lo spazio rimasto. Cerano pi distributori automatici che alberi, e se la
citt era scintillante e priva di rifiuti che ne intaccassero la sobriet, il cielo era invaso di insegne
pubblicitarie al neon. Mi piegai leggermente indietro, cercando di immaginarle accese di sera. Cerano
stimoli ovunque. Un cicalino elettronico cinguett quando attraversai la strada. Mi fermai cercando di
localizzare la fonte di quel suono. Alcuni adolescenti in abiti arcobaleno mi indicarono laggeggio che
sovrastava lo schermo dellattraversamento pedonale e mi sorrisero. Ricambiai il sorriso. Non cera
bisogno di traduzione. I men elettronici proponevano qualsiasi cosa, dalle crocchette di pesce al tofu,
e a furia di passare davanti ai chioschi del cibo da strada, ormai avevo imparato a non indugiare con lo
sguardo troppo a lungo per non correre il rischio di dover fare un assaggio. Mi aspettavo che, in
qualche modo, il vecchio convivesse con il nuovo, come in Europa, dove il Colosseo e la Fontana di
Trevi sono circondati da boutique hotel e negozi di paccottiglia kitsch per i turisti. L, ovunque ti
girassi, il mondo moderno andava a braccetto con il passato. Si avvertiva la Storia. La percepivi sulla
pelle. La respiravi nellaria. Ma non a Tokyo. Tokyo scintillava di nuovo, di fresco, come se fosse
appena uscita da un sento, il tradizionale bagno pubblico che laveva rimessa in sesto rivificando la sua
Storia. Speravo che la mia visita potesse fare lo stesso per mio padre. Tori? Tori Kovac? Mi voltai e
vidi Yoshio che mi faceva cenno proprio davanti alla porta del ristorante. Era naturale che mi avesse
riconosciuto. Non era difficile individuarmi. Prima di tutto, avevo il bagaglio appresso; in pi Tokyo,
come tutto il Giappone, era quasi esclusivamente giapponese. Anche se non mi sentivo a disagio, per la
prima volta ero acutamente consapevole della mia origine occidentale. Mi spianai i pantaloni grigi e
raddrizzai la camicetta con le maniche corte. Faceva abbastanza caldo da indossare una canottiera, ma
in Giappone le spalle dovevano restare coperte. Salve. Yoshio? Era uguale a come appariva nella sua
foto profilo. Poco pi che quarantenne, con la mascella squadrata e un ampio sorriso che emanava
sicurezza. Gli porsi la mano, incerta se fosse la cosa giusta da fare, ma lui me la strinse, poi vi pos
sopra laltra e mi diede unaltra stretta. Prego... ho prenotato un tavolo. Apr la porta del ristorante e
mi segu allinterno. Ti  piaciuto il viaggio in treno attraverso la campagna? Davvero bellissimo.
Allargai gli occhi cercando di abituarmi alla luce tenue della sala. E non affollato come immaginavo
aggiunsi indugiando, in modo che fosse lui a farmi strada. Oh, s, perch hai viaggiato sullExpress.
Se avessi preso il treno dei pendolari nellora di punta, sarebbe stata tuttaltra storia. Sono cos stipati
che esistono delle figure apposite, con i guanti bianchi, gli Oshiya, che spingono i passeggeri sul
treno. Mi indic un tavolo di legno basso con dei cuscini rossi rotondi sul pavimento, situato lungo la
parete allestremit della sala. Lontano dal sole e dai rumori della strada, cos possiamo conversare
tranquillamente. Mi sentivo gi a disagio. Troppe cose dipendevano da questa conversazione. Infilai il
mio bagaglio accanto a me contro il muro mentre Yoshio parlava in giapponese con la cameriera. Mi
permetti di ordinare per te? mi chiese. Prometto che non rimarrai delusa.  una cucina famosa in
tutto il mondo. Mi venne in mente lassaggio del cibo di strada e la strana consistenza di quel boccone
che ero riuscita a inghiottire a stento, ma feci un cenno di assenso e sorrisi comunque, rifiutando di
trasformarmi nella caricatura stereotipata dellamericano schizzinoso. Lavevo imparato in occasione di
altri viaggi allestero. In Italia, quando avevo tentato di esprimere le mie preferenze, mi ero sentita
rispondere in modo sbrigativo dal basso cameriere che mi serviva: Mangi quello che c. Ed era
finita l. Dopo aver preso gli ordini, ci servirono il t e sorseggiandolo io e Yoshio chiacchierammo del
pi e del meno. Lui mi chiese se lalbergo era stato di mio gradimento, e io, a mia volta, gli feci delle
domande sulla sua straordinaria citt. Hai visto i semafori dellincrocio di Shibuya? mi chiese
Yoshio. Scattano tutti sul rosso contemporaneamente. In un istante la gente si riversa in strada da ogni
direzione, come biglie di vetro che rotolano fuori da un sacchetto. Per affrontare largomento della
casa di Zushi e dei suoi proprietari avrei dovuto aspettare, lo sapevo. Avevo letto da qualche parte che
in Giappone una cortese conversazione  il prezzo da pagare per ottenere informazioni, cos attesi il
momento opportuno fingendo di stare al gioco. La famosa carne di Kobe con verdurine condite
annunci la cameriera arrivando con le nostre ordinazioni. Prego, assaggi. Sia Yoshio sia la ragazza
attendevano la mia reazione. Mi bast un boccone per capire perch quella specialit veniva tanto
decantata. Allargai gli occhi mentre la carne si scioglieva sulla lingua e annuii dando alla cameriera
lapprovazione incondizionata che si aspettava prima di allontanarsi. Yoshio rise e poi, sussurrando
come se dovesse rivelarmi un segreto, spieg: Il sapore delicato  dovuto alle cure particolari riservate
al manzo, che ha il privilegio di bere birra e ricevere un massaggio quotidiano. Scoppiai a ridere
anchio, ma iniziavo a spazientirmi. Yoshio, non ti ringrazier mai abbastanza per la tua ospitalit.
Sono cos felice di essere qui e ansiosa di andare a fondo nella mia ricerca. Hai detto che avevi novit
al riguardo? S,  cos. Anche se ciascuna municipalit tiene registri catastali separati per scopi
fiscali, sono riuscito ad avere conferma riguardo la propriet dello stabile che ti interessa. Mi protesi
verso di lui. Sono loro? La famiglia Nakamura? Il sorriso di Yoshio si allarg. S. Dalle carte risulta
che i Nakamura pagano le tasse sia sulla casa sia sulla propriet da diverse generazioni.  fantastico,
grazie. Doveva trattarsi della famiglia della donna. Li ho trovati, pap. Ho una foto, se vuoi darci
unocchiata. Apr la sua borsa a tracolla e mi mostr unimmagine. La esaminai con estremo interesse.
La grande casa quadrangolare a un piano aveva un aspetto semplice e sofisticato al tempo stesso, con
travi di bamb a vista, muri rivestiti di pannelli bianchi e un tetto di tegole a due falde. Era situata in
cima a una collina verdeggiante e si fondeva alla perfezione con il paesaggio che la circondava. Era
esattamente quello che mi aspettavo di trovare in Giappone: il fascino ricercato del Vecchio Mondo
unito a uneleganza senza tempo. Wow. Fu il massimo che riuscii a dire. Davanti alla mia reazione
semplificata, Yoshio espresse la sua soddisfazione con un cenno del capo. Poi, notando la mia tazza
quasi vuota, mi vers dellaltro t e continu a parlare.  costruita nel tipico stile Sukiya, che si
distingue per lestetica naturale e senza pretese. La mancanza di abbellimenti superficiali favorisce
lautomiglioramento interiore, mentre lampia grondaia crea oasi di ombra ideali per riflettere. Le sale
da t un tempo erano costruite con questi criteri. Vedi questo tetto con le tegole curve? Me lo indic
sulla foto.  per disorientare gli spiriti maligni. Perch non viaggiano mai in linea retta. Scoppiai a
ridere anche se sentivo salire le lacrime agli occhi.  bellissima. E combaciava perfettamente con la
descrizione che ne faceva mio padre quando raccontava la storia del t. Mi dici dellarticolo che hai
intenzione di scrivere? Mi accennavi che sar sulla storia della casa, ma hai scoperto qualcosa di
interessante sulla famiglia Nakamura? Yoshio mi fece un sorrisetto con le labbra serrate e lo trattenne
troppo a lungo. Mi sentii formicolare la pelle. Hanno accettato di farmi visitare la casa e concedermi
unintervista? Non vuoi mettermi a parte del tuo progetto? Non vuoi dirmi se sono disponibili per
unintervista? ribattei in modo diretto. Il sorrisetto forzato non spar dal viso di Yoshio. Anche se hai
fatto tanta strada per venire fin qui, mi dispiace, Tori, ma penso che unintervista non sia possibile.
Per un attimo il mio cuore si ferm, poi acceler il battito. Non capisco. Temono che io abbia in
mente di scrivere qualche articolo di denuncia su di loro? Perch non  cos.  quello che fai di
solito. Io scrivo articoli su grandi societ, basati su fatti documentati. Che denunciano le persone
di potere e le loro attivit controverse. Che aprono gli occhi al pubblico, che ha il diritto di sapere. E
come del resto fai tu, Yoshio. Gettai indietro le spalle, irritata. Perci, perdonami, ma non capisco
davvero. Pensavo che volessi bruciarmi la notizia e invece li stai proteggendo? Yoshio alz le spalle
con aria indifferente. Sono semplicemente curioso di conoscere le tue intenzioni. Lo sapevo
sbuffai, esasperata. Mi stai sottoponendo a un esame perch sei curioso di sapere se c una storia.
Naturalmente. Pos le bacchette sul loro supporto e si asciug la bocca con un tovagliolo caldo. E
ce n una? chiese inarcando un sopracciglio. Cambiai la posizione delle gambe e diedi unaltra
occhiata alla foto della casa. Volevo lindirizzo, perci avrei dovuto dirgli qualcosa sulle vicende di
mio padre, ma era impossibile prevedere la sua reazione a un argomento cos controverso. E se ti
dicessi che scrivere un articolo sulla casa o sulla famiglia non rientrava assolutamente nei miei piani?
Mi renderesti ancora pi curioso. Posso farti una domanda piuttosto delicata prima? Dopo il suo
cenno di assenso, presi un respiro profondo e indugiai qualche istante per capire da dove cominciare.
Ora avevo la sua completa attenzione. Non volevo sprecarla. Loccupazione americana  terminata
quando? Nel 1952. Gi, nel 1952. Mio padre aveva prestato servizio dal 1954 al 1957. Soltanto
due anni dopo, quindi. Da quanto ho letto, nacquero molti bambini dalle relazioni tra militari
americani e donne giapponesi, e ci furono anche parecchi matrimoni.  corretto? Ci furono dei
matrimoni, s, ma non erano molto comuni, e gran parte dei bambini non sopravvissero. Non
sopravvissero? Un senso di scoraggiamento. A causa di...? Malattie, tanto per cominciare, e
mancanza di cure adeguate. Yoshio abbass la voce e si protese sopra il tavolo. Tori, le donne in
quella situazione si ritrovavano sole al mondo e incapaci di occuparsi dei loro bambini. La societ
emarginava sia le madri sia i figli. Tieni presente che il Giappone  un Paese radicato nelle sue
tradizioni antiche; la guerra era finita da poco. Guerra o no, era deplorevole emarginarli, non sei
daccordo? Certo. Ma devi riconoscere che nemmeno lAmerica accolse bene le spose giapponesi
che i militari portarono con s al ritorno in patria, dopo la guerra e lo smantellamento dei campi di
prigionia giapponesi. Era passato troppo poco tempo. Tornai con la mente a quel periodo della Storia
americana, agli articoli e alle foto delle spose giapponesi accusate di aver incastrato i soldati, e a quelle
persone che gli americani costringevano ad abbandonare la casa e il lavoro e imprigionavano come
criminali. Sospesi il mio giudizio, rendendomi conto che il mio Paese, proprio come quello di Yoshio,
non aveva il diritto di emettere sentenze. Yoshio annu. Quindi, vedi? Non  un Paese, n una cultura,
a essere responsabile, ma unintera razza. La razza umana. E per rimarginare ferite di guerra cos
profonde non basta larco di una vita. Ci vuole pi tempo. Ancora oggi, in unepoca cos moderna, la
vita per queste coppie sarebbe difficile qui in Giappone. Eppure sono nati molti bambini dissi
accennando un sorriso per stemperare latmosfera. S, certo, perch, come ti dicevo, in fondo siamo
umani, no? Nonostante la guerra, quello c sempre concluse lui con una risatina. Ci scambiammo uno
sguardo rilassato, avendo ritrovato un terreno comune su cui confrontarci. Allora, ho superato il tuo
esame? mi chiese Yoshio. Intendi rendermi partecipe di questa storia? Che cosa hai scoperto su
questa famiglia? Le sue parole si dilatarono e indugiarono tra noi per qualche istante. Yoshio, non
esiste nessuna storia. Almeno, non una storia che intendo pubblicare. Girai la mia tazza, poi la girai di
nuovo riportandola nella posizione di prima. Volevo quellintervista per motivi personali. Questioni
che riguardano la mia famiglia. Rischiai un po tenendomi sul vago. Capisci? Yoshio si accigli,
poi abbass gli occhi come se fosse assorto in un pensiero. Qualche istante dopo li rialz, li fiss nei
miei e annu. S. Penso di s. Grazie per avermelo confidato. Sorrisi, felice di non dover aggiungere
altro. E chiss, magari vedere la casa e incontrare un membro della famiglia potrebbe essere
sufficiente per rispondere alle mie domande, senza doverne fare di potenzialmente imbarazzanti. Ecco
perch il colloquio  cos importante per me. Yoshio fece una smorfia che esprimeva disagio. Sono
felice di poterti fornire questa foto e lindirizzo della casa, ma purtroppo, come ti ho gi detto, un
colloquio potrebbe non essere possibile. Il mio cuore si ferm. Hanno rifiutato? No. Non c
nessuno cui chiedere perch la casa  disabitata. Mi appoggiai al muro. Come?  vuota? balbettai,
attonita. S, secondo i vicini, la casa  disabitata da qualche tempo, ma come puoi vedere dalla foto, 
ben tenuta, giardino compreso. Osservai limmagine. Quindi chi se ne prende cura? Me lo sono
chiesto anchio. Perdona la mia curiosit, ma ho fatto qualche ricerca per conto mio. Ho trovato
parecchie famiglie Nakamura nella Prefettura di Kanagawa, ma solo una ha radici cos profonde a
Zushi. Una famiglia titolare di una grande azienda con sede a Yokohama che si chiama SCN. Anche se
negli anni hanno investito in altri settori, hanno fatto fortuna commerciando t e affini. Bevvi un sorso
del mio, poi chiesi: Per cosa sta SCN? Societ di Commercio Nakamura. Sbarrai gli occhi e
soffocai una risata. Il re dei mercanti dellimpero. Sorrisi a Yoshio, sopraffatta dallimprovvisa ondata
di emozioni, perch quella rivelazione era pi che appropriata, era perfetta. Era l che era iniziata la
storia di mio padre. Non  mai venuto niente di buono dal t soleva ripetere, ma in quel momento,
qualcosa di buono era venuto eccome.
25
Giappone, 1957
Mi sveglio di soprassalto, disturbata dalla luce invadente del mattino. Mi scosto i capelli dalla fronte
madida di sudore, cercando di capire dove mi trovo. Un tavolino, un dipinto a inchiostro sumi-e appeso
vicino alla finestra e la mia valigia sotto. Sbatto le palpebre ritrovando lorientamento. Sono nella
Clinica Ostetrica Bamb, dove, la notte scorsa,  venuto alla luce un bambino. Dove forse  morto un
bambino. Tutti i ricordi mi si riversano addosso per svegliare la mia mente ancora intontita dal sonno.
Le ragazze. La giovanissima Jin, quella silenziosa. Aiko, maliziosa ed elegante. Hatsu, la ragazza dagli
occhi tristi. E Chiyo, cos audace ed estroversa. Le sue parole mi travolgono. Che cosa pensi? Che
abbiamo tutte un bel marito da incastrare in un matrimonio? Mi poso le mani sul ventre, quella lieve
protuberanza che ha cominciato a prendere forma. Guardo la parete, desiderando di vedere cosa c
dallaltra parte. Yoko  ancora qui? Sta riposando? Finora il mio soggiorno  stato tuttaltro che
rilassante. Tendo lorecchio nella speranza di cogliere dei movimenti, ma mi arriva soltanto
laffaccendarsi confuso della clinica. Non  venuto nessuno a svegliarmi. Mi affretto a prepararmi
indossando una gonna e una camicetta. Non avendo intenzione di restare, rimetto tutto nella valigia e la
piazzo accanto al letto. Devo ancora parlare dei miei esami con la direttrice Sato. Mi si contrae lo
stomaco al pensiero, perch non sono sicura di volerlo fare. Apro la porta e faccio capolino in
corridoio. Sento delle voci provenire dallingresso. Ogni mio passo  silenzioso, ma determinato. Sono
qui per avere delle conferme. Nientaltro. Dopodich me ne andr a casa e aspetter il ritorno di
Hajime. Hatsu sta lavando i piatti in cucina, mentre Aiko sta discutendo con la direttrice. Soltanto Jin 
ancora intenta a mangiare. Mi guarda e io le rivolgo un debole sorriso. Ohayou dico a tutte. La
direttrice Sato si volta, gli occhiali dalla montatura sottile abbassati sul naso grosso e piatto. Ah, ti sei
persa la colazione. Il pesce  finito, ma puoi prendere un po di miso. Sei fortunata che sia rimasto
ancora qualcosa. Quindi io non mangio, ma lei s? dice Aiko indignata, quasi sputando le parole.
Se non si collabora, non si consuma.  la regola. Appoggia una mano curata sul bancone e si
protende verso la direttrice con aria di sfida. Ha una pancia grossa e bassa che d alla sua schiena una
leggera inclinazione. La direttrice Sato agita un dito tozzo e ammonitore in aria. Lei mangia perch 
nuova e non conosce ancora le regole. Coraggio, Naoko. Prendi pure la ciotola. Ne prendo una
lanciando unocchiata ad Aiko. Lei si mette a braccia conserte e sta a guardarmi mentre mi verso la
zuppa di semi di soia.  annacquata e insipida, ma lodore dei legumi fermentati stuzzica le papille
gustative affamate. Mi siedo davanti a Jin, sforzandomi di ignorare lespressione imbronciata di Aiko.
E quando arriva la retta, Aiko? chiede la direttrice posando le mani sui fianchi abbondanti e
spostando il peso del corpo sulla gamba che tiene leggermente pi indietro rispetto allaltra. Sei
fortunata a non essere in mezzo a una strada, lo sai? Si volta verso Hatsu, che sta riponendo i piatti
asciugati. Vai a chiamare Chiyo, poi venite ad aiutarmi a pulire la camera di Yoko. Mi irrigidisco.
Yoko  andata via? Chiyo! Hatsu corre fuori a cercarla. Direttrice Sato? Mi trema la voce. Vorrei
chiederle della ragazza, del suo bambino, invece mi concentro sul motivo per cui sono qui. Gli
esami? La donna si volta asciugandosi le mani nel grembiule e mi guarda con indifferenza. Quali
esami? La fisso, incredula. Dobbiamo fare degli esami oggi, cos posso tornare a casa, ricorda? Le
sue narici vibrano. Domani. Domani? Ma mio marito mi aspetta stasera. Sento accelerare i battiti,
consapevole che, se  trattenuto a bordo, non sar affatto a casa ad aspettarmi. Ma non posso
trattenermi qui fino a domani. Lei scuote la testa e mi zittisce agitando le mani. Devo parlare di questo
marito con tua nonna, e tu hai bisogno di riposo. Abbassa il mento. Domani. Ora mangia. Mi volta
le spalle ed esce dalla stanza. Vedr la nonna? E cosa significa "questo marito"? Che cosa c da
decidere? Aiko mi porta via la ciotola di miso. Alzo lo sguardo. I suoi occhi truccati sono ridotti a due
fessure. La regola dice che se non aiuti a preparare il pasto non puoi mangiare. Alza la scodella e ne
beve rumorosamente il contenuto. Nemmeno tu lhai preparato, per. Le parole di Jin sono appena
sussurrate, leggere come una piuma. Sia io sia Aiko restiamo a bocca aperta per la sorpresa. Jin fissa il
suo piatto di riso, preparandosi alla risposta di Aiko. Vedi? Lo sapevo che avevi la voce. Peccato che
non sai quando usarla. Aiko si ficca dellaltro cibo in bocca e si avvicina allorecchio di Jin. Allora?
Non hai nientaltro da dire? Hai di nuovo dimenticato le parole? Aiko mi rivolge un sorriso sprezzante
e butta il resto del contenuto della ciotola nel lavandino. Io resto in silenzio, ma non distolgo lo
sguardo. Ci lancia unultima occhiata astiosa, poi ci lascia sole davanti al tavolo. Jin alza lo sguardo e
fa scivolare la sua ciotola nella mia direzione. No, Jin, va bene cos. Posso aspettare protesto
agitando la mano. Lei scuote la testa e me lo spinge pi vicino. No, ne ho abbastanza. Io ne ho
abbastanza di Aiko ribatto prontamente strappandole un sorriso.  gelosa perch hai un marito e
invece il suo ragazzo  sposato. Mi indica la scodella. Prego... Accetto, grata per lofferta. Lo
stomaco gorgoglia man mano che lo riempio. Rifletto sulle parole di Jin e sono combattuta se farle la
domanda che mi brucia sulle labbra. Devo sapere del bambino. Devo sentir dire ad alta voce ci che
temo. Yoko  in unaltra stanza?  andata via. Smetto di mangiare e mi avvicino a Jin, abbassando
la voce a un bisbiglio. Un lieve colpetto su una campana produce comunque una risposta. E il
bambino? Jin si inumidisce le labbra e abbassa il mento. Andato. Andato? La parola suona vuota.
Do un altro colpetto. Vuoi dire che...? Anchio voglio che questo bambino se ne vada. Le parole
di Okaasan mi inondano la mente. C una levatrice, la nonna la conosce, che si occupa di queste cose.
Mi sento contrarre le viscere. Questa non  una clinica ostetrica.  un posto per nascondere le madri e
sbarazzarsi dei figli indesiderati. Che cosa ha fatto mia nonna? Che cosa ha detto a mio padre? Lui lo
sa?  daccordo? E Satoshi? No, lui non ne sapeva pi di me. Rabbrividisco e mi lascio sfuggire un
lungo sospiro. Tutte qui sono giovanissime e non sposate. In base alle storie di Aiko e Chiyo, devo
concludere che anche loro aspettano un figlio di sangue misto? Queste creature sono considerate
inferiori perch nelle loro vene non scorre puro sangue giapponese. Questo fa ribollire e correre pi
veloce il mio. Povera Yoko. Quel povero bambino.
La mia attenzione cade sul pancione di Jin. Se lignoranza  la madre del sospetto, che cos la verit
quando lo conferma? Quanti anni hai, Jin? I suoi occhi timidi incrociano i miei. Ne ho compiuti
tredici il mese scorso. Mi sento mancare.  poco pi grande di Kenji. Io ne ho quasi diciotto, solo
cinque in pi, ma cinque anni fanno la differenza tra unadolescente e una donna. Cinque anni possono
essere una vita. Prendo un bel respiro e le rivolgo la domanda a fatica. Che ne  del padre? Le sue
labbra si muovono, ma non fanno uscire parole. Le manda gi e scuote la testa. I suoi occhi vagano
senza vedere nulla. Scivolo pi vicino e mi chino verso di lei. Puoi fidarti di me, Jin. Ho detto di
no dice con un fil di voce. Le sue dita si aprono e si chiudono in un pugno. I miei genitori mi
disprezzano anche se ho confessato. Si stringe nelle spalle. Per questo ho scelto il silenzio. A cosa
serve parlare se nessuno ti ascolta? Io ti ascolto. Detesto la piet che trapela dalla mia voce. Cova
dentro di me e minaccia di salire a fiotti. Jin si guarda la pancia come se mi avesse letto nel pensiero.
La sua bocca si torce in una smorfia. Mia madre dice che questo bambino  la mia punizione. Nascer,
cos sar costretta a guardare il suo viso smunto e beffardo e i suoi occhi da diavolo almeno una volta.
Raddrizzo le spalle e assumo un tono autorevole. Il diavolo  stato lui, Jin, ma per quello che ti ha
fatto, non perch era uno straniero. E il tuo bambino  innocente. Le si inumidiscono gli occhi, ma
non cade nemmeno una lacrima. Tu sei fortunata, Naoko. Tu hai un marito adatto, perci avrai un
bambino adatto. Aggrotta la fronte. Allora perch sei qui? Non le rispondo perch non rester
ancora per molto. La direttrice Sato  uscita e tutte approfittano della sua assenza. Aiko acconcia i
capelli a Chiyo nella loro stanza, e le due chiacchierano di musica e di cinema, mentre Jin legge seduta
in disparte. Hatsu  lunica che si dedica alle sue faccende. Io pianifico la mia fuga. Passando davanti a
Hatsu, le faccio un cenno e spalanco la porta dingresso dicendo che ho bisogno di prendere un po
daria fresca. Mi metto le scarpe, mi volto a sbirciare Hatsu e mi spingo fino al portico che corre lungo
la facciata. Laccecante sorriso del sole mi fa strizzare gli occhi e stirare le labbra in una smorfia. Una
bella giornata dopo una notte e una mattinata cos terribili. Per non destare sospetti, strappo un
ramoscello da un arbusto sempreverde, poi gironzolo un po l intorno fingendo di essere incuriosita dal
giardino. Calpestando lerba mi dirigo verso il sentiero che mi ha condotto qui. Laria mi pizzica il
naso, ma trattengo lo starnuto. Unocchiata alle mie spalle mi conferma che la mia sceneggiata non ha
pubblico, perci metto in atto la mia fuga. Sto tornando a casa. Insieme, io e Hajime penseremo a una
strategia per parlare con pap e occuparci di Kenji. La nonna  unaltra storia. Ho qualche parolina
saggia anchio da comunicarle. La mia valigia  rimasta nella stanza, ma non mi serve. Tutto 
sostituibile. Questa bambina invece no. Affretto il passo mentre la mia mente in subbuglio ripercorre
gli ultimi avvenimenti. Su tutti domina la domanda di Jin, simile a una freccia che va dritta al centro.
Perch sei qui? Questo spiega la reazione sconcertata della direttrice Sato nel vedere Satoshi. E
spiega anche perch deve discutere con la nonna. Ma che cosa cambia? Non intendo restare per
scoprirlo. Posando male il piede sul sentiero stretto, vacillo rischiando di slogarmi la caviglia, perci
rallento il passo e cerco di essere pi prudente. I rami degli alberi sopra la mia testa si prendono per
mano formando una cupola verde. Nascosta nella sua ombra e lontano da quella casa, per la prima volta
respiro a pieni polmoni. Il ponticello dovrebbe essere pi avanti, poco distante dal cancello. Scendendo
lungo largine, mi scivola il piede e salto un gradino per poi aggrapparmi a un ramo e riprendere
lequilibrio. Il suono dellacqua che scorre riempie laria e finalmente riesco a scorgere il ponticello.
Mentre lo attraverso, mi fermo a osservare la carpa koi e ne approfitto per prendere fiato. Nella testa mi
frullano mille pensieri. Non sono una ragazza chiusa in una scatola. Il mondo reale  tutto intorno a me:
so come funziona, so che ci sono delle ingiustizie. Perfino allinterno della mia famiglia. C mio
padre, un ex militare con una mentalit intransigente; Obaachan, cocciuta e fatta a modo suo; e Taro,
accecato dal nazionalismo. Ma io? Io mi innamoro, mi sposo e aspetto una figlia da un americano,
nonostante tutto. Posso avere le mie idee, come mio padre, ma il cuore lho preso da Okaasan.
Altrimenti come avrei potuto donarlo a Hajime? Mi esce un lento, triste sospiro dal petto. Devo
assolutamente uscire di qui. Pi avanti vedo lalta recinzione di bamb con i legacci neri. Alzo il
chiavistello di legno e, con il palmo aperto, spingo il cancello, ma non si muove. Provo di nuovo.
Niente da fare. Ondeggia quel tanto per assorbire il mio peso. Il mio battito accelera. Perch non si
apre? Usando il fianco, spingo con tutta la forza che ho, ma  bloccato e non cede nemmeno di un
centimetro. Mi sento prendere dal panico. Valuto laltezza della recinzione, poi la lunghezza.  meglio
seguirla? Scavalcarla? Mi aggrappo con entrambe le mani alla trave portante della costruzione e scuoto
il cancello per far s che si apra e mi lasci libera. Non funzioner. Mi volto di scatto.  Hatsu. Mi
hai seguito? Si fa avanti mettendosi in piena luce. La direttrice assicura il chiavistello dallaltra parte
quando esce. Si avvicina a passo lento. Di solito il lucchetto  allinterno. Indietreggio di un passo,
la bocca semiaperta per la sorpresa. Dice che  per tener fuori i barboni, ma tutti sanno che  per
tenerci rinchiuse qui dentro finch non ha ricevuto il saldo del pagamento. Senza pensare, le passo
davanti e costeggio la recinzione di bamb spostando i rami per aprirmi un varco. Aspetta! Naoko,
dove stai andando? Io non star qui. Questa recinzione non pu circondare tutta la struttura, no? Il
terreno scricchiola sotto i miei sandali e i cespugli pungenti mi mordono i polpacci. Hatsu mi segue. I
graffi mi prudono, e mentre mi fermo a grattarmi, lei mi raggiunge. Proseguo decisa, lei sempre dietro
di me con un braccio alzato per ripararsi dai rami che le sbattono sulla faccia. La boscaglia si fa pi
fitta a ogni passo. Dallaltra parte dello steccato ci arrivano delle voci. C qualcuno che cammina per
strada. Il mio cuore fa un tuffo. Ci blocchiamo entrambe. Chiudo un occhio e appoggio laltro alla
recinzione, provando a sbirciare nella fessura tra una canna e laltra. Due monaci. Attempati. E uno con
una lunga tunica bianca. Ehi! Cerco di assumere un tono calmo. Ehi! Scusate? I due smettono di
parlare. Mormorano qualcosa e infine dicono: S, prego? Salve. Hatsu si avvicina e accosta il viso
al mio. Sapete dirci se la recinzione prosegue ancora per molto? Stiamo cercando di uscire. Uscire
dove? chiede il monaco. Uscire di qui dico, sperando di essere pi vicine di quanto pensiamo.
Stiamo cercando di passare dallaltra parte. Una pausa, e poi la risposta pronunciata con tono serio.
Figliole, ma voi siete dallaltra parte. Io e Hatsu ci scambiamo unocchiata. Che cosa significa? Si
stanno allontanando? Sbatto la mano sulla recinzione. Aspettate! Per favore! Scusate? Lascia stare,
Naoko. A meno che non sia Fratello Daigan, quei monaci non ci aiuteranno. E neppure le monache che
vivono e lavorano nella comunit non lontano da qui. Sanno che posto  questo, ma finch siamo
dentro non possono interferire. Le regole sono queste. Mi raddrizzo e la affronto con coraggio. Che
cos questo posto, Hatsu? Dimmelo. Voglio sentirlo dire ad alta voce. Lei mi studia per qualche
istante. La direttrice fornisce un servizio a tutte le donne che sono troppo avanti nella gravidanza per
abortire. Si stringe nelle spalle.  un sistema per fare soldi, ecco tutto. Detto ci, si inoltra
nuovamente in mezzo ai cespugli ripercorrendo la strada da cui siamo venute. Questa volta la seguo.
Io voglio la mia bambina, Hatsu. Si volta di scatto, sbuffando. Anche Yoko voleva il suo bambino.
Aveva in mente di raggiungere quella casa prima di partorire e di lasciarlo sui gradini. Ma  entrata in
travaglio prima del previsto. Quale casa? Hatsu si scosta una ciocca di capelli ribelli dalla fronte e
alza gli occhi al cielo. Si volta, evidentemente stanca delle mie domande. Io insisto prendendola per le
spalle. Hatsu, quale casa? Quella per i bambini di sangue misto. Riprende a camminare spingendo
i rami da una parte. Si trova a Oiso. C una signora che li accoglie, ma non so di preciso. Ho sentito
dire che  sovraffollata e infestata di malattie, quindi non  poi tanto meglio. Cammino alzando bene i
piedi per evitare i rovi, mentre cerco di dipanare le sue parole e di tradurle in qualcosa di
comprensibile. I rami mi sfregano le guance. Li scosto con rabbia, imperterrita. Il bambino di Yoko
era un mezzosangue? S. Ho saputo che era un maschietto. Aveva dei bei polmoni, vero? Strillava
cos forte. E poi era diventato silenzioso. Mi blocco. Hatsu. Leggo il dolore nella sua espressione
tirata. Sa che sto per farle la domanda. Sa che sto per chiederle quello che devo sapere. Quello che devo
sentire. I battiti impazziti del mio cuore sovrastano il suono delle mie parole. Che cosa ha fatto la
direttrice al figlio di Yoko? La bocca di Hatsu si stira in una linea diritta. Mi avvicino inchiodando i
miei occhi nei suoi. Dimmelo. Lei distoglie lo sguardo, respirando a fatica. Gli ha stretto il naso.
La fisso allibita, attanagliata dallorrore di questa verit. Lo fa non appena vengono alla luce, di solito
prima che emettano il primo vagito, ma il bimbo di Yoko aveva voglia di combattere. Mi copro la
bocca con la mano. Altre lacrime si accumulano sulle mie ciglia. Lo spirito entra nel corpo di un essere
umano con il primo strillo vitale. Quel bambino ha strillato. Lho sentito. Ha annunciato a gran voce il
suo arrivo nel mondo. Nella mia mente scorre limmagine del corpicino che si dibatte invano davanti
agli occhi della madre che lo vede soffocare. Quella donna  un mostro. Un mostro. E questo cosa fa di
Obaachan? E di mio padre? Ho un conato di vomito e mi sorreggo allo steccato, incapace di respirare.
Ogni mio pensiero urla di rabbia mista a tristezza. Nessuno toccher la mia bambina! Da questo
momento in poi, la mia famiglia non esiste pi. Solo Hajime. Solo Kenji. Solo questa bambina che
grider a pieni polmoni. Hatsu si avvicina, la sua voce  ferma ma distaccata.  una donna daffari,
Naoko. Approfitta di quelle come noi fornendoci un posto dove nasconderci per evitare la vergogna e il
disonore della famiglia. E per chi non pu permettersi di pagare le sue rette, fa un unico addebito. Per il
parto e lo smaltimento. Smaltimento.
Quella parola  come un pugnale che fa afflosciare la mia bolla di determinazione. Le lacrime
scendono irrefrenabili. Le asciugo e tiro su con il naso. Perch non porta i bambini in quella casa di
cui parlavi? Le sar pur venuta in mente come opzione migliore. Hatsu aggrotta le sopracciglia.
Quanti bambini malati credi che possa ospitare quella casa? E poi, perch? Riprende a camminare.
Nessuno li vuole. Dove vivranno quando diventeranno grandi? Se diventeranno grandi. Con un tal
numero di figli indesiderati destinati a morire di fame o a finire per strada, la direttrice Sato pensa che
la sua sia una soluzione pi umana per la madre e per il figlio. Esce dal boschetto, torna sul sentiero e
si volta verso di me. E forse lo . Non  affatto pi umana ribatto scuotendo la testa. Non aggiungo
altro. Il mio istinto  quello di spingermi nella direzione opposta, incurante della bardana che mi punge
i polpacci. Questa recinzione dovr pur finire da qualche parte. Io sono sposata, Hatsu. Mi trema la
voce. Liscio la stoffa sul mio pancino, staccando i ramoscelli che vi sono rimasti impigliati. E mio
marito mi sostiene. Abbiamo la nostra casa e desideriamo questa bambina. Quindi non vivi con la
sua famiglia? Hatsu resta a bocca aperta davanti alla rivelazione che mi sono lasciata sfuggire. La sua
osservazione mi fa mancare il respiro. Di solito, una volta sposata, la moglie va ad abitare presso la
famiglia del marito. Naturalmente, con Hajime, questo non  possibile. Le labbra di Hatsu si curvano
accennando un sorriso. Quello che ti ha accompagnato non era tuo marito, vero? Mi limito a fissarla.
Andiamo dice facendomi cenno di proseguire. Devo farti vedere una cosa.
26
Giappone, 1957
Arranco dietro Hatsu in silenzio verso la clinica, ma lei mi invita ad aggirare ledificio. Percorriamo
uno stretto sentiero invaso dalle erbacce che si snoda attraverso la boscaglia nellaltra direzione. Questa
propriet sembra non finire mai. Nella vita il saggio realizza il proprio paradiso mentre lo stolto si
lagna dellinferno, ma io penso che entrambi siano inevitabili e temporanei. Il paradiso non  il luogo
dove il tuo futuro spirito pu riposare. Consiste nel trovare la felicit nel tuo stato attuale. E
analogamente, non ci sono lucchetti sulle porte dellinferno; c soltanto sofferenza, e soltanto per un
determinato periodo. Ma c un lucchetto sul cancello che mi trattiene qui. Il bosco si infittisce a ogni
passo. I rami degli alberi non si tengono pi per mano giocosamente. Uno imprigiona laltro
soffocando la luce. Piccole goccioline di sudore vanno a raccogliersi nei miei capelli anche senza il
contatto diretto del sole. Sono stanca e voglio andare a casa. O meglio, voglio andare a casa mia con
Hajime. Hatsu... Mi fermo e mi asciugo la fronte con il polso. Hatsu, aspetta. Lei ruota su se
stessa. Con una mano si sorregge la pancia di sette mesi, nellaltra tiene il bastone di fortuna appena
trovato. Sento un ramo spezzarsi dietro di me. Entrambe ci voltiamo per guardare lungo il sentiero.
Nulla. Un altro fruscio disturba un bulbul guancebrune che ci rimprovera con uno stridio. Hatsu alza gli
occhi al cielo e sospira. Jin, so che ci stai seguendo. Ti ho visto uscire di casa. Dai, vieni fuori, la
direttrice non star via ancora a lungo dice riprendendo a camminare. Resto in attesa. E come
previsto, dopo qualche istante, Jin spunta dalla boscaglia. I nostri occhi si incontrano e lei si stringe
nelle spalle senza parlare. Coraggio! ci grida Hatsu, avvantaggiata di qualche metro. Riprendiamo il
cammino. Un brivido mi attraversa la schiena. Ai piedi di un grande albero c una piccola statua di
Jizo, il monaco buddista che, in vita, era noto per la sua dedizione ad aiutare i bambini e che ora, nello
spirito, aiuta le loro anime. Si dice che i mizuko, i bambini dacqua  nati morti, oppure morti per
aborto spontaneo o procurato , non possono passare nellaldil da soli. Di solito uno Jizo  vestito
come un bambino, con un bavaglino e una cuffietta rossa. Questo non ha nulla. Pi avanti, lungo un
terrapieno in lieve pendenza, Hatsu si ferma. C luce davanti a lei e le ombre lunghe e strette scendono
a cascata dalle sue spalle, come se quel chiarore le volesse respingere. Io e Jin la raggiungiamo. Una
lieve brezza ci rinfresca la pelle mentre osserviamo pi sotto un vasto campo. Grandi fiori selvatici
rossi punteggiano terreni incolti che si estendono a perdita docchio.  una vista bellissima, ma
ingannevole. Il mio cuore perde un battito. Mi riparo gli occhi con la mano e li strizzo per mettere a
fuoco. Quelli che avevo scambiato per boccioli rossi non lo sono affatto, in realt. Sono statuette come
quella che si trova ai piedi del grande albero. Sono statue di Jizo con vestiti da bambino. E sono
centinaia. Le statue di cemento, con bavaglini e cuffiette rosse di stoffa, sono posizionate ovunque
senza alcun ordine predefinito. Alcune sono allineate in file perfette, altre si inseguono lungo il pendio
dellargine, altre ancora sono disposte luna di fronte allaltra in silenzioso confronto. Dallo sbocco
della radura la terra  rossa di sangue, e io sbircio nel ventre gonfio e gravido della morte. Gli occhi
addolorati di Hatsu si posano su Jin, poi trovano i miei. Questa  la loro ultima dimora. I loro corpi
riposano qui. Quanti!
Restiamo in silenzio a fissare quelle minuscole statuette. Aspettiamo dei bambini tutte e tre; Hatsu  di
sette mesi, Jin sta entrando nel nono, e io, di circa quattro. Piango lacrime cocenti di rabbia, le narici
dilatate da un respiro pieno di determinazione. La mia bambina non finir qui da sola in attesa di
raggiungere laltra sponda. No. I bambini di sangue misto non finiscono cos. Almeno non qui.
Hatsu indica unampia zona di strani alberelli. Scende lungo largine e si avvia in quella direzione,
stando attenta ad aggirare gli Jizo. Io e Jin la seguiamo. Mentre vi passiamo davanti non posso fare a
meno di osservare quelle facce di pietra. Sono tutte diverse. Questo monaco ha le guance paffute e gli
occhi chiusi in meditazione. Quello ha laria accigliata. Quellaltro ancora ha unespressione triste e la
fronte aggrottata. Il suo bavaglino  volato da una parte con una folata di vento. Alcuni hanno solo il
viso, ricavato da comuni massi tondeggianti. Non hanno berrettini che li tengano al caldo, n bavaglini
annodati intorno al collo. Il folto di alberi conserva i suoi segreti. Attraversandolo osservo delle piante
strane, diverse da quelle che ho visto prima. Cortecce grigio scuro che si sfaldano e foglie simili a dita
affusolate che sembrano tendersi verso di noi. Alcuni rami si alzano verso il cielo e torreggiano
dallalto. La maggior parte mi sfiora la testa. Sono alberi non autoctoni provenienti dallOccidente,
come i bambini che riposano in mezzo a loro.  qui che giacciono. Questo  il loro paradiso. Hatsu si
ferma e indica un mucchietto di terra fresca poco pi avanti. Il bambino di Yoko... I miei occhi si
allargano via via che acquisto consapevolezza di ci che  davanti ai miei occhi. Mi volto a osservare
quello scenario sinistro. Piccoli cumuli di terra sono sparsi ovunque. Sono tantissimi. Non ci sono
statue di Jizo che aiutino i bambini ad attraversare. Quelle povere creature innocenti non sono rispettate
nemmeno nella morte. Vengono lasciate prive di un segno di riconoscimento e sole, dimenticate. Mi
accarezzo il ventre come per rassicurare la piccola anima che sta crescendo l dentro. Non passer
nemmeno un minuto da sola nelloscurit. La direttrice Sato non condanner lo spirito di mia figlia in
uneternit infernale dove non troverebbe mai pace. Mi torna in mente il pianto del bimbo di Yoko. Il
suono del suo improvviso silenzio mi spezza il cuore. Il suo piccolo spirito intrappolato chiama
disperatamente. Calde lacrime scendono una dopo laltra da occhi che hanno visto troppo. Non posso
sopportare oltre. Mi butto in mezzo allerba alta e comincio a raccogliere freneticamente i fiori di
campo strappandoli vicino alla radice. Ne far degli omaggi per le tombe di quei poveri bambini. Che
cosa stai facendo? mi grida Hatsu. Non ho dimenticato urlo agli alberi, alle anime perdute che
piangono in mezzo a loro. Riuscirete ad attraversare. Tutti voi troverete pace! Le api disturbate mi
ronzano nelle orecchie, ma le scaccio con la mano e continuo a strappare fiori, incurante del rischio di
essere punta. Naoko.  Jin, o forse Hatsu, a chiamarmi. Cado in ginocchio, le dita che stringono
manciate di fiori, foglie ed erbacce. Viene via tutto, tutto strappato, tutto disperso. Perch Okaasan 
morta? Perch? Perch? Le mie grida disperate traboccano da labbra tremanti. Questo  troppo.
Accovacciandomi sui piedi, mi tiro indietro per estirpare con tutte le mie forze una radice
particolarmente resistente. Stringo le mani intorno allo stelo robusto e mi dondolo allindietro, poi gli
do uno strattone gridando frasi spezzate dalle lacrime. No, non lo accetto.  davvero troppo. Stringo
la presa e tiro ancora pi forte. Io desidero soltanto Hajime. Perch, Haha? Un altro strattone.
Perch? La radice finalmente cede e io cado allindietro per il rimbalzo. Prima sbatto la schiena, poi
la testa, e rimango l distesa a singhiozzare. Sbatto il pugno a terra pi e pi volte, poi affondo le
unghie. Non posso fare altro che piangere. Haha, il bambino di Yoko, tutti questi piccolini. Come ha
potuto la nonna mandarmi qui? E pap, come ha potuto permetterglielo? Perch Hajime non  venuto?
Qualcuno si siede vicino a me e mi accarezza i capelli. Alzo la testa, e Hatsu mi avvolge nelle sue
braccia. Premo il viso contro il suo ventre mentre le sue mani continuano ad accarezzarmi, e torno a
sciogliermi in lacrime. Piango per questi bambini. Per la mia. Per me. Ma questa sar lultima volta.
Non pianger pi. Hatsu e Jin mi aiutano a raccogliere un mazzolino di fiori selvatici per il bambino di
Yoko. Troviamo una pietra e creiamo una ghirlanda colorata da sistemare alla base. Se prima avevo
sentito il bambino piangere, ora sento il suo spirito. Con la nostra statua di Jizo improvvisata,
finalmente quella creatura potr attraversare. Arriver dallaltra parte e trover pace. Spero che tu non
debba mai arrabbiarti con me. Jin fa frusciare una lunga canna di poligono del Giappone. Il suo tono 
colorato da un sorriso nascosto. Smetto di raccogliere fiori e soffoco una risata. Hatsu sorride e scuote
la testa. Ci sediamo tutte e tre sotto un enorme albero inconsueto. Il pi grande del campo. Mi confido
con Hatsu e Jin raccontando della recente perdita di mia madre e del prezioso shiromuku che mi ha
donato affinch lo indossassi il giorno delle nozze. Bench Hatsu gi sospetti che Satoshi non  mio
marito, non mi sento pronta per confermarlo, ma non lo smentisco neppure. Le lascio credere che mio
marito sia giapponese. Unimprovvisa fiducia porta con s un improvviso rimpianto, perci sono
prudente, anche con nuove e care amiche. Da dove vengono tutte queste statue di Jizo? chiedo a
Hatsu. Lei si posa in grembo la piccola ghirlanda che sta intrecciando e riflette. Le mandano
direttamente le famiglie, oppure la direttrice gliele addebita. Ma non per loro. Questi bambini sono
dimenticati perfino da morti. Sposto lo sguardo su quei tumuli senza nome. No, per loro no. Hatsu
continua a intrecciare fiori. Anche se le famiglie mandano il denaro, la direttrice non lo usa per loro,
perci questi spiriti rimangono prigionieri. Quella non  una levatrice,  un demonio.  la rabbia a
dettare le mie parole. Jin, so che non vuoi tenere il bambino, ma quella... Indico la sua pancia.
Quella  una creatura viva. E nonostante il dolore che ti evoca il suo concepimento, il bambino 
innocente. Forse riusciamo a trovare lorfanotrofio? Raddrizzo la schiena pur restando in ginocchio e
faccio un respiro profondo per prendere slancio e coraggio. Propongo di fare un patto. Un patto?
Hatsu stringe gli occhi. Di che tipo? Dopo aver preso un altro respiro, guardo bene in faccia ciascuna
di loro. Per prima cosa dobbiamo unire le forze per diventare protettrici di questi bambini dimenticati.
Ogni tumulo dovr avere una statua di Jizo  anche se improvvisata  in modo che ogni piccolo spirito
possa attraversare. Nessuno deve essere intrappolato o dimenticato. E secondo... Afferro la mano di
entrambe e le tengo tra le mie. Impegniamoci a istituire una guardia a difesa dei piccoli che portiamo
in grembo. Ci assumiamo la responsabilit di aver cura di loro, sia in vita sia nella morte. Giuriamo qui
e ora che le ossute dita della direttrice Sato non fermeranno mai il loro respiro n terranno il loro spirito
in attesa del passaggio. Che se non riusciremo a tenere i nostri piccoli o a metterli al sicuro, cercheremo
Fratello Daigan, il monaco custode dei bambini, e gli permetteremo di condurli con onore e rispetto
verso una sistemazione migliore. Hatsu e Jin si scambiano uno sguardo dubbioso, ma alla fine si
prendono per mano in modo da formare un cerchio tutte e tre insieme. Hatsu stringe la mia mano. Lo
prometto. Anchio dice Jin. Bene, allora siamo legate da un patto solenne. Ora dobbiamo
escogitare un piano di fuga. Per la prima volta da quando ho perso Okaasan, mi sento forte e animata
da una rinnovata determinazione. Non posso cambiare il mondo in cui viviamo, ma attraverso
lesempio del cuore coraggioso di mia madre, posso cambiare la vita di qualcuno.
27
Giappone, oggi
Prima di salutarci alluscita del ristorante, Yoshio mi aveva consegnato la foto della casa di Zushi
insieme al nuovo indirizzo. Avevo provato a offrirgli il pranzo per esprimergli la mia gratitudine, ma
lui non me laveva permesso. Pi tardi, mentre aspettavo di salire a bordo della Yokosuka Line, mi
sentivo piuttosto ottimista. Finalmente vedevo qualche progresso. La casa risultava registrata a nome
Nakamura, lo stesso riportato sullaffidavit di matrimonio di mio padre, e bench fosse disabitata, se
non altro lavevamo trovata e cera unalta probabilit che appartenesse alla Societ di Commercio
Nakamura di Yokohama, i cui soci fondatori erano originari di Zushi. Dovevano essere loro. Una
societ commerciale si inseriva bene nella storia di pap. Convalidai il mio biglietto ferroviario, poi mi
guardai intorno alla ricerca di indicazioni per controllare se ero nella coda giusta. Leccitazione della
giornata e i persistenti effetti del jet lag rendevano ancora pi difficile muoversi nelle stazioni
congestionate senza sentirsi disorientati. Laddetto con i guanti bianchi incaricato di indicare se i treni
erano in arrivo o in partenza sul binario non aiutava di certo. Non era uno degli "spingitori" descritti da
Yoshio prima, e anche se pap una volta mi aveva raccontato di aver visto degli impiegati che facevano
ginnastica sulla banchina, luomo in questione non si stava allenando. Nessuno lo degnava di uno
sguardo tranne me. Studiai le strane luci blu a LED attaccate alla tettoia sopra di lui. Erano telecamere
collegate a un centro di smistamento del traffico? Luci anti-suicidio. Mi voltai e mi trovai davanti un
giovanotto biondo e lentigginoso, forse sulla ventina, con linconfondibile taglio di capelli a spazzola
da militare. Quelle luci, signora, dovrebbero avere un effetto calmante e impedire che qualcuno si
butti sui binari mi spieg indicando il punto dove stavo guardando. Davvero? Indietreggiai di un
passo dalla linea tracciata sul marciapiede, lunica barriera che mi separava dai binari sottostanti.
Avevo appena letto un articolo di denuncia riguardo i lampioni LED, responsabili del raddoppiamento
del rischio di cancro alla pelle. Perch in Giappone credevano che queste luci avessero unazione
calmante? Mi sfugg un sorriso incredulo. Ne  sicuro? A essere sincero, non lo so esattamente. Il
giovanotto si strinse nelle spalle, imbarazzato. Sono arrivato dal North Carolina questa settimana e il
mio commilitone laggi... Indic il suo amico che flirtava con un gruppetto di ragazze giapponesi.
Be, magari me lha detto soltanto per prendermi in giro. Lamico gli fece cenno di avvicinarsi.
Benvenuta in Giappone, allora. Giusto? Scoppi in una risata e si affrett a raggiungere gli altri. Non
era molto diverso da come immaginavo dovesse essere stato mio padre alla stessa et. Giovane, forse
lontano da casa per la prima volta e desideroso di vivere nuove avventure. Guardando quei ragazzi cos
spensierati  come si muovevano, le loro risate  mi figurai quello stesso ragazzo, pi maturo e ormai
sposato, che raccontava ai suoi figli storie sul Giappone e sulle ragazze che aveva conosciuto laggi.
Sorrisi. Speravo che la sua storia avesse un lieto fine. E speravo che lo avesse anche la mia. Diedi
unaltra occhiata al mio biglietto, poi mi rivolsi alladdetto allassistenza passeggeri mentre mi
avvicinavo alla mia coda. Mi scusi.  questo il binario per la Yokosuka Line? Yo-kas-ka? mi
chiese senza smettere di gesticolare indicazioni. Avevo pronunciato male il nome della citt. La "O"
era breve, e la "U" muta. S,  quello il binario del treno per Yo-kas-ka? Hai, Yokosuka. Sorrise,
poi mi indic la banchina con un cenno del capo. Scoprii che gran parte dei giapponesi capiva linglese
di base, ma pochi si arrischiavano a parlarlo. Spesso mi ritrovavo davanti a sorrisi, gesti e cenni di
assenso. Tornai alla mia coda pi fiduciosa, e mentre aspettavo il treno cercai il sito della Societ di
Commercio Nakamura. Una pagina denominata "Storia della societ" spiegava che la famiglia vantava
una lunga esperienza nelle importazioni di manufatti e nelle esportazioni di materie prime, ma si era
recentemente espansa nel settore. Il centro di distribuzione si trovava nei pressi del porto e il quartier
generale era situato nel distretto industriale Minato Mirai 21, a breve distanza dalla stazione di
Yokohama. Presi in considerazione lidea di chiamarli per fissare un appuntamento, ma in quel
momento arriv il treno. Le porte si aprirono, e mentre una massa di passeggeri si riversava fuori della
carrozza, noi ci insinuammo fra luno e laltro per salire. Contrariamente al treno espresso senza
fermate intermedie che avevo preso dallaeroporto Narita, con i suoi spaziosi sedili imbottiti, quello
della Yokosuka Line era un comune treno pendolari. Abbassai uno dei sedili di plastica ribaltabili, ma
lo offrii a un uomo un po avanti con let che era salito dopo di me. Numerosi avvisi corredati di
immagini indicavano le regole da seguire a bordo: era vietato fumare, mangiare o parlare al telefono, e
anziani, disabili e donne in gravidanza avevano la priorit. Mentre mi sorreggevo alla maniglia sopra la
mia testa, sbirciando sotto il mio braccio mi capit di cogliere lo sguardo incuriosito della donna
accanto a me, delluomo stipato dietro di lei e di parecchi altri passeggeri. Mi guardai intorno e mi
accorsi che tutti tranne me erano rivolti verso le pareti esterne, perci mi adeguai prontamente. Non
cerano indicazioni al riguardo. La Yokosuka Line, costruita oltre un secolo prima, correva lungo il lato
sud-occidentale della penisola di Miura costeggiando la Baia di Tokyo. Non che riuscissi a scorgere la
minima traccia di paesaggio. Dalla corsia interna, dove mi trovavo, non vedevo altro che persone, e
poich tenevo gli occhi bassi, una distesa di scarpe. Scoprii che solo io portavo i sandali. La mia
intenzione era quella di arrivare in albergo a Zushi, farmi una bella dormita e formulare un piano, ma
quando ci avvicinammo a Yokohama, dove aveva sede la Societ di Commercio Nakamura, afferrai la
maniglia del mio bagaglio a mano e mi ritrovai diretta verso la porta per scendere. Yokohama era la
seconda metropoli pi popolosa del Giappone e la sua stazione ferroviaria era una citt di per s. Sia
lentrata est sia quella ovest erano collegate a un centro commerciale sotterraneo che si estendeva su
parecchi livelli e comunicava con i grattacieli circostanti. Una volta uscita dalla stazione, digitai
lindirizzo della Societ di Commercio Nakamura sul navigatore e mi misi in cammino. Non avevo
ancora un piano. Se avessi concordato unintervista in anticipo, mi sarei preparata le domande, ma
questa era una visita improvvisata per raccogliere informazioni. Avevo un obiettivo, per. Capire se la
famiglia Nakamura che aveva fondato la Societ di Commercio Nakamura era la stessa che deteneva la
propriet della casa. E, in caso affermativo, chiedere se erano disponibili a un incontro. Qualora fossero
gi stati contattati da Yoshio, avrei spiegato che collaboravamo allo stesso progetto. Le rotelline del
mio trolley facevano un gran baccano sul marciapiede mentre mi dirigevo verso la Baia di Tokyo. Era
la pi grande area industriale giapponese, e via via che mi avvicinavo, il suo tipico odore  diossido di
zolfo e smog  saturava laria. Eppure, ovunque posassi lo sguardo, vedevo cartelli che
pubblicizzavano battute di pesca per turisti. Mi ero occupata del tema in un articolo sul disastro
nucleare di Fukushima, evidenziando come, dopo il terremoto e il conseguente tsunami nel 2011, i
reattori danneggiati avessero continuato a emettere cesio radioattivo nelloceano portando al collasso
lindustria ittica della zona. E per questa ragione, la Baia di Tokyo  un tempo ritenuta troppo inquinata
per la pesca  aveva conosciuto una prodigiosa rinascita. Imboccai unaltra strada trafficata
asciugandomi la fronte imperlata di sudore. Il breve tragitto a piedi fino al distretto industriale si
trasform in una tirata di trenta minuti sotto un sole implacabile, ma non appena svoltai lultimo
angolo, il sole si ecliss dietro la Yokohama Landmark Tower. Il quarto grattacielo pi alto del
Giappone ospitava un hotel a cinque stelle, ristoranti, negozi e varie societ, tra cui appunto la Societ
di Commercio Nakamura. Accelerai il passo. Mentre attraversavo lampio giardino diretta verso
limponente porta a specchio, mi torn alla mente il tratto che avevo percorso accanto a mio padre per
entrare in ospedale nellOhio. La nostra camminata fianco a fianco e le nostre immagini riflesse che ci
venivano incontro per salutarci. Anche ora, avvicinandomi alla porta, il riflesso si rimpicciol, il passo
rallent e mi trovai di fronte alla versione di me stessa che ero in quel momento. Soltanto che, questa
volta, ero sola. Latrio con il soffitto a volta si apriva su un grandioso centro commerciale a cinque
piani, con colonne in stile romanico e due grandi scalinate ai lati. Pur essendoci molto movimento, il
rumore era contenuto, tanto da indurmi ad abbassare la maniglia del mio trolley e portarlo a mano per
evitare il fastidioso ticchettio delle rotelline sulle piastrelle del pavimento. Secondo la mappa della
Landmark Tower, la sede della Societ di Commercio Nakamura si trovava al trentasettesimo piano.
Entrai nellascensore, premetti il 3 e il 7 sullo schermo digitale e cercai di darmi una calmata via via
che salivo. Cera la possibilit di incontrare la famiglia Nakamura, e io non ero realmente pronta.
Grazie alle ricerche che avevo fatto, avevo scoperto che dopo la guerra la cultura occidentale era
penetrata nelle tradizioni orientali e aveva mescolato le acque. Che gli americani dopo loccupazione
erano oggetto di curiosit per i giovani e un abominio per i vecchi. E che i bambini nati da relazioni tra
donne giapponesi e militari americani venivano abbandonati, proprio come aveva detto Yoshio. Ma
mio padre che abbandonava un figlio? Pap?
Era un pensiero orribile. Unidea che mi faceva star male. Non potevo credere che fosse vero, ma se i
Nakamura fossero stati di altro avviso, cosa sarebbe successo? Che cosa avrei detto? Che mi
dispiaceva? Avevo la lettera di mio padre in cui esprimeva il suo rammarico per ci che aveva fatto,
avevo il denaro ricavato dalla vendita della sua Caddy, ed ero l per chiedere risposte senza averne
nessuna da dare. Ero agitatissima quando lascensore rallent e infine si apr. Mi trovai di fronte una
parete di vetro satinato su cui era inciso il logo della Societ di Commercio Nakamura. Attraversai
latrio con il cuore in gola. Sono qui, sto andando. Augurami buona fortuna, pap. Aprii la porta. Pareti
bianche immacolate, poltroncine rosse imbottite e una scrivania curva con un vaso di fiori bianchi
insolitamente grandi. La receptionist, una donna con unelegante camicetta color avorio e degli occhiali
dalla montatura spessa, mi accolse con un sorriso. Buongiorno. Posso aiutarla? Inglese. Le indirizzai
un sorriso sollevato. Salve. Non ho un appuntamento, ma speravo di poter parlare con qualcuno della
famiglia Nakamura. La donna lanci unocchiata al mio bagaglio. Desidera diventare nostra cliente?
Abbiamo diversi consulenti disponibili. Appoggi un dito sulle sue cuffie come per chiamarne uno.
No, grazie. In realt volevo parlare con un membro della famiglia riguardo una casa di loro propriet.
Be, almeno credo che lo sia.  registrata sotto il loro nome e speravo di avere delle informazioni.
Lei lavora nel settore immobiliare? Il mio cuore fece un balzo; lei non batt ciglio. Per la verit
sono una giornalista. C qualcuno della famiglia Nakamura con cui posso parlare? O con cui fissare un
appuntamento? Mi ritrovai a sbirciare alle spalle della donna alla ricerca di qualcuno negli uffici. Mi
dispiace, ma il signor Nakamura  fuori sede per un viaggio daffari piuttosto lungo, e lui  lunico
membro fondatore mi rifer limpiegata tirandosi su gli occhiali con un colpetto. Lunico? Sa dirmi
quando sar disponibile? Gli ruberei soltanto pochi minuti insistetti continuando a sorridere. Sar
mia premura informare il signor Nakamura non appena ritorner. Certo. Non aveva intenzione di
dirmelo. Cercai in tasca il mio bigliettino da visita e glielo consegnai. Posso prendere un opuscolo
della societ? Prego... disse indicando lespositore. Ne presi uno e gli diedi una scorsa mentre mi
avviavo verso luscita. Ripeteva alcune delle informazioni che avevo gi trovato sul sito, ma riportava
anche le foto dei componenti della famiglia che avevano rivestito il ruolo di amministratore delegato
nel corso degli anni, compreso un fondatore, un uomo di nome Nakamura Kenji, che al momento era
ancora in carica. Poteva essere sulla sessantina, con quella leggera spruzzata di grigio intorno
allattaccatura a V dei capelli. Nakamura Taro, suo fratello, veniva citato come ex amministratore
delegato. Proprio mentre stavo per chiedere se almeno lui era disponibile per un colloquio, notai le date
che apparivano sotto il suo nome. Era morto alcuni anni prima. Mi voltai verso la receptionist e,
alzando lopuscolo in aria, dissi: Grazie ancora. Dopo essermi sistemata in albergo, mi diressi verso
la spiaggia di Zushi per godermi un momento di pausa e riflettere. La penisola di Miura, nota per la sua
ampia costa frastagliata, era bellissima e Zushi non faceva eccezione. Poich era tardo pomeriggio, la
folla di bagnanti si era diradata lasciando una fioritura di ombrelloni rossi a punteggiare la sabbia
ancora infuocata. Parlai al telefono con Yoshio mentre camminavo a piedi nudi tra la schiuma delle
onde che lambiva il bagnasciuga. La mia visita improvvisata alla Societ di Commercio Nakamura lo
aveva divertito. Ecco perch amo gli americani, siete sempre cos intraprendenti comment. Vorrai
dire impazienti scherzai, sapendo bene che stava solo cercando di essere gentile. Hai. Unaltra
risata. Che ne pensi di scrivere un pezzo sulla SCN per il "Tokyo Times"? Mi fermai e giocherellai
con le dita dei piedi nella sabbia grigia e umida. Bench tecnicamente fosse di origine vulcanica, la
spiaggia di Zushi non aveva il caratteristico colore nero. Credi che sia fattibile? Pensavo che non si
trattasse di uninchiesta giornalistica. Non avevi detto che era una faccenda personale? Be, s,
questo  vero. Passai il telefono allaltro orecchio e continuai a passeggiare, una camminata lenta e
rilassata, di quelle che si fanno con le mani in tasca. C un risvolto personale, ma ho letto il profilo
della societ e ho trovato la sua storia molto interessante. Sono sopravvissuti al grande terremoto del
Kanto e in qualche modo sono riusciti a superare la grande depressione del dopoguerra. E il
primogenito, Taro, ha rilevato lattivit del padre e lha portata avanti fino alla sua morte prematura,
quando lazienda  passata nelle mani del fratello minore. Lattuale signor Nakamura? S, e anche
se adesso  intorno ai sessantanni, quando assunse il controllo della societ era lamministratore
delegato pi giovane nella storia della SCN, e si  rivelato anche il pi innovativo. Allora, che ne
pensi?  una storia che merita di apparire sulla stampa? Io penso che tu ti senta in colpa per i tuoi
bizzarri atteggiamenti da cowboy. Grata. Mi sento grata che i miei bizzarri atteggiamenti abbiano
confermato che i Nakamura sono la famiglia che cercavo. E poi, in questo modo avranno un motivo
reale per richiamarci. Quindi che ne dici di usare il tuo fascino giapponese per mettere insieme un
bellarticolo sulla loro fortuna? Ho sempre saputo che mi trovavi affascinante. Scoppiai a ridere e
mi fermai, lasciando che lacqua fresca mi scivolasse sui piedi. Sbattei le palpebre contro il sole ormai
al tramonto, basso e assonnato, constatai che avevo sonno anchio e mi voltai per tornare sui miei passi.
Oh, wow. Che c? Tra le colline che abbracciavano la costa della penisola e le isole
incontaminate che punteggiavano lorizzonte, nella foschia striata di rosa della sera imminente,
fluttuava maestosa una massa bruna. Il monte Fuji. Ah, s, il Fuji disse Yoshio. Saggio scalarlo
una volta, ma una pazzia scalarlo una seconda. Ecco perch amo i giapponesi, siete sempre cos
introspettivi osservai riprendendo ironicamente la sua battuta. Lui scoppi a ridere. A dire il vero,
lho letto sulletichetta della bustina del t. Lo immaginavo. Avevo intenzione di rientrare in
albergo, ma dopo aver chiuso la conversazione con Yoshio, mi ritrovai seduta sulla spiaggia a
osservare il sole che dipingeva il cielo con lievi pennellate di rosa e di rosso sopra un oceano agitato. Io
lo ero altrettanto. Mio padre era stato qui? Anche lui aveva ammirato questo spettacolo? Non avevo
trovato una foto del monte Fuji tra i suoi ricordi, ma suppongo di s. Scavando intorno a me, liberai un
pezzettino di legno trasportato dalla corrente e lo usai per disegnare sulla sabbia i caratteri kanji che
componevano il nome Nakamura. Erano i proprietari della casa. E anche se non ero riuscita a
concordare una visita della propriet, non avrei lasciato il Giappone senza averla vista. Avevo
lindirizzo, perci lindomani mattina ci sarei andata.
28
Giappone, 1957
Hatsu, Jin e io siamo sedute sui gradini del portico per goderci la fresca brezza della sera. Lestate
prepara i suoi bagagli straripanti di fiori e foglie nelle varie tonalit del verde muschio in vista della
partenza imminente. Anche noi. Lontano da orecchie indiscrete, non parliamo daltro. Ma io sto
diventando impaziente. Sono passati due giorni da quando abbiamo stretto il nostro patto, con lintento
di aiutare gli spiriti perduti a compiere la loro traversata confezionando delle statue di Jizo. Due giorni
da quando ci siamo riproposte di ricorrere a Fratello Daigan se non dovessimo riuscire a tenere con noi
i nostri bambini o a metterli al sicuro. Due giorni passati a controllare il lucchetto del cancello e a
esplorare il parco alla ricerca di possibili vie di fuga. Due giorni troppo lunghi. Finora non abbiamo
trovato nulla. Mi lascio sfuggire un sonoro sospiro. Non posso farne a meno. Ho il cuore pesante. Che
c che non va? chiede Hatsu dandomi una leggera gomitata. Mi volto per accertarmi che Aiko e
Chiyo non siano nei paraggi, poi mi avvicino alla mia nuova amica e le sussurro: Il fatto  che
continuiamo a cercare qui intorno e ogni volta ci imbattiamo in nuovi ostacoli. Sappiamo che c un
sentiero principale tra il cancello chiuso e la clinica, e un sentiero secondario che porta al luogo in cui
riposano gli spiriti dei bambini. Ma il resto della propriet  un bosco immenso circondato da una
recinzione invalicabile.  per questo che continuiamo a cercare dice Hatsu abbassando il mento.
Ma il terreno da esplorare  troppo esteso e abbiamo troppo poco tempo. La direttrice esce soltanto
per brevi commissioni e quindi ci ritroviamo a coprire sempre pi o meno la stessa area. Raccolgo i
pensieri. Siamo come i tre monaci ciechi cui viene chiesto di descrivere un elefante. Percepiscono
soltanto una parte del tutto. Jin e Hatsu si scambiano unocchiata. Ma cosaltro possiamo fare?
chiede Hatsu mettendosi a braccia conserte. Non possiamo prendere e uscire da un cancello chiuso
con un lucchetto. I miei occhi si spalancano. Il cuore martella. Perch no?  come se mi fossi
arrampicata sul dorso dellelefante e riuscissi a vedere ci che  ovvio. E se potessimo, invece?
chiedo, facendo correre lo sguardo dalluna allaltra. Il modo pi sicuro per uscire  seguire lo stesso
percorso che abbiamo fatto per entrare, no? Prendo un respiro profondo, eccitata da questa
rivelazione. Non c bisogno di trovare unaltra uscita, dobbiamo soltanto trovare la chiave! Sappiamo
che la tiene nella sua stanza, giusto? Gli occhi di Hatsu si fanno tondi, poi si velano di
preoccupazione. Ma come? Se c la chiave, significa che c pure la direttrice, ed  sempre nei
paraggi. Quando avremmo loccasione di introdurci nella sua stanza? Ne creiamo una. La
prospettiva mi rende euforica. Quando sono dentro, le attiriamo fuori nello spiazzo. Tu e Jin dovete
creare un po di trambusto. Ad esempio? chiede Jin con uno sguardo nervoso che guizza da me a
Hatsu. Che so, fingete di esservi fatte male o di litigare, qualcosa del genere. Qualsiasi cosa. Che
importa? Ci che conta  creare una bella distrazione. Poi io entrer in casa urlando come una pazza
per chiedere aiuto. Mi viene quasi da ridere. Potrebbe funzionare. Quando loro usciranno, io rimarr
dentro e trover la chiave.  semplice.  rischioso ribatte Hatsu scuotendo la testa.  ancora pi
rischioso non tentare. Rimango ferma, risoluta, con la schiena dritta, sperando che la mia spina
dorsale sia abbastanza forte da sopportare i dubbi delle mie due compagne. Sono certa di poterla
trovare. Poi ce ne andremo. Io non posso stare qui. Stare qui? Cos tutto questo bisbigliare, eh?
Spaventate, ci voltiamo di scatto. La direttrice Sato  sulla porta e ci osserva con sguardo sospettoso
dietro gli occhiali dalla montatura sottile. Dalla sua bocca pende una sigaretta spenta. Mi stampo un
sorriso sulle labbra. Oh, stavamo parlando di amici e famiglia, giusto? Mi rivolgo a Hatsu e Jin come
se continuassi una conversazione precedente. Come vi dicevo, magari Kiko non sa nemmeno che sto
qui. Alzo le sopracciglia e ammicco per incoraggiarle a partecipare. Hatsu mi asseconda nella
sceneggiata. Kiko  tua sorella? Come una sorella.  la mia amica dinfanzia. Soddisfatta, la
direttrice preme la levetta dellaccendino di ottone con il pollice e inala profondamente. O almeno lo
era. Abbasso la testa e smetto di fingere. Al funerale di mia madre era ancora risentita con me e non
mi ha degnato di uno sguardo. Mia nonna direbbe che la prosperit fa fiorire gli amici, lavversit li
mette alla prova. Hatsu, seduta in mezzo, batte sulla mia spalla, poi su quella di Jin. Allora noi
saremo le migliori amiche. Le tre scimmiette. Ci scambiamo un sorriso.  cos che ci definiamo ora.
Hatsu  quella che si copre gli occhi tristi perch ha visto troppo. Io sono quella che si copre le
orecchie, ossessionata dal pianto dei bambini diventati anime senza pace. E Jin  quella che si tappa la
bocca, parla a voce bassa ed  di poche parole. Voi siete tre scimmiette pazze che si aggrappano al
riflesso della luna per credere tali sciocchezze. Siete arrivate sole e ve ne andrete sole ci apostrofa la
direttrice dalla soglia. Soffoca una risata insieme a una boccata di fumo. Mi copro le orecchie. Ha
detto qualcosa? Mi spiace, non sento. Hatsu si copre gli occhi. Chi ha parlato? Jin si copre la bocca
e ridacchia. La direttrice alza gli occhi al cielo e soffia unaltra nuvoletta di fumo nellaria. In attesa che
se ne vada, continuiamo a parlare del pi e del meno. Vi manca la scuola? chiedo. Di certo non le
lezioni di matematica risponde Hatsu ridendo. Perch devono essere i nostri genitori a scegliere i
corsi? Cos siamo condizionate per tutta la carriera scolastica. Poi aggiunge a bassa voce: Se mia
figlia avr voglia di cambiare indirizzo, affronter gli insegnanti per ottenerlo. Cosa avresti scelto?
interviene Jin. Mmm... Hatsu arriccia il naso. Calligrafia... anzi no, danza. E tu? Jin non
risponde; si limita a stringersi nelle spalle fissando il filo derba che stringe fra il pollice macchiato e
lindice. Non si sente bene. Sono sicura che la nube di fumo tossico della direttrice non le  di aiuto.
Io ho una passione per la danza dico sventolando la mano in aria, poi aggiungo piano: Magari anche
il mio Uccellino diventer una ballerina. Hatsu drizza le antenne, improvvisamente interessata
allargomento. Hai studiato il Nihon Buyo? Abbiamo studiato diversi stili tradizionali, ma il mio
preferito  il No Mai. Lo conosci? Le maschere No sono magiche. Il legno di hinoki intagliato permette
alla luce e alle ombre di alterare lespressione. Dalla clinica arrivano le grida di Aiko e Chiyo che si
stanno accapigliando. Calmatevi! urla la direttrice, poi fa schioccare la lingua ed emette una lunga
spirale di fumo. Io continuo a parlare. Mai significa danzare, ma solo dopo aver studiato sodo ci si
inizia a muovere. Vi chiudo a chiave nelle vostre stanze, se non la piantate gracchia la direttrice
sentendo uno schianto dentro la casa. Magari tre giorni di punizione per tutte, eh? Gira i tacchi e
rientra per dare una lavata di capo alle ragazze. Il cuore mi balza in petto. Dobbiamo passare
allazione prima che metta in atto la sua minaccia. Per favore. Noi siamo le tre scimmiette sagge,
giusto? Non comportiamoci come i tre monaci ciechi. Ora il cuore batte allimpazzata. Annuisco.
Annuiscono anche loro. Bene! Andate, prima che ci sfugga loccasione dico dando una spinta a
Hatsu. Lei afferra Jin per il braccio e insieme corrono verso lo spiazzo. Ci scambiamo unocchiata.
Come? Jin  caduta?! urlo sperando di pungolarle a proseguire nella messinscena. S, Jin  caduta.
Si  fatta male! urla Hatsu di rimando tenendo le mani a coppa intorno alla bocca. Scuote dolcemente
il braccio di Jin, ma lei rimane ferma, attonita. Vedendo che non reagisce, Hatsu la sollecita di nuovo.
Entrambe le facciamo cenno di cadere. Quando finalmente esegue gli ordini, Hatsu quasi scoppia a
ridere, poi Jin caccia un urlo da perforare i timpani. Io e Hatsu la guardiamo esterrefatte. Jin sorride.
Vado a cercare aiuto! grido, non volendo perdere labbrivio, ma sforzandomi di restare seria. Faccio
loro cenno di proseguire. Hatsu vaneggia di sangue e di ossa fratturate mentre Jin, accartocciata a terra,
simula di essersi ferita con lamenti e grida. Quelle due insieme creano un discreto scompiglio.
Direttrice, faccia presto! urlo correndo in casa. Trovo tutte in cucina. Jin si  fatta male! Ci
mancava anche questa esclama la donna, esasperata. Aiko fa una risatina sprezzante mentre asciuga i
piatti che  stata costretta a lavare. Chiyo gliene passa uno alla volta con lo stesso sorrisetto sdegnoso
sulle labbra. Indico la porta.  ferita e... Arriva un altro grido straziante da Jin. Questo  ancora pi
potente.  unattrice davvero formidabile! Forse la sua materia scolastica preferita era teatro? Bisogna
fare presto, Hatsu ha parlato di sangue e di fratture! Jin sta soffrendo tantissimo,  fuori di s dal
dolore! aggiungo per non essere da meno con la mia recita. Un altro grido, ma stavolta proviene da
Hatsu, e induce Aiko, Chiyo e la direttrice a precipitarsi verso la porta. Io indugio. Il cuore mi batte
cos forte che il suo rumore quasi sovrasta il trambusto creato da Jin e Hatsu. Non appena tutte e tre
spariscono dalla vista, mi fiondo nella stanza della direttrice alla ricerca della chiave. Ci sono due futon
accostati luno allaltro contro la parete di fondo. Due tavolini bassi ai lati danno equilibrio allinsieme.
Un unico dipinto sumi-e appeso alla parete di fronte. Apro larmadio e sbircio dentro. Lenzuola, vestiti,
scatole di oggetti personali. Tutto pulito e ordinato. Rovistando tra queste cose non trovo nessuna
chiave. Con il cuore in tumulto, do unocchiata fuori della stanza e tendo le orecchie. Le urla di Jin mi
gelano il sangue. La voce della direttrice ha un volume altrettanto alto, ma non  altrettanto acuta. Ora
le sento avvicinarsi! Mi guardo intorno, poi i miei occhi cadono su un cofanetto decorato appoggiato
sul tavolino. Lo apro e smuovo il contenuto con lindice. Nessuna chiave. Un altro urlo, e poi la
direttrice che ordina bruscamente a Chiyo di aiutarla mi spinge a muovermi pi rapidamente. Mi
inginocchio per tastare tra il futon e il tatami. Niente. Le loro voci si fanno sempre pi alte. Il cuore
pulsa contro le costole. Dove, dove, dove? Mi volto e abbraccio la stanza con uno sguardo dinsieme.
Noto qualcosa che brilla sotto il cofanetto che ho appena aperto, nello spazio creato dai piedini. Sollevo
il portagioie ed eccola l. Una sola chiave. Naoko!  la voce di Jin. Balzo in piedi e mi precipito
fuori della stanza della direttrice proprio nel momento in cui rientrano. La scena che mi si presenta
davanti mi lascia sgomenta. Jin ha un braccio abbandonato sulla spalla di Chiyo, laltro sopra quella di
Hatsu. Aiko e la direttrice la spingono da dietro. Che cosa succede? Si  fatta male davvero?
Jin  piegata su se stessa, in lacrime e... Bagnata.
Che cosa  successo? Mi trema la voce mentre mi avvicino per prestarle aiuto. La direttrice ha
scoperto il nostro piano? Ha aggredito la povera Jin? Chiyo, aiuta Jin a distendersi. Aiko, tu tieni a
bada queste due cos non si impicciano sbraita la direttrice. Afferra Hatsu per il braccio e la strattona
facendole perdere lequilibrio. Aiko tenta di immobilizzarmi, ma io mi divincolo e grido per avere una
risposta. Che cos successo? Ditemelo! Aiko mi artiglia il polso e mi trascina via. Riesco a
sottrarmi, ma mi scontro con Hatsu mentre entrambe veniamo spinte nella mia stanza. Poi la porta
viene chiusa a chiave anche se noi ci ribelliamo tempestandola di pugni. Direttrice! continuo a urlare
sbattendo contro la porta e tirando la maniglia. Poi poso gli occhi su Hatsu. Lei si accascia a terra, le
mani intorno al grembo. Hatsu? Sento dei passi che si allontanano nel corridoio e si affrettano
disperdendosi per tutta la casa. La direttrice impartisce ordini. Mi sembra di tornare alla mia prima
notte qui. Mi si stringe il petto. Jin piange nellaltra stanza. Un altro urlo. Hatsu, ti prego, dimmi cos
successo! dico accovacciandomi accanto a lei. Solleva il mento. Le lacrime scendono copiose sul suo
viso. Stavamo recitando la scena come concordato, ma a un certo punto Jin ha smesso di fingere. Gli
occhi tristi di Hatsu incontrano i miei. Le si sono rotte le acque, Naoko. E io sento il mio cuore
andare in frantumi. Abbiamo aspettato troppo. Hatsu accartoccia il viso e se lo nasconde con le mani.
Appoggio la guancia sulla sua spalla mentre lei  scossa da singhiozzi pieni di frustrazione. Mi copro la
bocca per fermare i miei. Che facciamo ora? Che cosa possiamo fare? Barcollando, mi avvicino alla
parete e urlo: Jin, siamo qui con te! Tu sei coraggiosa, andr tutto bene, vedrai. Hatsu si associa. Sei
bravissima, Jin! Lasciateci aiutare! Imploriamo tra le lacrime. Per favore, lasciateci... Tappatevi
la bocca, l dentro! sbraita la direttrice, poi ordina ad Aiko di andare a prendere altri asciugamani. Le
grida di Jin vibrano attraverso la parete, seguite da quelle della direttrice che le ordina di non spingere.
Qualcosa non va. Jin continua a piangere mentre la direttrice spiega che il bambino si presenta
podalico. Tratteniamo il fiato in silenzio. Aspettiamo. Le urla si fanno sempre pi forti. Ascolto con gli
occhi spalancati e ancora una volta mi ritrovo a fissare il soffitto. Le travi di bamb si intrecciano
avanti e indietro sopra la mia testa. Le conto decine di volte. Ventidue, ventitr... Le urla sono sempre
pi ravvicinate e io non sono ancora arrivata a contare lultima fila. Mentre cala la notte, restiamo
sedute al buio e guardiamo le ombre che si muovono freneticamente al di l dello shoji, la parete
divisoria in carta di riso. Uno spettacolo inquietante, pi spaventoso dei demoni delle rappresentazioni
No. Anche con gli occhi chiusi, quelle sagome vi rimangono stampate. Quando sentiamo la levatrice
ordinare di spingere, ringraziamo il cielo e riprendiamo a incoraggiare la nostra compagna. Puoi
farcela, Jin! urliamo. Va tutto bene! Dopo qualche minuto, vicino alla spinta finale, le nostre
rassicurazioni tornano a essere suppliche. La prego, direttrice! Lasci vivere quel bambino! Per favore,
abbia piet. Possiamo portarlo allorfanotrofio! Jin urla. Lultima spinta. Il pavimento scricchiola. Dei
passi affrettati si avvicinano per poi svanire. Un altro scricchiolio seguito da un pianto sommesso. Non
 del neonato, n della madre.  il nostro. Piangiamo perch il piccolo di Jin non ha mai pianto. Mentre
la luna attraversa il cielo in punta di piedi, il silenzio inghiotte le nostre lacrime. I passi concitati
cessano del tutto lasciando spazio alla sinfonia notturna degli insetti con il loro ronzio. La casa si
dispone al sonno. Questo incubo non mi abbandoner mai. Jin, mi senti? sussurro, ancora accostata
alla parete divisoria. Lei non risponde. Jin! Torner mai a parlare? Appoggio il palmo della mano
contro il tramezzo. Jin, il tuo bambino passer dallaltra parte, al sicuro e amato. Hatsu e io faremo del
nostro meglio per vestire la statua di Jizo del tuo piccolino.  una promessa. Non lo
dimenticheremo aggiunge Hatsu, accanto a me. Le lacrime scorrono sulle mie guance. E non
dimenticheremo mai nemmeno te. Amiche per sempre. Noi siamo le tre scimmiette, ricordi? La mano
esile di Jin, dallaltra parte della parete, si accosta alla mia. Restiamo cos, in contatto, con un milione
di cose inespresse che ci legano. Poi, dopo un istante, le sue dita e le loro lunghe ombre scivolano via
nella luce. Unaltra immagine marchiata a fuoco nella memoria. Le lacrime continuano a cadere, ma
come Jin, rifiuto di dar loro voce. Piuttosto, assumo unespressione enigmatica, come quella delle
ammalianti maschere No. La nostra recita non ha avuto un lieto fine, soltanto una fine. Mi guardo
intorno nella stanza, soffocata da unemozione insostenibile. Un tavolino. Il dipinto a inchiostro sumi-e.
Il mio bagaglio nellangolo. Sono ancora alla Clinica Ostetrica Bamb. Dov nato un altro bambino.
Dov morto un altro bambino.
Il cerchio si  chiuso e gira vorticosamente sino a farmi girare la testa. Con un respiro profondo e
rinnovata determinazione, guardo Hatsu dritto negli occhi, mi frugo in tasca e tiro fuori la chiave. I
nostri sguardi si incatenano. Usciremo di qui.
29
Giappone, 1957
Il sole si muove lentamente nel cielo del tardo pomeriggio e la luna impaziente invade il suo spazio.
Entrambi mi strizzano locchio in un cenno dintesa attraverso la fitta tettoia verde degli alberi mentre
percorro vacillando il sentiero accidentato. Hatsu deve finire di sbrigare le sue faccende, e io ne
approfitto per fare una passeggiata e raccogliere i miei pensieri, calmare i nervi e rimettere insieme i
pezzi di ci che  accaduto a Jin. Comera successo con Yoko, il mattino dopo non lavevo pi trovata.
I suoi genitori erano venuti a prenderla? Aiko e Chiyo avevano aiutato la direttrice a trasferirla da
unaltra parte? Non lo so, e loro non vogliono dircelo. Vorrei essere rimasta sveglia. Invece ero
scivolata nellabisso, e al risveglio avevo trovato Hatsu accanto a me sul pavimento e la porta della
stanza aperta. Poich ormai siamo in possesso della chiave, abbiamo intenzione di andarcene il prima
possibile, ma locchio sospettoso della direttrice non ci molla un secondo quando siamo insieme. E
quando non lo siamo, entrano in azione le sue spie. Anche adesso Chiyo mi segue passo passo. Salgo
sul ponticello consumato dalle intemperie con una mano allargata per mantenermi in equilibrio. Ciao,
Ganko, pesciolino testardo, ti ricordi di me? Lascio cadere un pezzettino di pane spalmato di pasta di
fagioli rossi. Una macchia guizzante gialla e nera agita lacqua. Il pesciolino lotta con gli altri per
assicurarsi la sua parte e non cede finch non riesce a spuntarla. Mi piace. Satoshi aveva ragione.
Quella carpa grassottella e io siamo uguali. Perseveranti. A proposito, Satoshi si sar domandato
perch non sono ancora tornata? Avr chiesto di me e la nonna lo avr di nuovo ingannato? Hajime
sar rientrato dallo Stretto di Taiwan andando incontro allo stesso destino? O la sorte continua a
trattenerlo laggi? La mia mano fornisce rassicurazioni alla protuberanza appena accennata del mio
ventre. La direttrice sostiene che dovrebbe essere pi pronunciata, ma senza unadeguata assistenza
medica e con pasti cos poveri, sono gi fortunata che questa creatura stia crescendo. La mia bambina
lotta. E io con lei. Di solito, quando una donna  pronta a partorire, lascia la casa del marito e torna dai
suoi genitori. La mia famiglia mi ha mandato qui. Immagino che la nonna abbia detto a mio padre che
sarei stata meglio in una clinica ostetrica. Ma immagino anche che abbia evitato di specificare di quale
tipo. Lui avr creduto che lei, in quanto donna, sapesse cosera meglio per me. Invece mia nonna ha
creato una bugia che non solo si reggeva sulle gambe, ma che anzi, ha sviluppato delle ali scandalose
ed  volata via oltre ogni mia possibilit di perdono. Ipotizzare che mio padre sappia come stanno
realmente le cose  come pensare a un faro spento. Buio. Hatsu non pu tornare a casa; ed  rischioso
andare nella mia casa in quel villaggio di emarginati. Con Hajime trattenuto in servizio, la mia
famiglia, sapendo della mia fuga, potrebbe venirmi a cercare l e trascinarci indietro entrambe. Poso le
mani sul ventre e penso a parole di conforto: Va tutto bene, Uccellino, ti terr al sicuro. Il monastero
non ci caccer via. Sospiro, consapevole che le mie preoccupazioni sono lacrime di passerotto, una
piccola cosa, un dettaglio nel quadro generale. Questa bambina. Il bambino di Hatsu. Il patto che
abbiamo fatto. Quello cui intendiamo tener fede. Abbiamo dato al figlio di Jin il nome Minori, che
significa verit. Una delle tante con cui combatto. Dato che ce ne andremo stasera, io e Hatsu non
possiamo mantenere la promessa che abbiamo fatto a Jin. Non subito, almeno. Giuro su Dio che
ritorner per onorare la mia parola e per rendere giustizia allo spirito di quel bambino. Non dovr
aspettare a lungo. Oh, ne vuoi ancora? Sbriciolo gli ultimi pezzetti di pane e li lascio cadere nel
piccolo vortice creato dalla corrente, poi continuo la mia passeggiata, accompagnata dal fastidioso
rumore dei passi di Chiyo che mi segue ovunque. Per molti versi, io devo diventare come queste carpe
koi, devo essere in grado di adeguarmi allambiente circostante. Non devo forzare la mia direzione, ma
piuttosto entrare nel mulinello e uscire dallacqua seguendone landamento avvolgente.  cos che
gestiremo la nostra fuga. Davanti a me incombe il cancello, alto e scoraggiante, lo stesso che
controlliamo ogni giorno. Il lucchetto arrugginito pende di traverso. Ne verifico la tenuta con un
energico strattone.  chiuso. Sorrido. Non lo rester ancora per molto.  Hatsu a custodire la chiave.
Una delle due deve farlo. Per sicurezza continuiamo a scambiarcela. Se lavessi con me in questo
momento, nonostante la tentazione di liberarmi, non la userei mai. Non a spese di Hatsu e del suo
bambino. Come potrei? Abbiamo ununica occasione per andarcene e la coglieremo insieme. Ascolto i
passi dei monaci e delle monache impegnati nella loro passeggiata quotidiana. Gli stessi che non
interverranno finch restiamo da questa parte della staccionata, ma che saranno obbligati ad aiutarci
una volta che lavremo superata. Chiudo un occhio e con laltro sbircio attraverso le alte canne di
bamb. Macchie indistinte di marrone e ruggine. Mi immagino Fratello Daigan in mezzo a loro con la
sua tonaca bianca, il viso affabile con le guance tonde spinte in alto da un sorriso e gli occhi che si
curvano come due falci di luna. Immagino possa sentire i miei pensieri segreti. Non ancora, Fratello
Daigan. Non sono pronta a cedere la mia bambina. Ho ancora una possibilit di tenerla. Fuggiremo
stanotte! Abbiamo soltanto un altro ostacolo da superare. I ratti-spia della direttrice. Ma non sono
spietati come le volpi della nonna. E, se non altro, sappiamo chi sono e dove sono. Prevedendo nuovi
arrivi in clinica la settimana prossima, la direttrice Sato ha permesso a Hatsu di condividere la stanza
con me. Non deve preoccuparsi, perch dopo che saremo fuggite stanotte, di posto ce ne sar in
abbondanza. La notte abbassa la sua tenda, ma noi restiamo distese luna accanto allaltra, sveglie,
ascoltando il canto tritonale dei grilli nascosti nel cespuglio. Conosco le storie di tutte dico con una
voce che  poco pi di un sussurro. Che Aiko ha scoperto che il suo ragazzo aveva gi una famiglia e
lha lasciata, che Chiyo si  fatta mettere incinta per poi sentirsi dire dal padre che il bambino non era il
suo e che Jin ha subito un terribile dramma. Inclino la testa e guardo in faccia Hatsu. Ma non
conosco la tua. Lei fissa le travi di bamb del soffitto tenendo la sottile coperta tirata fin sotto il mento
appuntito. I suoi capelli si allargano a ventaglio sul guanciale. Sbatte le palpebre e resta in silenzio.
Inquieta, mi muovo per coprirmi i piedi nudi. Satoshi, il ragazzo che mi ha accompagnato qui, non 
mio marito. Avevi ragione ad avere dei dubbi al riguardo. Arriccio le dita dei piedi perch mi sento a
disagio a toccare largomento, ma ho deciso di confidarmi con Hatsu nella speranza che lei faccia
altrettanto con me. Ma non ho mai voluto ingannare nessuno. Semplicemente,  stato pi facile
assecondare la confusione. Quindi non sei sposata? mi chiede Hatsu guardandomi negli occhi, poi
sospira. Speravo quasi che fosse vero. No, lo sono. Mi giro sul fianco e mi puntello su un gomito.
Satoshi, il ragazzo che avete visto tutte,  quello che la mia famiglia aveva scelto come mio promesso
sposo.  un ragazzo perbene, ma io avevo gi donato il mio cuore a un altro. Un sorriso tenero mi
illumina il viso. Io lo chiamo Hajime, ma il suo vero nome  Jimmy. Jimmy Kovac.  un marinaio
americano. In questo momento  impegnato in unoperazione nello Stretto di Taiwan. Non sa dove mi
trovo, n quello che  successo. Ci siamo sposati appena prima che partisse. Le racconto che mia
madre mi ha dato la possibilit di scegliere, che la mia scelta ha diviso la mia famiglia e come sono
finita qui. Anche Hatsu si sposta sul fianco, in modo che i nostri sussurri debbano percorrere una
distanza pi breve. Ma tua madre  venuta al tuo matrimonio? Era davvero presente? S,  stata una
cerimonia magica, Hatsu. Le racconto tutto nei dettagli e a ogni parola rivivo ogni istante. Le racconto
delle lanterne appese agli alberi che brillavano come migliaia di lucciole palpitanti. Di quanto fosse
attraente Hajime nella sua impeccabile divisa bianca. Della sua promessa damore espressa cos tante
volte che continua a sostenermi anche ora. Le racconto della mattina dopo, quando gli avevo parlato
della possibilit che ci fosse una bambina in arrivo. E lui era contento? mi chiede Hatsu esitante,
quasi incredula.
Mi illumino. S, s. Anche se... Scuoto la testa da una parte e dallaltra. Be, in un primo momento
era sorpreso. Scoppiamo a ridere. Hatsu torna a stendersi sulla schiena e si lascia sfuggire un lungo
sospiro con aria sognante. La tua bambina  fortunata: quando ti chieder com venuta al mondo,
avrai una bellissima storia da raccontare. Una storia fatta di desiderio, damore e di un matrimonio da
favola. Sospira di nuovo. Quanto vorrei che anche il mio potesse averne una simile. Mi inumidisco
le labbra, incerta se ripeterle la domanda o meno, poi decido di osare. Qual  la storia del tuo
bambino, Hatsu? Lei si morde le labbra, poi le lascia andare. Hai notato come si somigliano i
racconti di Chiyo e Aiko? Perfino quello di Yoko. Quasi tutte le storie sono uguali. Tranne quella di
Jin. Gi, tranne quella di Jin. La sua espressione diventa piatta e si rabbuia. E la mia. Mi copro la
bocca con la mano. Jin, in un certo senso,  fortunata. Almeno ha lottato contro un solo demonio.
Mi sento mancare e scoppio a piangere. Le lacrime mi bagnano i polpastrelli e filtrano sotto la pelle.
Ecco perch Hatsu aveva preso Jin sotto la sua ala. Stava sempre dalla sua parte. La proteggeva con
spirito materno. Non lo sapevo. Non lo immaginavo. Non avevo chiesto. Perci, vedi? Stira le labbra
in una smorfia da cui le parole tremanti stentano a passare. Quando mio figlio chieder "Perch mi
hanno abbandonato? Da dove vengo?", i suoi nuovi genitori non avranno una bella storia da raccontare,
un matrimonio dallatmosfera magica e un amore proibito da condividere. Non avranno nulla da
offrirgli, perch con una storia orribile come la mia, io non ho nulla da lasciare. Ma tu lasci una vita,
Hatsu. Scivolo accanto a lei, la avvolgo nelle braccia e le sussurro tra le lacrime: Tu lasci una vita.
Hatsu  finalmente riuscita ad abbandonarsi al sonno. Un lieve russare accompagna ogni suo respiro.
Lho ascoltata a lungo e ho ripensato alle sue parole. Quelle dette e quelle taciute. Una verit cos
cruda. La parola "stupro" ha un brutto suono,  un raggrinzirsi di labbra seguito da un duro schiocco.
Ma, brutta o no, quasi sempre  collegata a una storia pi grande, di violenza e brutalit. Hatsu ha
ragione quando dice che sono fortunata ad averne una cos bella. Una storia che lei ora far sua per
lasciarla al suo bambino. Mi sposto sullaltro fianco e fisso la parete pensando a mio marito. Marito.
Picchiettandomi il ventre con le dita avverto un frullio, lo svolazzare di una piuma, cos leggero da
risultare quasi impercettibile, se non fossi qui, immobile. Hajime si sta perdendo questo istante. Mi
manca terribilmente.  sempre nei miei pensieri, mi consuma.  sano e salvo? Mi star pensando? Sta
facendo di tutto per tornare? Mi stiro sbadigliando pigramente e sforzandomi di tenere gli occhi aperti
nonostante la stanchezza, poi mi volto e scopro che anche Hatsu  sveglia e mi sta fissando. La sua
espressione mi chiede se  ora di muoverci. Sbatto le palpebre, alzo lo sguardo e ascolto la risposta. Il
battito irregolare del mio cuore. Si sente soltanto il ronzio del riscaldamento e un lieve ticchettio
irregolare, come se minuscoli sassolini cadessero sul tetto di tegole color ruggine. Sta piovendo?
Inspiro profondamente per saggiare laria.  fredda e umida. Il cherosene la rende pi pesante, il che
significa che la direttrice Sato ha di nuovo lasciato la stufa al massimo della potenza. I miei occhi
tornano a Hatsu e accenno di s con la testa. La casa dorme. Noi no. Ci siamo vestite a strati per
contrastare laria fresca della notte e per mantenere leggeri e maneggevoli i nostri borsoni. Hatsu ha
con s la chiave. Andiamo sussurro. Lei solleva la sua borsa e fa qualche passo esitante. Le assi del
pavimento si lamentano per essere state disturbate. Ci fermiamo per permettere al normale ritmo della
notte di ristabilirsi prima di provare ancora. Poi, muovendoci in simbiosi, alziamo un piede e lo
posiamo a terra in contemporanea.  unoperazione lenta e noiosa, ma ci assicura di non essere
scoperte. La porta  sempre stata cos distante? Vicino allingresso il pavimento scricchiola sotto il
nostro peso, minacciando di svelare la nostra presenza alla direttrice e alle sue spie. Ci blocchiamo con
gli occhi sbarrati e restiamo in ascolto. Nessuno si muove. Forse  una fortuna che piova. Il lieve
ticchettio aiuta a camuffare le nostre manovre. Apro con cautela la porta principale. Il cuore mi
martella nel petto. Siamo cos vicine. Una volta arrivata sotto il portico, aspetto che esca anche Hatsu,
poi chiudo la porta con estrema cura. Resisto alla tentazione di mettermi a correre. Le nuvole scure
nascondono la luna e gran parte della sua utile luce. Non ho pensato a come sarebbe stato il tempo e
non abbiamo portato una lanterna. Un uomo colto di sorpresa  gi mezzo sconfitto. Faccio attenzione a
ogni passo, consapevole che  in gioco la vita dei nostri bambini. Vieni sussurro a Hatsu prendendole
una mano. Il terreno  scivoloso, e con il pancione che la appesantisce fatica a mantenersi in equilibrio.
Dalle nuvole basse cade una pioggia insistente che va a impregnare lerba. Lorlo dei nostri vestiti  gi
zuppo mentre attraversiamo in un lampo lo spiazzo dirette verso lo stretto sentiero. La volta di rami
intrecciati sulla nostra testa ci fa da ombrello e offre un riparo. Allungo un piede bagnato per verificare
la solidit del terreno davanti a noi prima di procedere, ma le buche della strada leggermente in discesa
raccolgono lacqua trasformandosi in pozzanghere. Non riesco a vederle e mi accorgo della loro
presenza soltanto dopo esserci finita dentro. Fai attenzione raccomando a Hatsu. Laria morde
facendomi rabbrividire nonostante i numerosi strati che ho addosso. Con questa pioggia impieghiamo il
doppio del tempo per percorrere quel tratto.  il terrapieno in lieve pendenza a preoccuparmi di pi. La
pioggia lo rende scivoloso. Poso a terra i borsoni per prendere la mano di Hatsu. Vai avanti tu. Reggiti
a me, ti tengo io. Lei ruota su se stessa, si posiziona di schiena e scende di un passo. Poi, facendo
oscillare la gamba, cerca un punto dappoggio stabile. La pioggia picchia con insistenza sulla mia
schiena. Si insinua a rivoli gi lungo il collo rendendo il freddo ancora pi pungente. Sposto tutto il
mio peso indietro per assicurare la presa. Hatsu fa un altro passo, affonda il piede un po pi avanti e si
allontana quasi fuori dalla mia portata. Oh! Allimprovviso avverto uno strattone alla testa. Hatsu
grida perch mi  sfuggita la presa ed  caduta. Voi due cercate di svignarvela, eh? urla la direttrice
Sato. Mi prende di nuovo per i capelli facendomi sbattere contro di lei. Sapevo che stavate tramando
qualcosa! Agito le mani cercando di liberarmi dalle sue. Senza pagare, poi? Toglietevelo dalla testa.
Mi scuote, e io urlo: Scappa, Hatsu! Scappa!. Naoko! Scappa! urlo di nuovo, e colpisco la
direttrice con uno schiaffo. Lei indietreggia mentre io, barcollando, le conficco le unghie nelle braccia
per liberarmi. Mi trascina. A ogni faticoso passo, la distanza tra me e luscita aumenta. Continuo a
dibattermi e a lottare anche se mi sento strappare i capelli alla radice. Sono felice che Hatsu abbia la
chiave e mi auguro che possa raggiungere il cancello. Scalcio. Strepito. Mordo. Ahhh! La direttrice
mi lascia andare e indietreggia vacillando e imprecando per il dolore. Giro su me stessa e mi metto a
correre, con il gusto del sangue in bocca. Il sapore della libert scivola via. Lei  alle mie calcagna e mi
urla minacce in preda alla rabbia. Ho il cuore che batte come quello di un coniglio e mi muovo con gli
stessi passetti rapidi. Ho soltanto un desiderio. Uscire. Non sono veloce, ma forse posso sfuggire a
questa donna surclassandola in astuzia e nascondermi. Abbandono il sentiero che conosco e viro tra la
vegetazione fitta e selvaggia. Sento i ramoscelli caduti frantumarsi sotto il mio peso. Lerba alta e
bagnata mi schiaffeggia i polpacci. Mi inoltro tra i rovi e continuo a camminare, avanti e avanti, sempre
pi lontano, per mettere una distanza fra me e la direttrice, finch le sue imprecazioni mi arrivano
sempre pi deboli e io sono stremata. Mi fermo, senza fiato, piegata su me stessa. Un gocciolio
discontinuo filtra attraverso i rami sul tappeto verde del sottobosco.  quasi musicale sentire le gocce
che cadono su una foglia dopo laltra, una lieve sequenza armonica di tap tap tap seguita da una pausa
per poi cambiare ritmo e chiave. Ma  tutto ci che sento. Nessun urlo in lontananza. Nessun rumore di
passi vicino. Nessuno mi ha seguito fin qui. Ma dov qui? Dov Hatsu? Prego che sia lontana, sana e
salva. Sbatto le palpebre nelloscurit e mi volto a guardare la strada da cui sono venuta. Ho corso alla
cieca, come una lepre che, braccata dal suo inseguitore, scappa puntando a sinistra, a destra, girando in
tondo. Mi lascio scivolare a terra e mi afferro le ginocchia, scoraggiata per aver perso il senso
dellorientamento e anche la speranza. Lortica mi ha graffiato le gambe. Delle sottili linee in rilievo mi
serpeggiano sui polpacci e si gonfiano in ponfi. Mi prudono, ma non ci faccio caso. Affondo le unghie
nella terra strizzando fango e ramoscelli tra le dita e mi dondolo piano. Me ne star ferma, aspettando
la fine delle loro ricerche  ammesso che stiano ancora cercando , poi alle prime luci dellalba, mi
muover. Siamo partite cos tardi che il giorno non pu essere tanto lontano, ma con questo tempo 
difficile dirlo. La pioggia sgocciola dai capelli fradici e mi copre le guance di perline tremolanti. Si
raccoglie sulle ciglia, offusca gli occhi pieni di lacrime. Li apro, li chiudo... li apro, li chiudo. Stringo
le palpebre sforzandomi di rimanere concentrata. Quando sono con altri  quasi tollerabile, ma qui, da
sola, nella notte pi cupa? Il dolore e la preoccupazione sono insopportabili. La mia mente si arrovella
sul passato, ricordando le mie scelte, le scelte fatte per me... Se avessi scelto diversamente, Okaasan
sarebbe qui? E io? Ma allora che ne sarebbe della mia bambina? Ho la testa che scoppia di ricordi. Mi
fanno male i muscoli del torace e non riesco a tirare il fiato sino in fondo. Mi concentro sulle mie mani.
Sul ramoscello che stringo fra le dita e da cui ho staccato la corteccia. Dopo averlo scorticato del tutto,
lo lascio cadere e ne prendo un altro per iniziare a strappare i vari strati. Mi immagino Hatsu nel
monastero, al caldo, rifocillata e ben accudita. Questo pensiero mi scalda il cuore e mi sostiene mentre
aspetto... Minuti. Ore. E poi... le nubi del mattino si colorano di rosso con lo sbadiglio di luce a lungo
atteso. La mia mente confusa lotta per abituarsi a ci che mi sta intorno. Che cosa ho detto a Jin e
Hatsu? Sappiamo che c un sentiero principale tra il cancello chiuso e la clinica, e un sentiero
secondario che porta al luogo in cui riposano gli spiriti dei bambini. Ma il resto della propriet  un
bosco immenso circondato da una recinzione invalicabile. Alzo il mento. Tutto chiaro. Devo soltanto
rimontare sul dorso dellelefante e guidarlo su una linea dritta. Alla fine mi ritrover o su un sentiero o
bloccata dallo steccato. In ogni caso, una delle due vie mi condurr al cancello. Premendo le mani
sporche di fango sulle cosce bagnate, mi tiro su. Mi giro a sinistra, poi a destra, poi torno a voltarmi
verso la strada che avevo gi percorso. Un viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo, perci
che cosa importa? Da questa parte andr bene. Un rigido passo avanti. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Avanzo con le braccia spalancate. Inciampo su una radice scoperta, barcollo nel fango e sul muschio,
ma riesco a restare in piedi. Proseguo in questo modo. Sotto la volta verde, zuppa e con i vestiti fradici,
mi sembra di stare in un altro mondo. Lodore di terra bagnata mi riempie il naso. Il freddo umido mi fa
battere i denti. Sono avvolta dal silenzio, rotto soltanto dai battibecchi degli uccellini e da qualcosaltro,
qualcosa di familiare. Inclino la testa per ascoltare meglio. Acqua.
Il ruscello! Sono cos vicina? Il cuore esorta le gambe rigide ad affrettare il passo. A muoversi pi
velocemente. A uscire! Procedo ad ampie falcate sullerba alta, scosto i rami con le foglie ancora
bagnate, corro verso il punto in cui la boscaglia si dirada e trovo il ruscello. Lo costeggio ricordando la
sua direzione. Cerco il mulinello che si forma nel cuore vorticoso della corrente. Ed eccolo. Il ponte
rosso. La stradina. E ci cui conduce... il cancello. Corro. Corro lungo il sentiero di pietre sconnesse
che si addentra nel fitto sottobosco. Corro finch non scorgo le alte assicelle dorate di bamb. Corro e
sbatto i palmi aperti contro le fiancate portanti del cancello. Ondeggia per limpatto, ma mi fa
rimbalzare indietro. Spingo di nuovo. E di nuovo. Mi accosto e sbircio tra le assicelle. Mi sento morire.
C un nuovo lucchetto che pende di sghimbescio dallaltra parte. La direttrice non c.  andata a
cercare Hatsu? Me? Forse crede che io sia scappata. Un miscuglio feroce di emozioni mi assale.
Dapprima sono calma, in unincredulit sospesa. Com potuto accadere? Come ha fatto la direttrice a
sapere cosa avevo in mente? Poi la rabbia mi attraversa con un urlo silenzioso. Scuoto il cancello, pi e
pi volte, e quando mi giro, mi trovo davanti agli occhi il sorrisetto beffardo di Chiyo. Ciao, Naoko.
Ora capisco come ha fatto la direttrice a scoprire il nostro piano. Come ha fatto a trovarci cos presto.
Siamo state sciocche a sottovalutarla. Le spie e le volpi non possono competere con un ratto simile.
30
Giappone, 1957-1958
Nel giro di un mese il bosco ha cambiato il suo vestito spogliandosi degli ultimi scampoli destate per
prepararsi allautunno. I momiji, gli aceri, sono di un rosso acceso e indossano un mantello di colori che
va dal giallo intenso allarancione bruciato. Mi infilo un vecchio maglione grigio per scaldarmi. Poich
il sole non si fa vedere, laria fresca filtra attraverso i muri troppo sottili. Il mio ventre di sei lune,
anche se ancora piccolo, mi impedisce di chiudere quel maglione consumato. Tanto pi che mancano
due bottoni dargento. Tirandomi su a sedere, mi massaggio la fronte nel punto tra le sopracciglia. La
stanza sembra oscillare, perci torno a distendermi e chiudo gli occhi. Le cose non sono andate bene
per me dopo la fuga di Hatsu e la mia cattura. Le dita umide della pioggia mi avevano infradiciato la
pelle e si erano impadronite del mio spirito. Battevo i denti. Il guaio di quella notte ha compromesso la
mia salute. Mi sto consumando fino a ridurmi pelle e ossa. Un faticoso sospiro si fa strada attraverso i
miei polmoni stanchi. Senza Jin e Hatsu, mi sento completamente sola qui. Forse ovunque. Coricata sul
fianco, mi raggomitolo a palla con le mani intrecciate sulla pancia, come per cullarla. Non ho preso
abbastanza peso e mi fanno male le articolazioni per la prolungata inattivit. La direttrice Sato mi tiene
costretta a letto e mi prepara un t speciale per favorire il ritorno in buona salute. La sua
preoccupazione  che io possa abortire, perch in quel caso perderebbe mesi di retta. La mia 
esclusivamente il benessere della mia bambina. Non ho pi saputo nulla di Hajime. N della mia
famiglia. E neppure delle condizioni di Hatsu.  sempre nelle mie preghiere. Spesso sogno Okaasan e
la chiamo. Haha, le urlo. Ma lei non risponde mai e io mi risveglio in preda a un sudore freddo e
bruciante di febbre. Le chiacchiere di Chiyo e una grassa risata irrompono nella mia stanza. Quella 
Naoko, ma lasciala perdere. Sputa fuori quelle parole, fingendo di sussurrarle, a una ragazza che non
ho mai visto. Sostiene di essere sposata ed  convinta che suo marito verr a liberarla. Aggiunge
qualcosaltro, ma la voce  nascosta dal suo chiocciare. La nuova arrivata, incuriosita, guarda nella mia
direzione. Ha un viso spigoloso, gli zigomi alti e il mento appuntito. I lunghi capelli sono tirati dietro le
orecchie a sventola, e la riga da una parte mette in risalto i suoi occhi distanziati e indagatori, di un
marrone intenso. Ha il ventre arrotondato, ma non  ancora matura per il parto. Accenna un sorriso a
labbra chiuse. Io no.  come se, con un battito di ciglia, fossero cambiate tutte le facce familiari eccetto
quella di Chiyo. Vieni. Chiyo la prende per il braccio e sparisce anche lei. Sono passati mesi e il
clima uggioso e il fogliame autunnale ora sono immersi nel dormiveglia sotto il freddo occhio vigile di
gennaio. La temperatura  scesa abbastanza da far gelare il mio poco sangue con il suo brusco,
frizzante respiro, e da intirizzire il mio in uno sbuffo solitario. Qui, nella Prefettura di Kanagawa,
nevica raramente, ma linverno  sonnolento. Io ho ancora sonno. Sono a letto, appena sveglia dopo un
riposino pomeridiano, con lunico desiderio di indugiare sotto le coperte ancora un po.  stato cos per
tutta la stagione. Mi passo la mano sul viso, poi tra i capelli. Li liscio indietro per darmi conforto da
sola. Sento arrivare le lacrime e mi nascondo il viso tra le mani. Okaasan. Hajime. Qualcuno. Morire
sarebbe facile. La difficolt sta nel vivere. La ragazza nuova viene spesso a trovarmi. Si chiama Sora.
Talvolta, quando mi sveglio, la trovo seduta vicino a me, e bench io sia diventata come Jin, silenziosa
e poco incline alla conversazione, lei chiacchiera comunque. La ascolto attraverso il mio torpore, grata
per la compagnia e rattristata dalla sua storia che ormai conosco bene. Il suo soldato americano ha
negato la paternit del bambino e lha accusata di aver dormito con altri. Soltanto in seguito Sora ha
appreso che aveva gi un figlio e una moglie. Unaltra ragazza avventata. La crudele Aiko ha partorito
e se n andata. Piango la scomparsa del suo bambino, ma non mi dispiace non averla pi davanti agli
occhi. Altre due poverette sono andate e venute. Sora mi racconta le loro storie, storie tutte uguali. Una
 stata cos sconsiderata da immaginare di poter accalappiare un marito, e quellaltra  stata attenta, ma
non abbastanza. Nessuna delle due voleva tenere il bambino. Ed essendo io cos debole, non ho potuto
offrire nessunaltra opzione. Questo  un grave peso sulla mia coscienza. Che ne sar della mia
bambina? Ricordo il nostro patto, quello che io, Jin e Hatsu abbiamo fatto insieme. Penso a Hatsu, a
suo figlio, che sar al sicuro da qualche parte, e a Jin, allanima del suo piccolo ancora in attesa di
trovare la sua dimora. Naoko? Naoko, svegliati.  la direttrice Sato. Tengo gli occhi chiusi nella
speranza che se ne vada. Le ossute dita della morte scuotono la mia spalla, le stesse dita che stringono i
nasini dei neonati e scavano tombe poco profonde. Le stesse dita che si poseranno su mia figlia.
Che hanno preso il figlio di Jin. Naoko, svegliati, ti ho preparato dellaltro t. Puoi prenderlo al
kotatsu. La sua voce mi stride nelle orecchie. Tagliente come vetro, ma trasparente. Finge premura. Io
fingo di dormire. Mi scrolla di nuovo, questa volta pi forte, scuotendo i miei sensi. Coraggio.  bello
caldo, lho fatto apposta per te. Non ti attira? Scaldarmi le gambe sotto lampia coperta che copre la
tavola riscaldata, quello s che mi attira. Mi giro, arrendendomi. Ah, eccoti qua. I suoi occhi sono
globi senzanima incorniciati dalla montatura metallica. Si stringono quando mi rivolge un sorriso
affettato. La seguo con lo sguardo mentre si allontana, il kimono di lana che striscia sul pavimento a
ogni passo. Mi metto seduta, aspetto che la stanza smetta di girare e raccolgo le forze necessarie per
reggermi in piedi barcollando. Ho la mente lacunosa e annebbiata, gli arti deboli e indolenziti. Con
movimenti lenti, arranco fino al kotatsu nella stanza comune. Sora, con gli zigomi alti e arrossati,  gi
seduta. Mi affretto ad avvicinarmi, tanto che il pancione urta il bordo del tavolo, e mi tiro la coperta
intorno alla pancia per scaldare me e la mia bambina.  piacevole e confortante stare sotto la stufetta.
Allungo le gambe rigide e agito le dita dei piedi intorpidite per riattivare la circolazione. Sei cos
pallida, Naoko sussurra Sora. Sembri un yurei, un fantasma.  vero, solo che io sono ancora qui a
fluttuare tra due mondi senza trovare conforto da nessuna parte.  uno stato di turbamento che mi porta
a oscillare tra leccesso e la totale assenza di emozioni. La direttrice Sato dispone le tazze e versa il t
tenendo fermo il coperchio con una mano e inclinando la teiera con laltra. Il vapore si alza a spirale
riempiendomi il naso di un profumo dolce e aromatico. Mi porto la tazza alle labbra e vi soffio sopra
per raffreddarla un po. Bevilo fino allultima goccia, daccordo? La direttrice aspetta il mio cenno
dassenso, poi sparisce per andare a controllare Chiyo, che  entrata in travaglio. Aspetta. Sora alza
una mano per bloccarmi mentre sto per bere. Devo chiederti una cosa. Gira velocemente intorno al
tavolo per venire a sedersi accanto a me. Le nostre gambe ora si contendono lo stesso spazio ristretto.
Poso la tazza, ma tengo le mani allacciate intorno a essa per assorbirne il calore. Sora si volta a
guardare la stanza sul retro, dove la direttrice Sato si sta occupando di Chiyo. Inclina la testa per
ascoltare, poi mi si avvicina un altro po.  vero che hai aiutato una ragazza a scappare? Che vuoi
tenere il bambino? Ha catturato la mia attenzione. Ho sentito bene? Ho risposto? Naoko... Con gli
occhi imploranti, Sora ricomincia, solo pi lentamente. Vuoi ancora salvare il tuo bambino? Il mio
cuore letargico acquista un ritmo leggermente pi veloce. Mi passo una mano tra i capelli scarmigliati.
Capelli che non pettino da settimane, o forse di pi. Sbatto le palpebre. Le dita di Sora mi stringono il
polso emaciato. Naoko, ti fidi di me? Non sono stata una buona amica per te, unamica fedele?
Annuisco. S, in effetti lo  stata. Chi altri  venuto al mio capezzale? Chi mi ha portato delle coperte in
pi o una pezzuola bagnata per dare sollievo alla mia fronte febbricitante? Bene. Gli occhi di Sora si
illuminano e danzano come inchiostro liquido. Allora ce ne andiamo stanotte. Le sue parole mi fanno
sobbalzare. Che cosa? Il respiro mi si blocca in gola, come se non parlassi da tempo.  cos? Non
ricordo. Sora si avvicina ancora di pi. S.  perfetto. Chiyo  appena entrata in travaglio, quando si
far buio la direttrice sar totalmente concentrata su di lei e noi ce la fileremo. Il cancello. Fisso le
mie dita ossute e le unghie sottili come carta, provando a concentrarmi. La chiave lha presa Hatsu.
E io ho preso quella nuova Sora sorride. Mi incupisco al ricordo di quella notte. Pioveva ed era
buio, e mi sono persa. Sono troppo debole. Naoko, tu sei come il cieco che viaggiava di notte
portando una lanterna con s. Non gli serviva per vedere, ma per essere visto dagli altri. Tu porti ancora
la lanterna per tutte noi. Tu non ne hai mai avuto bisogno per conoscere la tua direzione. Scuoto la
testa. Storie, sempre storie. La sua lanterna si  spenta, Sora. Proprio come la mia. Proprio come me.
S, hai ragione. Allunga laltra mano e la posa sulla mia. E non siamo fortunate che sia andata cos?
Altrimenti come avrei fatto a incontrarti? Un accenno di sorriso.  tutto ci che sono in grado di
offrire. Io e Sora siamo davvero amiche. Ti prego insiste lei. Ho paura a provarci da sola. Dimmi
che stanotte ce ne andremo e salveremo il tuo bambino da quel demonio di levatrice. Quel demonio di
levatrice. La mia promessa al mio Uccellino. Il patto con Hatsu e Jin. Lo spirito della mia bambina
freme dentro di me risvegliando il mio. Alzo gli occhi per incontrare quelli di Sora. S? mi sollecita.
Annuisco. Abbassa le sopracciglia. Allora... non bere quel t.
31
Giappone, oggi
Le mie prime ricerche sulle case tradizionali a Zushi mi avevano portato a scoprire che alcune di esse
erano state trasformate in ryokan, ossia tipiche locande giapponesi. Tutte sembravano deliziose. Una
includeva una tinozza di legno di hinkoyi, il cipresso giapponese, dove ci si poteva immergere
nellacqua fumante con oli essenziali lenitivi. Due avevano giardini elaborati con tranquilli specchi
dacqua per favorire la preghiera e la meditazione, e tutte offrivano semplici futon sopra i tatami e dei
yukata personali.  l che avrei voluto alloggiare, ma non potevo. Il senso di colpa me laveva
impedito. Avevo venduto la Cadillac di mio padre per coprire le spese di viaggio, non per crogiolarmi
nel lusso come se fossi in vacanza. Cos, invece di una suggestiva locanda tradizionale, optai per
leconomico Seijaku Capsule Hotel. Seijaku significa "silenzioso", ma lhotel non lo era affatto. Era
tutto uno scattare di serrature mentre gli ospiti andavano avanti e indietro tra lo spazio comune, il
bagno condiviso e la stanza adibita a deposito bagagli. Le mini-capsule avevano le dimensioni adatte
per contenere un letto a una piazza. Erano lunghe e strette, alte al massimo un metro e venti e
accatastate luna sopra laltra in doppie file. Quelle della fila in alto erano accessibili tramite una
scaletta. Allinterno erano dotate di un televisore montato sul soffitto con cuffie auricolari, uno
specchio, un solo appendiabiti, una presa elettrica e una luce sopra il letto. Nientaltro. Non era il luogo
adatto per chi soffriva di claustrofobia, per chi aveva una corporatura o una statura anche solo
leggermente fuori della media, o per coloro che esigevano un po di privacy. Le capsule erano tutte
singole e separate per genere in blocchi da venti. Ma, per quanto mi riguardava, quella sistemazione era
comunque preferibile rispetto a un letto a castello in un ostello. Avevo uno spazio tutto per me e potevo
chiudere il pannello di bamb che schermava la porta trasparente. Era tardi ma non riuscivo a dormire,
cos, mentre i miei pensieri si rincorrevano freneticamente, mi misi comoda e diedi una rapida scorsa
alle centinaia di mail accumulate. Ero elettrizzata dal fatto che Yoshio avesse trovato la casa e che i
dati catastali riportassero lo stesso nome che appariva sullaffidavit di matrimonio, ma se non fossero
stati associati alla famiglia? Che cosa sarebbe successo? Sistemai il cuscino dietro le spalle e mi tirai
su, poi selezionai alcune mail da cancellare, ma ne aprii una proveniente dallarchivio militare. Pur
sapendo che il dossier relativo al servizio di mio padre sarebbe arrivato per posta, presa
dallimpazienza, avevo richiesto un aggiornamento di stato. La ringraziamo per aver sottoposto una
richiesta al Centro di archiviazione nazionale. Riceviamo circa 20.000 richieste ogni settimana, e
bench il tempo medio di risposta si aggiri tra le sei e le otto settimane, lattesa potrebbe rivelarsi pi
lunga a causa di un incendio verificatosi nel 1973 presso il nostro centro che distrusse circa 16 milioni
di fascicoli militari di cui, sfortunatamente, non esistono duplicati. Al momento non possiamo
confermare che i dati da Lei richiesti siano tra quelli andati distrutti, ma con la presente intendiamo
avvisarLa di un possibile ritardo nel portare a termine la nostra ricerca. Grazie. Strinsi lattaccatura del
naso tra due dita e chiusi gli occhi. Se la societ di Yokohama non aveva alcun legame con la famiglia
Nakamura, e i dati relativi a pap erano andati perduti, cosaltro avevo in mano per proseguire la mia
ricerca? La preoccupazione si insinu come un verme dentro di me, scavando una galleria fino al
nucleo. E se avessi venduto la Caddy di pap e fossi venuta sin qui in Giappone per poi trovare una
casa vuota? Scorrendo il resto della posta, mi soffermai su unemail che aveva come oggetto USS
Taussig, poi, abbassando lo sguardo, mi accorsi che erano arrivate parecchie altre risposte dai forum
militari. Dun tratto il sangue mi afflu alla testa e mi misi a sedere pi dritta. Mi ero dimenticata di
aver lasciato il mio contatto sul sito dedicato ai veterani della Marina statunitense. La prima mail era di
un commilitone che ricopriva il ruolo di elettricista, ma non ricordava mio padre. Condivideva lidea di
una rimpatriata, ma faceva notare che la maggior parte dei componenti dellequipaggio erano deceduti
o erano troppo vecchi per viaggiare. Il messaggio successivo era di una donna il cui marito aveva
lavorato in sala macchine a bordo della USS Taussig nello stesso periodo di mio padre. Era morto, ma
anche il cognato della signora era arruolato allepoca, e si sarebbe messa in contatto con lui per avere
qualche informazione. Unaltra persona diceva che il padre era stato in servizio a bordo della Taussig,
ma ora soffriva del morbo di Alzheimer, e quando il figlio gli aveva mostrato le foto che avevo
pubblicato, non aveva avuto alcuna reazione. Cerano altre mail, ma avevano tutti storie simili da
raccontare. E poi... Gentile Tori Kovac, ho trovato il suo post con la richiesta di informazioni sulla
Taussig e su qualche membro dellequipaggio, compreso suo padre. Io ho prestato servizio a bordo
della Taussig dal 1954 al 1957 e ho effettuato tre operazioni di ricognizione nellEstremo Oriente. Non
ricordo di aver visto suo padre, n riconosco gli altri nomi elencati, ma con oltre trecento anime
imbarcate ed essendo passati oltre cinquantanni, temo che la mia memoria mi tradisca. A ogni modo,
ho ripescato le mie copie dei registri di bordo e ho trovato una foto di suo padre nellalbo. La allego
nella speranza che le sia utile per la sua ricerca. Distinti saluti, Sal Dia Non appena aprii lallegato,
avvertii un tuffo al cuore. Ecco pap, in uniforme, ritratto in piedi e al centro con un sorriso appena
accennato, il petto in fuori e le spalle tirate indietro: un giovane marinaio coraggioso pronto a sfidare il
mondo. Gli occhi mi si riempirono di lacrime. Era una semplice foto di gruppo della prima divisione
tratta dal loro annuario, ma non lavevo mai vista prima. In un certo senso, era come riavere indietro un
pezzo di mio padre. Un pezzo che non sapevo fosse perduto. In quel preciso istante mi colp la
consapevolezza di quanto mi mancasse. Con la luce sopra il letto alla massima intensit, mi risistemai
contro i cuscini nella mia stanzetta in miniatura e mi apprestai a inviare mail di ringraziamento,
commossa dalla gentilezza di perfetti sconosciuti che, pur non ricordando mio padre, si erano presi la
briga di rispondere al mio appello. E qualcuno era addirittura andato a rovistare tra i propri ricordi
personali e aveva allegato una foto dellequipaggio impegnato sul cacciatorpediniere. Un gesto
semplice, eppure di enorme impatto. Era proprio la spinta di cui avevo bisogno per proseguire con
fiducia nelle mie ricerche. Osservai la foto di mio padre. Non sarei venuta meno alle sue aspettative, e
nemmeno alle mie. Volevo delle risposte. Lindomani avrei cercato la casa, interrogato i vicini e, se
necessario, avrei prolungato la mia visita aspettando la persona che si occupava del giardino. La casa
poteva anche essere disabitata, ma non avevo intenzione di lasciare il Giappone a mani vuote. Mi ero
svegliata con il sole e avevo gustato la colazione gratuita, presentata come "ben bilanciata, ideale per il
benessere del corpo", ma che, in pratica, era no omoi, pesante. Comprendeva sottaceti, tofu e persino
formaggio fritto e bocconcini di pollo. Assaggiai un po di tutto, ma mi rimpinzai di riso. Poi infilai i
miei effetti personali nellarmadietto e raccolsi poche cose in una borsa da portare con me, compresa la
lettera di mio padre. Speravo che il vecchio indirizzo della casa riportato sulla busta sarebbe servito ad
abbattere la barriera linguistica qualora mi fossi imbattuta nei vicini. Almeno avrebbero avuto unidea
del motivo per cui mi trovavo l. Il tragitto a piedi fino alla stazione di Zushi dur circa quindici minuti,
ma soltanto perch mi affrettai. Passai davanti a teenager che raccattavano tavole da surf mentre erano
diretti in spiaggia, mi destreggiai tra gli abitanti del posto che facevano acquisti al mercato e allontanai
con un cenno della mano i commercianti che invitavano a entrare nel loro negozio tutti quelli che, come
me, avevano palesemente laria da turista. Il treno della Yokosuka Line passava ogni trenta minuti e io
volevo prendere il successivo. Accelerai un po negli ultimi cento metri e arrivai proprio mentre il
convoglio entrava in stazione. Una volta salita a bordo, trovai un posto libero e mi misi a curiosare tra
le mete imperdibili segnalate dalla mia app di viaggi. A Zushi cera il Tempio Enmeiji, con un
gigantesco acero rosso pi che millenario. Inarcai le sopracciglia. Prima pensavo che pap avesse
fotografato una sposa tradizionale in un santuario nei pressi di Tokyo, ma ora, sospettando che quella
foto ritraesse la sua sposa, dovevo prendere in considerazione i luoghi di culto pi vicini alla base
navale e allabitazione della ragazza. Taura si trovava fra questi due punti, e ne vantava uno, il
Yokosuka-shi Taura, noto anche come il santuario dimenticato, poich il bosco aveva ricoperto i
cancelli rossi che adornavano il vialetto daccesso. Unenorme volpe di pietra aspettava in fondo al
sentiero per ricompensare coloro che avevano coraggiosamente affrontato limpresa. La app parlava di
centinaia di statue di volpi disseminate nel bosco, ma non diceva il perch. Mi appuntai entrambi i
luoghi, poi alzai lo sguardo mentre il treno affrontava unampia curva. Yacht maestosi ed eleganti
erano allineati lungo il molo e piccole barche a vela colorate beccheggiavano davanti al porticciolo.
Alla mia destra, le chiome degli alberi ondeggiavano nella brezza, e dun tratto fra i rami cominciarono
a intravedersi dei tetti. Qualche minuto dopo entrammo nella stazione di Higashi-Zushi, nel distretto di
Numama. Se il tragitto attraverso Zushi era stato veloce, la camminata dalla stazione alla casa che
cercavo avrebbe richiesto pi tempo. Non mi dispiaceva, poich la vegetazione circostante trasmetteva
un senso di pace e larietta che agitava le foglie come se fossero di carta era calda e piacevole. Una
volta mio padre aveva percorso questa stessa strada, ed ero convinta che fosse con me nello spirito
anche in quel momento. Mentre mi dirigevo verso la casa dimenticata dal tempo, la mia mente si
affollava di ricordi... Per due volte ebbi la tentazione di tornare sui miei passi mi aveva confessato
pap. Indossava luniforme e stropicciava nervosamente il berretto, agitato alla prospettiva di conoscere
il padre della sua ragazza, un potente uomo daffari. Io ero agitata soltanto allidea di vedere la sua
casa. Mentre mi avvicinavo alla sommit dellaltura, mi fermai, come immaginavo avesse fatto pap,
guardai su e socchiusi gli occhi contro il sole della tarda mattinata. Lei mi disse che lavrei riconosciuta
dal tetto di tegole. E come mio padre, la riconobbi anchio. Una foschia bianca si alzava dalle tegole di
terracotta mentre il sole scaldava la rugiada mattutina e si piegava come i petali di un fiore di ciliegio
che ricadono languidi su un pettinino decorato per i capelli. Vista cos, in controluce, quella grande
struttura dai muri bianchi sembrava quasi accesa di uno strano bagliore. Cera una tranquilla, schiva
eleganza nel modo in cui stava abbarbicata in cima alla collina. E bench nella foto scattata da Yoshio
fosse gi bellissima, vederla dal vivo era unesperienza surreale. Il tempo si era davvero fermato.
Sembrava uscita direttamente dai racconti di mio padre. Incuriosita dalle osservazioni di Yoshio
riguardo larchitettura, avevo fatto delle ricerche sullo stile delle case da t giapponesi e lavevo trovato
affascinante. Non riuscivo a capire come facessero le pareti interne di carta a sopportare lusura
quotidiana. Non si strappavano? Ma quella carta dalla trama ruvida veniva ricavata dai gelsi, gli stessi
alberi sorprendentemente resistenti dove erano stati trovati i bachi da seta. E ci che la rendeva
durevole era la struttura a graticcio che le dava rigidit. Se soltanto avessi potuto dare unocchiata
allinterno... Alcuni movimenti nel cortile laterale attirarono la mia attenzione. Schiusi le labbra. Una
donna anziana stava tagliando dei fiori bianchi dal fogliame basso e fitto. Traboccavano dal cestino di
bamb che pendeva dal suo braccio. Strizzai gli occhi contro il sole, poi li riparai con la mano, ma non
riuscivo a vederla bene in viso poich portava un cappello di paglia. Ma la casa non era disabitata? Era
lei? Cera soltanto un modo per scoprirlo. Mi lisciai i capelli, mi sistemai la giacca e, prendendo un
respiro profondo per calmarmi, mi avviai verso la casa.
32
Giappone, 1958
Sono tornata a letto e provo a riposare con la pancia piena. Mi sono sforzata di mangiare un po di
udon che Sora mi ha procurato di nascosto. Devo essere in forze se vogliamo scappare stanotte.
Accoccolata sul fianco, mi muovo in continuazione per trovare una posizione comoda, ma non ci
riesco. La prospettiva della fuga provoca troppa eccitazione, e sento la bambina agitarsi dentro di me. I
miei pensieri balzano da Hajime, a nostra figlia, a Sora, come una scimmia che passa da un albero
allaltro. Le tre scimmiette. Hatsu, Jin e io. Mi si stringe il cuore. Sora potrebbe essere la quarta. Ce ne
sono quattro nelle antiche leggende. La quarta si chiama Shizaru e incrocia le braccia per rifiutare il
male. Funziona. Sora mi ha sorpreso con la sua offerta di aiuto e il desiderio di tenere suo figlio. Lei mi
incita allazione e il cielo rafforza la mia determinazione. Deve esserci un disegno pi grande dietro
tutto questo. A meno che io non sia cieca. Non era stata la nonna a dirlo? No, no... era stata Kiko.
Laveva urlato quando le avevo parlato della mia scelta, quando le avevo confessato lidea che stavo
prendendo in considerazione. Tu sei accecata dallamore e non riesci a vedere la verit aveva
sentenziato. Le mie palpebre pesanti si aprono e si chiudono. Si aprono e si chiudono. Il muro  l, e
poi non c pi. Mi raggomitolo e penso agli occhi azzurri di Hajime e alle sue parole di congedo. Lo
prometto aveva detto. Ora e per sempre. Per sempre. Erano vere? Poco dopo sono persa nei
ricordi. Persa nellamore. Persa in un sonno senza sogni. Meglio cieca che senza speranza. Aaahhh!
Le urla di Chiyo scuotono la casa e disturbano il mio torpore. Sbatto le palpebre, non ancora sveglia ma
non pi assopita. Altre grida. Poi dei passi pesanti e un nuovo urlo. Solo che questo  della direttrice.
Non spingere, Chiyo! Aspetta. Devi aspettare. Sora si presenta sulla soglia di camera mia. Naoko,
dobbiamo andarcene adesso. Afferra il mio borsone e vi getta degli indumenti alla rinfusa. Sembra in
preda alla frenesia. Ha gli occhi sbarrati e il respiro accelerato. Adesso? Mi tiro su, trasalendo.
Avevo appena chiuso gli occhi. Ahhhh! Un altro urlo fende la notte e mi fa balzare gi dal letto. S,
dobbiamo andarcene subito. Povera Chiyo. No. Povero piccolo. Cerco di reggermi in piedi, ma
barcollo. Ladrenalina pompa nelle vene intorpidite, spingendo i miei muscoli apatici ad agire. Mi tiro
indietro i capelli arruffati e impastati di sudore e mi sforzo di trovare lequilibrio. Avverto delle punture
di spillo nel piede sinistro, rimasto troppo a lungo nella posizione sbagliata. Sora si avvicina alla porta
e fa capolino fuori per sentire se c movimento. Vestiti. Torno subito. Scuoto il piede per riattivare
la sensibilit, poi mi strofino gli occhi per focalizzare meglio. Sta accadendo davvero? Devo pensare.
Le calze... Ne metto un secondo paio, ricordando quanto si erano bagnati i piedi durante il tentativo di
fuga con Hatsu. Ne infilo un terzo paio in tasca casomai mi servissero. Cosaltro? Ruoto su me stessa e
mi guardo in giro. Mi metto unaltra sottoveste di cotone per aggiungere uno strato sotto un gonnellone
alloccidentale, una maglia che ormai non mi va pi bene e si rialza sui fianchi, poi il mio maglione
grigio sformato per tenermi calde le braccia. Non mi servir nemmeno il borsone se continuo a
mettermi una cosa sullaltra. Mi copro perfino la testa per non correre rischi. Non si sa mai cosa pu
succedere, e questa volta il freddo  pungente. Le urla di Chiyo si sono trasformate in singhiozzi.
Faccia qualcosa, la prego, faccia qualcosa implora, rivolta alla direttrice Sato. Si sente un altro
strillo, poi un lungo andirivieni della levatrice e delle altre ragazze. Resto immobile in mezzo alla
stanza, esausta, con gli occhi che guizzano in ogni direzione. Oh, la lanterna. Arraffo una scatola di
fiammiferi dal tavolo e la infilo in tasca. Sora torna di corsa in camera mia. Ho detto alla direttrice che
non ti senti bene, che penser io al tuo t e ti assister tutta la notte. Spalanca gli occhi quando vede
come mi sono vestita. Ma cosa ti sei messa addosso? Tutto rispondo. Gi, bene. Andiamo. Sora
sbircia di nuovo fuori della porta, poi mi fa cenno di seguirla. Infilo il braccio nella manica del
cappotto, impugno la lanterna e mi avvio dietro di lei, barcollando e pendendo da una parte. Sentendo
dei passi pesanti che si avvicinano, ci blocchiamo subito. Un secondo, due... ma non si vede nessuno.
Le grida di Chiyo mascherano i passi che ci restano per arrivare alla porta. Vai sussurra Sora
aprendola. Non mi volto indietro. Con il mio borsone in mano, Sora mi raggiunge e poi prende il
comando. La luna alta nel cielo getta a terra lunghe ombre argentee. Le rasentiamo mentre
attraversiamo la radura con la massima velocit consentita dalle mie gambe inattive da molto tempo.
C stata una gelata, e la sottile lastra di ghiaccio che copre il terreno scricchiola a ogni passo.
Coraggio, sbrigati mi dice Sora voltandosi non appena ci avviciniamo al piccolo sentiero.
Accompagna le sue parole con una nuvola di aria gelida, come un drago sputafuoco. Stai attenta.
Cerco di spingere pi veloce le mie gambe stanche. La sciarpa cade lasciandomi il viso scoperto, e
anchio, come il drago, soffio per lo sforzo. La fitta volta di rami spogli sopra le nostre teste cattura la
luce della luna e la spreme, lasciando filtrare sotto solo qualche debole barlume. Sollevo la lanterna
mentre Sora cerca i fiammiferi nella mia tasca. Si leva uno sbuffo di scintille e appare una fiammella.
Si stabilizza e si attacca allo stoppino con facilit, poi, con un rapido movimento, Sora spegne il
fiammifero. Con la lanterna in una mano e il mio borsone semivuoto nellaltra,  Sora a fare strada. La
luce rimbalza sul sentiero rischiarando il nostro cammino. Io procedo con cautela sulla superficie
irregolare, facendo passi lenti e misurati. Laria fredda della notte morde con i suoi denti aguzzi, ma io
sono ben imbottita e, per il momento, riscaldata dalla speranza. Sto lasciando questo posto.
Senza la pioggia, il ripido pendio del terrapieno  pi facile da gestire. Lanciamo il mio borsone in
fondo, e mentre Sora comincia a scendere, io tengo il lume che, ondeggiando dallimpugnatura, fa
tremare la fiammella gialla e rischiara il terreno a sprazzi. Pronta? Nel momento in cui Sora mi tende
le braccia per prendermi, la mia mente torna allo strattone della direttrice. A Hatsu. Alla sua caduta.
Scendo di spalle, facendo dondolare una gamba alla ricerca di un punto di appoggio pi in basso. Passo
la lanterna alla mia compagna e mi preparo ad affrontare quel passaggio difficile. Posso farcela. Il mio
corpo  stanco, ma il mio spirito  vivo e alimentato dal sapore della libert.  l, proprio davanti a me.
Un altro passo in gi, ancora uno, e cado tra le braccia di Sora. Andiamo. Solleva il mio borsone e,
tenendo in alto la lanterna, punta verso il ponticello. Il mio cuore martella facendo da propulsore per la
marcia. Un passo, poi un altro. Avverto una stretta allo stomaco. Mi fermo e metto le mani intorno al
ventre per sostenerlo. Naoko? La luce della lanterna si posa sulle mie guance. Raddrizzo le spalle e
prendo un respiro profondo. Sto arrivando. Siamo cos vicine alla meta. Salgo sul ponte e guardo gi
mentre lo percorro di corsa. Lacqua scorre tumultuosa sotto un sottile strato di ghiaccio che intrappola
le carpe koi. Addio, Ganko, mia vecchia amica, pesciolino perseverante. Questa volta non torner.
Naoko? Il richiamo di Sora  un grido sussurrato.  arrivata al cancello. La lanterna  appoggiata a
terra, vicino ai suoi piedi, con accanto il mio borsone rovesciato. Sora armeggia con la chiave nel
lucchetto, ma dun tratto si volta verso di me con laria sconvolta. Sora? Che succede? Scuote la
testa emettendo grosse nuvolette di vapore. Non funziona. Non ... Che cosa?! Il mio sguardo
cade sulla chiave che tiene in mano, poi si sposta sul lucchetto. Fammi provare. Prendo la chiave e
faccio un tentativo. Forse il lucchetto  semplicemente ghiacciato. Il mio cuore si ferma. I denti della
chiave non combaciano. Provo ancora e ancora. Mi porto la chiave davanti agli occhi, la studio, poi
guardo il lucchetto. Oh, no. Questa non  la chiave giusta. I nostri occhi si agganciano. Siamo
sconvolte. E adesso? Io indietro non ci torno. Non posso. Mi piego su me stessa. Sono tornati i
crampi. Per favore, Naoko. Devi stare calma. Non sei stata bene negli ultimi giorni. Mi posa un
braccio sulla spalla. Resto piegata a met, cercando di controllarmi, respirando piano per aspettare che
svanisca quella strana sensazione.  passato. Prova di nuovo. Sora prova ancora una volta, poi si
mette a spingere il cancello, ma questo si limita a cigolare per effetto dellimpeto con cui  stato
scrollato. Guardandosi intorno, Sora trova una pietra. Si accanisce sul lucchetto un colpo dopo laltro,
ma non fa che ritrovarsi con le dita massacrate. Resto a guardarla, paralizzata dalla paura. Le mie
viscere si torcono in unaltra spiacevole contrazione. E adesso che si fa? E se non riusciamo a uscire?
Mentre Sora continua a battere disperatamente sul lucchetto, io mi concentro sulla recinzione. Il bamb
 noto per essere cedevole e trionfante. Bene, io desidero che ceda, in modo da poter trionfare. Voglio
uscire.
Fisso il mio sguardo sulle assicelle legate insieme con della shuro nawa, la corda di fibre di palma
nera. Sora, prova la corda. Colpisci la corda. Avremmo dovuto portarci dietro un coltello. Perch non
ci ho pensato? Perch quella strega mi ha drogato. Ah... Unaltra fitta mi fa piegare di dolore.
Cerco di restare calma per non distrarre Sora. Ti prego, fa che funzioni. Ti prego. Sora prova a
tagliarla con una pietra appuntita, ma nonostante il ripetuto sfregamento si limita a sfilacciarsi. Lei
geme di frustrazione. Non funziona. Un altro colpo alla cieca, poi un altro ancora. Aspetta. Poso
gli occhi sulla lanterna e li spalanco, colta da unidea improvvisa. Un lampo di eccitazione mi
attraversa la mente. Magari non si spezza, ma potrebbe bruciare. Sora si illumina, cancellando di
colpo la sua espressione abbattuta. Lascia cadere la pietra, si fruga in tasca e tira fuori la preziosa
scatoletta. Dentro sono rimasti soltanto sei fiammiferi. D unocchiata lungo la recinzione nelle due
direzioni e si avvicina al montante del cancello. Dopo essersi scaldata le mani sfregandole insieme,
soffia il fiato caldo sullo spago saldamente allacciato. Con uno sfregamento il fiammifero si accende.
Ci rannicchiamo luna accanto allaltra, avviciniamo la fiammella alla corda e aspettiamo. Si alza un
filo di fumo sottile, quasi trasparente, poi il fiammifero, consumato fino a sfiorarle i polpastrelli, si
spegne. Proviamo e riproviamo, spinte dalla forza della disperazione. Non funziona. Aspetta!
Rimuovo la protezione di vetro della lanterna e la inclino in modo che la fiamma lambisca la corda. S,
fa fumo. Piccolissimi fili che si affusolano nellaria. La corda si gonfia in tante bolle e poi si ritrae,
esponendo la canna. Sta funzionando! Io e Sora ci scambiamo uno sguardo e un gran sorriso. Le
passo la lanterna priva di protezione, e lei la avvicina al laccio successivo per bruciarlo e aspetta
pazientemente che si ammorbidisca. Anche questa volta si scopre la canna nuda. Procede cos su ogni
nodo, poi passa al legaccio successivo e allaltro ancora. Io seguo il suo lavoro con apprensione,
sostenendomi la pancia e pregando che la mia piccolina tenga duro. Deve resistere ancora un po.
Qualche minuto di pazienza pu farci guadagnare una vita di pace. Dopo aver completato tutte le file,
Sora sfila la corda che lega una canna allaltra. Poi due... ora ce ne sono cinque gi. Ce ne serve
qualcuna in pi. Lavora velocemente per farci uscire. Io rimango ferma per tenere tranquilla la mia
bambina. Sora prende il mio borsone, lo lancia al di l del varco e mi fa segno di passare. Mi volto di
lato e mi insinuo nello stretto passaggio, sfregando la pancia e il sedere contro le stecche, ma riesco ad
arrivare dallaltra parte. La libert mi riempie i polmoni. Sora mi segue, e non appena approda vicino a
me, guarda a sinistra e a destra. Da che parte? La stazione ferroviaria  a destra, e nella mia mente ho
ripercorso quei passi migliaia di volte, ma so che non posso tornare a casa mia. Cos guardo a sinistra e
procedo lungo linterminabile recinzione di bamb con le braccia intorno al ventre. Continua a
contrarsi, ma resisto, nascondendo la smorfia di dolore dietro la sciarpa. Resisti ancora un po.
Dove? Sora si affianca a me con passi rapidi. Dove andiamo, Naoko? E se nel frattempo arriva la
bambina? Va tutto bene. La bambina si calmer non appena potr riposarmi un po. E poi i monaci
vengono a passeggiare da queste parti tutti i giorni, perci il monastero non pu essere tanto lontano.
Linterminabile recinzione della Clinica Ostetrica Bamb fa una svolta. Noi invece proseguiamo dritte
finch non troviamo il luogo che ospita la piccola comunit monastica. La propriet  circondata da
uno steccato simile, ma alto soltanto la met. Il giardino, anche se ben curato,  povero di ornamenti.
Un altro cancello chiuso. Stavolta per, invece di uscire, vogliamo entrare. Sono esausta. Io e Sora
abbiamo indossato qualsiasi indumento avevamo a disposizione e ora siamo accovacciate sul borsone,
avvolte al caldo in vari strati. Continuo ad avvertire delle fitte, ma faccio del mio meglio per
nasconderlo. Temo che lo sforzo compiuto abbia scatenato un travaglio anticipato, perci mi impongo
di restare calma e di fare soltanto pensieri positivi. Sono felice che tu sia qui, Sora le dico
rannicchiandomi sulla sua spalla. Sento le palpebre pesanti, limpeto di energia di poco prima si 
esaurito lasciandomi apatica e prosciugata. Sonnecchio, entrando e uscendo da una specie di
dormiveglia meditativo disturbato soltanto dai crampi che mi attraversano il ventre. Penso alla storia
dellinsegnante e dello studente che mi raccontava la nonna, quella con il ragno, e ne immagino uno
che scende dal cielo per posarsi sulla mia pancia.  una creatura orribile e mi fissa con i suoi numerosi
occhietti tondi e luccicanti. Voglio che se ne vada, cos sbatto le palpebre per scacciarla, ma quella
visione ritorna imperterrita. Nella storia lallievo riferisce quella terribile presenza al suo maestro
esprimendo lintenzione di tenere un coltello in grembo in modo da poter uccidere il ragno qualora si
ripresentasse. Il maestro gli consiglia di portare con s un gessetto. Quando il ragno si presenter la
prossima volta, segna una X sulla sua pancia, poi vieni a riferirmi gli dice. Quando il ragno riappare,
lallievo segue il suggerimento del suo maestro. Pi tardi linsegnante gli chiede di sollevare la
camicia. C una X sul petto. Il significato della storia? Spesso desideriamo distruggere ci che ci
spaventa, ma cos facendo, distruggiamo noi stessi. S, sono spaventata, ma ho abbracciato la mia
paura. Chiyo lha rifiutata, proprio come Aiko e moltissime altre. Come si sentono, sapendo quello che
hanno fatto? La consapevolezza non distrugge il loro cuore? Sono grata che tu abbia visto il ragno
sulla tua pancia, Sora. La mia voce suona distante. Non so se ho effettivamente pronunciato quelle
parole e non so nemmeno se sono sveglia. Ahhhhh! Una contrazione mi fa piegare su me stessa e
aspetto che si attenui, ma questa volta  molto intensa. Qualcosa di caldo e bagnato mi scende tra le
gambe. Sora... Sora! Unaltra contrazione. No. Non ancora.
33
Giappone, oggi
Mi avviai lentamente verso la casa tradizionale e la donna che si stava occupando del giardino
adiacente. Il cuore mi pulsava nelle orecchie mentre passavo dalla strada al prato, poi mi spostai sul
sentiero di ghiaia che percorsi sollevando sassolini a ogni passo. La donna si volt sgranando gli occhi.
Mi fermai, altrettanto sorpresa, ma riacquistai subito il controllo. Mi scusi, non intendevo
spaventarla. Feci qualche passo avanti e presi un respiro profondo, ma la tensione crescente che mi
premeva sul petto non si allent. Lei per caso  un membro della famiglia Nakamura? La donna si
tolse il berrettino con la visiera, lo pieg e si risistem i capelli che erano sfuggiti allo chignon. Rimase
immobile, fissando prima il mio foulard di seta, poi la mia giacca e infine il mio viso. Mentre mi
studiava, la osservai con attenzione. Era elegante, con la pelle raggrinzita e i capelli color onice striati
di grigio. Essendo raccolti, mettevano in evidenza un collo e una struttura ossea delicata. Era pi o
meno dellet giusta, ma era lei? Sorrisi e mi diedi una sistemata alla giacca. Sono Selby Porter. Mi
presentai usando lo pseudonimo con cui firmavo i miei articoli. Abbassai la voce mentre mi
avvicinavo, temendo di spaventarla. Sono una collega di Yoshio Ito del "Tokyo Times" e insieme
vorremmo scrivere un articolo sulla vostra famiglia e sulla societ di import-export di Yokohama, e
anche sulla casa di famiglia dissi indicando la costruzione. La donna si volt a guardarla. A
proposito,  bellissima. Avanzai di qualche altro passo fino a trovarmi proprio davanti a lei. I fiori
sono decisamente spettacolari. Il loro profumo riempiva laria. Si trattava dello stesso tipo di fiori che
avevo visto in bella mostra sul bancone della reception della Societ di Commercio Nakamura. Una
variet di crisantemo bianco diversa da quella che si pu trovare comunemente negli Stati Uniti e
almeno tre volte pi grande. La donna si limitava a fissarmi. Feci un altro tentativo con il cuore che
batteva allimpazzata. Lei  della famiglia Nakamura? La famiglia che possiede questa casa da
generazioni? Mi caddero le braccia. Forse non era lei. La donna cui aveva scritto pap sapeva parlare
inglese. Frugai nella mia borsa per prendere la lettera e mostrarle lindirizzo. S, questa  la casa della
mia famiglia. Alzai lo sguardo lentamente, sorpresa dalle sue parole e dal tono delicato della sua voce.
Io sono Naoko Nakamura. Era lei.
Lho trovata, pap. Lavevo trovata davvero.  un piacere conoscerla. Quasi bisbigliai quelle
parole. Le spiace se le rivolgo qualche domanda? Sulla casa? Segu una pausa di silenzio piuttosto
lunga, ma poi la donna accenn un inchino. Stavo giusto per farmi un t. Le va di unirsi a me? Indic
il sentiero ghiaioso che proseguiva intorno alla casa. La seguii oltre un cancelletto fino a un patio
coperto di muschio dove, su un tavolino basso, era tutto pronto per il t. Era questo il luogo che aveva
visto mio padre? Se lesterno della casa era spettacolare, il parco circostante era mozzafiato. Era tutto
un gioco di prospettive. Il laghetto rifletteva le rocce facendole somigliare a montagne lontane, e le
grosse pietre ricoperte di muschio piazzate nellacqua sembravano isole. La sabbia bianca ricreava la
spiaggia e i sentierini acciottolati conducevano in varie direzioni per poi perdersi nella distesa di alberi
ornamentali e sottobosco. Si sieda, prego disse la donna indicando un cuscino posizionato su un
tatami, poi con grande cura vers un t scuro e dal sapore corposo.  forte, come le verit amare. Mi
offr unalta tazza di ceramica. Le mie dita scivolarono nelle scanalature mentre bevevo educatamente
un primo sorso di quella bevanda, dallaroma pungente e terroso. La donna sorrise, creando un
ventaglio di increspature intorno agli occhi. Era una donnina esile, eppure il suo portamento  signorile,
concentrato, composto  riempiva lo spazio, e me, di un senso di inadeguatezza. Non sapevo come
iniziare e temevo la sua reazione. Mi diceva che sta scrivendo un articolo sulla casa della mia
famiglia? S, mi piacerebbe dissi sentendo il gusto rancido delle bugie che rotolavano fuori dalla
mia bocca. Bevvi un altro sorso e mi guardai intorno per superare limbarazzo. Sia la casa sia il
giardino sono bellissimi. Notai la stessa pianta bassa e folta dai grandi fiori bianchi che avevo visto
nel cortile laterale. Mai belli quanto il suo foulard ribatt la donna tenendo gli occhi fissi sulla seta
dipinta a mano in diverse sfumature di rosso. Posso chiederle dove ha trovato un tesoro simile? I
dettagli sono davvero splendidi. Si avvicin per esaminarlo meglio. Oh... Accennai un sorriso.
Grazie.  un regalo. Stavo per aggiungere che era di mio padre, ma mi trattenni poich non mi
sentivo pronta per rivelare il vero intento della mia visita. Arrotolai il foulard consunto, poi lo
capovolsi rivelando lorlo riparato alla meglio.  un po malandato, purtroppo. Ah, kintsugi.
Raddrizz le spalle. Capisco. In Giappone gli oggetti riparati sono considerati ancora pi preziosi
perch conservano in s una parte della loro storia. Come la ciotola del servizio estivo della mia
famiglia. Con un cenno del capo indic il contenitore di porcellana accanto a lei. Vede questa crepa
dentellata riempita con oro liquido? Interrompe il disegno, ma aggiunge valore al pezzo. Infatti 
bellissimo. Il disegno riproduceva la flora del giardino. Lei segu il mio sguardo. Era il fiore preferito
della mia adorata mamma. La ciotola si ruppe perch una volta le servii una zuppa che piaceva soltanto
a me. Passarono parecchi anni prima che scoprissi che laveva riparata. Sorrise. Aveva fuso i suoi
gioielli migliori riducendoli in una polvere doro dalla grana sottile. Poi laveva mescolata con la lacca
e aveva rimesso insieme i pezzi. Ora, sapendo il suo sacrificio e il suo perdono, amo questa ciotola
ancora di pi. Quindi, vede? La vera vita di questo oggetto  iniziata nel momento stesso in cui lho
fatta cadere. Inarc le sopracciglia. Non  la stessa cosa per il suo foulard rammendato? Mi strinsi
nelle spalle. Nel mio caso  stata semplice trascuratezza, in realt. Ma deve esserle stato molto caro,
perch non solo lha rammendato, ma lo indossa ancora oggi. Sorrise. Allora, signorina Selby Porter,
che cosa vorrebbe sapere di questa casa? Il senso di colpa mi fece avvampare il viso e il collo.
Be... Manipolare una fonte per ottenere informazioni sensibili era consentito nellambito del
giornalismo investigativo, ma le bugie che avevo detto superavano i limiti della decenza. E dato il
modo in cui quella donna studiava e catalogava ogni mio movimento, temevo che le mie bugie, e
qualsiasi limite avessero superato, si allungassero fino a diventare trasparenti. Dovevo dirle la verit.
Pap avrebbe voluto che lo facessi. Posai la tazza. Devo confessarle che quando ho detto di essere
venuta qui per scrivere un articolo sulla sua casa, non sono stata del tutto sincera.  vero che sono una
giornalista, ma Selby Porter  lo pseudonimo con cui firmo i miei pezzi, non il mio vero nome. Io so
chi  lei. Mi appoggiai allo schienale. Lo sapeva? Il mio petto traboccava di emozione, rendendomi
quasi impossibile respirare. Naoko sorrise davanti alla mia reazione sorpresa. Ha gli stessi occhi di
suo padre. Catturano la stessa luce, come lacqua pi blu che assorbe il sole. Non ci si pu sbagliare,
data la somiglianza. Lho capito dal primo momento in cui lho vista avvicinarsi. Arrossii di nuovo ed
ebbi la sensazione che la mia giacca fosse troppo pesante, come se fosse di lana e non di cotone. E,
naturalmente, ho subito notato che porta il mio foulard. Scusi? chiesi, certa di aver sentito male. Il
suo splendido foulard ripet indicando la sciarpina di seta che portavo intorno al collo. Era un dono
di mio padre e io, a mia volta, lho donato a suo padre. Pieg la testa per dargli unocchiata pi
ravvicinata. Pensavo che non lavrei mai pi rivisto. Apparteneva a mia madre dissi distinto, e lo
coprii con la mano. Lei si raddrizz e mi rivolse un breve sorriso. Mi perdoni, allora.  chiaro che mi
sono sbagliata. I suoi occhi si posarono di nuovo sulla sciarpina di seta, che ancora stringevo tra le
mani. Il foulard di sua madre  molto bello. Quella fantasia rossa e bianca le sta davvero bene. Il
ricordo delle parole di mio padre si insinu tra due mondi per andare a depositarsi su quelle della
donna. In realt ho sempre desiderato che lavessi tu.  importante. Allentai la stretta della mia mano,
ma la nuova consapevolezza che mi attanagliava non mi lasci andare. Il prezioso foulard della mamma
un tempo apparteneva a Naoko. Non sapevo cosa dire. Dal momento che conosce il mio nome e ci
siamo presentate ufficialmente, posso conoscere il suo? Non lavevo ancora detto. Mi chiamo Tori.
Tori Kovac. Tori? Le sue labbra si schiusero, ma lultima sillaba rimase bloccata. La mano che
teneva la tazza di t trem. Mi protesi verso di lei. Si sente bene? S. S. Riprese il controllo,
distolse lo sguardo e sbatt le palpebre davanti al nulla. Bevvi un lungo sorso di t. Avevo finalmente
detto la verit, ma la sua reazione mi sconcertava. Mi scusi, ma se sapeva chi ero, perch mi ha
assecondato? Il suo sguardo si fece pi acuto e si incaten al mio. Inarc un sopracciglio.  davvero
questa la domanda per cui  venuta fin qui, Tori Kovac? No, non lo era. Misi la mano nella borsa e
tirai fuori la lettera di pap, quella indirizzata a lei, quella rispedita al mittente. I vecchi occhi della
donna si strinsero per mettere a fuoco, poi si illuminarono rendendosi conto di ci che stava vedendo.
Una lettera di Hajime? Si copr le labbra tremanti con la mano fragile, lo sguardo fisso sulla busta,
ma non ero pronta a consegnargliela, non ancora. Invece spianai le pieghe, cercando di connettere le
linee del tempo, scegliendo le parole con cura, in modo da non inciampare. Questa lettera mi ha
lasciato con pi domande che risposte. Non soltanto su mio padre, ma su tutto quanto. Leggendola, ho
scoperto di avere una sorella. Avevo il cuore in gola. Cercai di ingoiare lemozione. Speravo che lei
potesse dirmi dov e come sono andate realmente le cose. Mi piacerebbe conoscere la storia di lei e
mio padre, per capire. Serrai la mascella, ansiosa di sapere come avrebbe reagito. Lei si allacci le
mani esili in grembo e si sofferm a lungo sulla lettera che tenevo tra le mani, poi incontr il mio
sguardo. E io, in cambio, vorrei conoscere la sua. La mia? Scossi la testa. Temo di non averne
una. Ah, s, invece. Quella che lha portata ad attraversare mezzo mondo per sentire la mia. I suoi
occhi brillavano come diamanti neri. Voleva avere notizie di pap. Lo capivo. Era sensato e naturale.
Annuii e le risposi con la massima sincerit. Posso dirle soltanto ci che so. Affare fatto, allora.
Riemp la mia tazza, poi la sua, prese un sorso moderato e mi scrut da sopra il bordo. Il mio nome da
nubile  Naoko Nakamura. Quello da sposata  Naoko Tanaka. E una volta, per un breve periodo di
tempo, il suo sguardo sostenne il mio,  stato Naoko Kovac. Naoko bevve un altro sorso, poi lasci
andare un lungo sospiro. Mia nonna ripeteva spesso: "La preoccupazione copre una cosa piccola di
ombre grandi". S. Credo che quellombra sia il punto da cui ha inizio questa storia.
34
Giappone, 1958
Sora, presa dal panico, urla tanto da svegliare lintero monastero. Vi prego, la mia amica sta per
partorire! Qualcuno pu aiutarci? Io sono piegata in due vicino al cancello, con gli occhi sbarrati. Le
contrazioni sono diventate pi forti e arrivano a ondate sempre pi frequenti. Questa bambina non
vuole pi aspettare! Sora ripete le sue implorazioni, la voce strozzata in gola. Le parole si rovesciano
fuori dalla sua bocca rotolando verso chiunque possa udirle. Per favore, aiutateci! Sta per partorire!
Dite a qualcuno che siamo qui! I piccoli edifici si destano immediatamente. Passi affrettati, luci
tremolanti di lanterne e voci stanche si precipitano nella mia direzione per aprire il cancello. Le
monache emergono da un lato del complesso, i monaci dallaltro. Le donne istruiscono gli uomini su
come sollevarmi, quanto rapidamente muoversi e dove andare. Ahhhh! Unaltra contrazione mi
attraversa la spina dorsale come la fiamma lungo la miccia.  un bruciore che minaccia di diventare un
incendio. Sono straziata dal dolore. I volti e le voci si confondono. Quando mi ritrovo allinterno di una
piccola stanza, tutti vengono invitati a uscire tranne Sora e due donne. Una, vecchia e stoica, laltra,
tranquilla e sicura di s. Mi tolgono gli strati di vestiti e intanto subissano Sora di domande. Quanti
anni ha questa ragazza? Di quanti mesi ? Dov la sua famiglia? Dov il padre? Le mie urla
soffocano le risposte della mia amica. Le vesti delle monache, di un intenso color zafferano e curcuma,
ondeggiano frusciando intorno a me. Laria profuma di agar, e il suo aroma inizialmente dolce e alla
fine amaro, continuando a bruciare, arriva a inglobare quello dellalga marina essiccata. Sora mi
accarezza i capelli cercando di rassicurarmi. La monaca pi anziana, con il suo viso raggrinzito, tiene il
neuju tra le mani e intona un canto che parte dal profondo delle sue viscere e le fa vibrare la gola in una
serie di parole e respiri prolungati.  una melodia bellissima, ma io rovino tutto con le mie grida. Non
urlare. Resta in silenzio mi dice la monaca con gli occhiali di metallo e lo sguardo fermo. Durante il
travaglio siamo tenute a non dar voce alla nostra sofferenza. Ce lhanno insegnato in clinica, anche se
nessuno ha mai ascoltato questa raccomandazione. Pensavo che la direttrice mentisse solo per farci
tacere, ma qui dicono la stessa cosa. Piegata in due, io urlo comunque. Sono stanca di stare in silenzio.
La parte bassa della schiena  martoriata e bruciante. Non so e non mi importa chi mi sta aiutando,
voglio soltanto che questa bambina venga al mondo in fretta. Ohahh! Alzo la testa e mi afferro le
ginocchia, rannicchiandomi cos stretta che non riesco a respirare. Ogni muscolo si contrae in un
abbraccio violento. Contrastarlo non fa che peggiorare le cose. Va tutto bene, Naoko. Va tutto bene.
Stai calma. Stai calma. Sora continua a recitare una cantilena di parole di conforto tanto a mio quanto
a suo beneficio. I suoi occhi sbarrati esprimono preoccupazione, forse paura. Presto tutto questo
toccher anche a lei. Chi mal comincia, peggio finisce. Allinizio ero debole, ma ora sono davvero
esausta. Ho usato ogni grammo di energia per fuggire dalla clinica, e se avevo delle riserve, ormai sono
esaurite. Le ondate di dolore arrivano una dietro laltra, e sono di nuovo contratta, la testa sollevata, il
viso paonazzo per lo sforzo, trattenendo il respiro per resistere. Respira. Devi respirare, figliola mi
esorta la monaca con gli occhiali agitando la mano per convincermi. Le sue guance rossastre si
gonfiano e si sgonfiano per darmi una dimostrazione. La monaca anziana canta pi forte, le sue lunghe
note tagliate a met. La sua veste ondeggia lasciando una scia di dolci sfumature autunnali.  come se
fluttuasse nellaria. Mi sforzo di respirare, inalando profondamente attraverso il naso ed espirando
attraverso le labbra asciutte. Di nuovo, inspiro ed espiro. Hatsu  venuta qui? Voglio Okaasan.
Okaasan! E Hajime. I miei pensieri girano vorticosamente. Unaltra contrazione mi fa piegare in due.
Ahhhh! Spingi ora, piccola. Spingi. Il canto sale ancora pi in alto. Spingi! No, non posso. Un
secondo. Devo fermarmi. Le mie parole rimangono bloccate in gola, soffocate dagli ansimi, e non
hanno pi alcun significato. Ahhh! Il dolore penetrante ha raggiunto la soglia di sopportazione, e per
giunta le contrazioni si fanno sempre pi lunghe e frequenti. Le mie ossa vogliono liberarsi e separarsi
da quella forza costante. La monaca pi autorevole ora si china. Non vedo altro che la sua testa rasata e
la lieve peluria che la ricopre. Laltra monaca si sposta dietro di lei e intona un canto di pacifico
benvenuto. S! Eccolo. Vedo la testa. Occhi eccitati vedono quello che io non posso vedere. Ancora
una spinta. Pronta? Spingi! Sora mi afferra il braccio. Stringo le ginocchia con le mani e mi dondolo
in avanti, squassata dal dolore. Di nuovo. Ancora una. Adesso! C un tono autoritario in
quellesortazione, e mi arrendo a esso. Affondo le unghie nella carne e serro con forza gli occhi, lo
stomaco, tutto il mio essere. Dai denti stretti mi sfugge una sorta di ringhio. Le labbra digrignate li
rivelano. Ah, la testa  fuori, bene. Bene. Mi d un colpetto sul ginocchio. Ora aspetta. Stai ferma.
Ricado indietro e mi affloscio come fossi un mucchietto di ossa. Sora mi accoglie tra le sue braccia. Per
un istante provo sollievo. Il dolore mi ha ottenebrato, ma ora sento una nuova pressione tra le cosce,
quella forma sconosciuta che  ferma l. Non oso muovermi. Il cuore martella contro le costole. La
monaca sussurra, ma con tono concitato. Sento il suono delle parole, ma non riesco a decifrarle. Vedo
dei puntini danzarmi davanti agli occhi. Ci siamo. Pronta? Aiutala a tirarsi su. Aiutala, figliola.
No... no... Mi serve un altro istante. Un altro istante. Sono cos stanca. Ma nessuno mi d retta. Sora
mi afferra sotto le ascelle. Le mie viscere bruciano e si contorcono. La pressione acquista forza da
dentro. Le parole che sento suonano ingarbugliate e senza senso. Il sangue mi pulsa nelle orecchie. Le
mani strette come una morsa intorno alle ginocchia mi fanno gonfiare le vene. Il canto della monaca
riempie la stanza. Ce ne sono altre fuori? Una voce diventa molte voci. Il mio urlo le sovrasta tutte.
Ahhhhh! Digrigno i denti. Spingo. Spingo. Spingo. E poi tutto il mio corpo  scosso da un tremito di
liberazione. Il petto cede con un respiro. Sora mi aiuta ad adagiarmi dolcemente contro i cuscini. La
canzone  terminata.  una bambina.  una bambina! Una bambina. Resto immobile, respirando,
osservando. Lo sapevo che era una bambina. Le voci rimbalzano avanti e indietro. Non so cosa stanno
dicendo. Piccola, capisco, poi qualcosa sul peso. Sora mi accarezza la testa e sorride. Le monache si
danno da fare intorno alla nuova arrivata. Di lei colgo soltanto qualche sprazzo. Capelli scuri, ha i
capelli scuri. Tendo lorecchio, nella disperata attesa di sentirla piangere. Ho bisogno di sentirla
piangere. Spio le loro mani temendo di vedere delle dita stringersi intorno al nasino. Non toccatela in
faccia! urlo con gli occhi fuori dalla testa, cercando di vedere qualcosa. Non toccate la mia
bambina! Perch non piange? Ti prego, fa che pianga. Urlo io per lei, in preda al panico. Poi un
gorgoglio e un ansito, seguiti da una solitaria nota rabbiosa che riempie laria.  il suono pi dolce che
io abbia mai sentito, una prepotente dichiarazione del suo arrivo nel mondo attenuata dalla portata dei
polmoni troppo piccoli. Sono soffocata dai singulti, e quando espiro le lacrime mi rigano le guance.
Piange.
 viva.
Ce labbiamo fatta.
Per favore dico tendendo le braccia, anelando di sentire il contatto della sua pelle. Per favore, la
mia bambina... La monaca con gli occhiali la avvolge in un panno color albicocca e parla con un tono
di voce basso e carezzevole. Una volta chiesero a Buddha: "Sei un guaritore?" "No" rispose lui.
"Sei un maestro, allora?" "No" rispose ancora. "Allora, Buddha, cosa sei?" chiese lo studente,
esasperato. La monaca si avvicina e mi mostra mia figlia. Buddha rispose: "Io... sono sveglio". Gli
occhi della donna incontrano i miei mentre posa tra le braccia la mia bambina.  gracile, ma anche lei
 sveglia. Oh... Me la avvicino al petto; non pesa nulla. Sono in apprensione, ma rimango incantata
dai suoi suoni, dal suo odore, dal suo tutto in miniatura. Dal modo in cui si adatta perfettamente al
palmo della mia mano. Una figlia. Hajime, abbiamo una figlia.
Un ciuffo di capelli neri le spunta dalla testolina, simile al pennacchietto di una carota. La osservo con
aria preoccupata, poi guardo la monaca con gli occhiali. Sorride. I capelli cresceranno. Scambia
unocchiata con le altre monache che ridacchiano. Un segreto condiviso che nasce dallesperienza.
Assorbo ogni dettaglio per rispondere al bisogno di scoprire ogni centimetro della mia piccolina.  cos
minuta. Le accarezzo la guancia e seguo con il dito la piccolissima rientranza nel suo mento. Proprio
come Hajime. Sorrido a Sora e alle monache indicando la fossetta.  come quella di suo padre.
Proprio come la sua. Loro si avvicinano e la contemplano. Le labbra increspate della mia bambina
tremano. Ogni respiro  un lieve gorgoglio. I polmoni non si sono formati completamente, ma  una
fortuna che sia una femmina dice la monaca. Nei maschi i polmoni si sviluppano pi tardi. Almeno
lei ha una possibilit. La sorella scosta il panno per vedere meglio il visetto.  piccolina, ma
possiamo sperare. La manina della piccola spunta da sotto la coperta e si agita in aria. La avvicino per
osservarla meglio. Cinque minuscole dita con le unghiette delicate si stringono intorno alle mie per
istinto.  prematura, in condizioni di salute precarie e perfetta. Benvenuta, akachan mia. I suoi
grandi occhi liquidi si sforzano di mettere a fuoco. Guarda, ti conosce gi dice la monaca pi
anziana. La stringo a me per guardarla negli occhi umidi. Sono come pozze dacqua profonde, scuri e
con riflessi trasparenti, e mi ci perdo. S, la mia bambina conosce sua madre. In quel momento
scambiamo una conversazione privata che sembra dire Ti aspettavo e Eccomi, eccomi qua. S, eccoti
qua, Uccellino, eccoti qua. Sveglia. Un canticchiare... un leggerissimo canticchiare mi strappa al
sonno. Sbatto le palpebre. La luce del pomeriggio inonda la piccola stanza e cade sul viso della monaca
che ha accompagnato il mio parto cantando. Sorride a bocca chiusa. Il naso si arriccia come una
fisarmonica e rughe lunghe e profonde incorniciano un paio di occhi gioiosi. Non posso fare a meno di
ricambiare il suo sorriso. La mia piccola dorme tra le mie braccia. Siamo insieme, al caldo e al sicuro.
 prematura e fatica a respirare, ma  viva e il mio cuore trabocca di gioia. Quando le monache si sono
offerte di portarla via per farmi riposare, mi sono rifiutata di lasciarla andare. Non posso perderla di
vista. Quindi qualcuno rimane sempre accanto a me per assicurare la sua incolumit mentre dormiamo.
La sua testolina spunta dalla coperta in cui  avvolta e le piccole braccia ripiegate puntano verso lalto.
Ora che non  pi paonazza per il pianto, osservo la sua pelle.  leggermente pi chiara della mia, ma
noto uno strano pallore malaticcio, compensato dai capelli corvini, dalle ciglia scure e dalle labbra rosa
e arricciate che dovrebbero succhiare qualcosa in pi dellaria. Mi vengono le lacrime agli occhi perch
 debole ma bellissima. Siete state cos gentili con me dico alla monaca che mi veglia. Siamo
fortunate a essere qui, grazie di averci accolto. La stanza  spoglia, ci sono soltanto i futon affiancati e
una sedia, ma  piena di pace. Una pace che non conoscevo da tempo. Molti hanno la fortuna, ma
pochi hanno il destino. La voce della monaca  rauca ma dolce. Puoi lanciare in aria la moneta, mia
cara, ma il fato copre entrambe le facce.  qui che sei destinata a essere. La fortuna non centra.
Sorride tirando in dentro le labbra, come se fosse senza denti. Forse non li ha? Le sorrido a mia volta e
torno a concentrarmi sulle dita della mia piccolina. Tremano vicino alla boccuccia aperta quando
sbadiglia. Rido. Ogni suo movimento  stupefacente. Poi la porta scorrevole si apre per far entrare la
monaca con gli occhiali, Sora e unaltra donna. Non  una religiosa. Indossa un kimono invernale di
lana scura con un motivo di pini innevati. Ha i capelli raccolti in uno chignon sulla parte bassa di un
collo troppo corto. Il suo sguardo si posa sulla mia bambina. Oh, ciao... ciaooo la vezzeggia con un
tono dolce e melodioso. I suoi occhi a mandorla comunicano calore, anche se sono neri come
linchiostro. Stringo pi forte la piccola al petto. Naoko, ti ricordi il mio nome? mi chiede la monaca
con gli occhiali. Sono Sorella Sakura. Poi indica la suora che cantava e che  rimasta sempre al mio
fianco. Lei  Sorella Momo e questa  Hisa. Sar la balia della tua bambina. La balia?
Sorella Sakura soffoca una risata e gli occhiali le scendono un po sul naso. Sei pelle e ossa e dubito
che tu abbia abbastanza latte, sempre ammesso che ne abbia. Perci dovremo mettere allingrasso
entrambe, eh? Apre le mani e agita le dita invitandomi a passarle la bambina che dorme tranquilla.
Prima guardo Hisa. Il suo viso tondo e pienotto nasconde ogni ruga che potrebbe rivelare la sua et. Poi
il mio sguardo si posa sulla mia piccolina, sulla guance smunte e raggrinzite come carta spiegazzata.
Ha bisogno di essere nutrita adeguatamente. Allento la presa con riluttanza. La allatter qui, per,
daccordo? Soltanto qui. Voglio averla sempre sottocchio. Hisa si inchina con un sorriso gentile, e io
mi rilasso un po. Naturalmente. Sorella Sakura consegna la bambina a Hisa, lasciando le mie
braccia troppo vuote. Naoko... Tengo gli occhi fissi su Hisa e sul mio tesoro, ogni muscolo teso, in
allerta, pronta a riprendermela.  affamata, ma non riesce ad attaccarsi al seno. Mi fa male il cuore
perch lei sta lottando per sopravvivere e io non sono in grado di nutrirla. Naoko, Sora ci ha detto che
eravate ospiti di una clinica gestita da una certa Sato, giusto? chiede Sorella Sakura. Solo a sentir
menzionare quel luogo e quellorrenda figura mi sento rabbrividire. Distolgo lo sguardo e annuisco. Lei
e Sorella Momo si scambiano unocchiata incerta. Sorella Sakura spinge pi su gli occhiali sul naso. E
non potevate andarvene,  cos? Siete sicure di quello che dite? Questa volta siamo io e Sora a
scambiarci unocchiata. Confusa. C qualcosa di strano nel tono della monaca. Mi stringo nelle spalle.
S, perch? La direttrice vi ha contattato?  qui? Ho il cuore in gola. Sorella Momo ti porter
qualcosa da mangiare, poi ti aiuter a fare una spugnatura alla radice di zenzero essiccata per agevolare
la guarigione aggiunge Sakura con un sorriso sulle labbra. Perch non risponde alla mia domanda?
Sorella, e per la direttrice? I suoi occhi si spostano verso Sorella Momo, poi di nuovo verso di me.
Serra le labbra. Fratello Yuudai, il nostro abate, desidera incontrarvi entrambe non appena ve la
sentirete. Discuterete della direttrice Sato con lui. Annuisce come per chiudere largomento e lancia
unocchiata alla balia Hisa e alla piccola, che non si  ancora attaccata. Abbassa le sopracciglia facendo
di nuovo scivolare gli occhiali sul naso. Avverto una strana sensazione allo stomaco. Non sta
poppando. Sorella Momo sospira.  nata prematura, figliola... non respira bene,  fragile.
Continueremo a provare. Ma ora dobbiamo pensare a dare da mangiare anche a te, daccordo? Con un
altro cenno di assenso nella mia direzione sguscia via, seguita da Sorella Sakura. Incrocio lo sguardo di
Sora, preoccupata per la mia bambina e per noi. Perch labate vuole parlarci della direttrice Sato? E
se si sono messi in contatto con lei? Non appena Hisa se ne andr, avremo molte cose di cui discutere.
Anchio, come il mio Uccellino, sono sveglia.
35
Giappone, 1958
 passato qualche giorno dallarrivo del mio Uccellino e finora ho fatto soltanto delle spugnature con
radice di zenzero essiccata. Anche adesso, dopo unabluzione completa, quel profumo intenso  ancora
attaccato alla mia pelle e mi brucia il naso, proprio come lodore di cherosene che emana dalla stufetta
alla paraffina che ci ha portato Sorella Sakura. Se non altro, tiene lontano la morsa dellinverno e rende
accogliente la nostra stanza. Hisa, la balia, culla la bambina cantandole una ninna nanna mentre io
cerco di districare i nodi dei miei capelli umidi e le incertezze della mia mente.  gennaio. Hajime si 
imbarcato per Taiwan a settembre. Secondo i programmi, la sua ferma doveva scadere poco dopo,
perci sarebbe gi dovuto essere rientrato in patria per il congedo definitivo. Era tornato alla nostra
casetta nel villaggio senza trovarmi? Era andato a cercarmi a Zushi? Temo che mia nonna e mio padre
lo abbiano mandato via raccontandogli qualche bugia, perci ho chiesto a Sora di cercare notizie e di
riferire come stanno realmente le cose alla mia vicina di casa Maiko. La bambina ha perso peso e lotta
per conquistarsi ogni respiro, ma  ancora viva, quindi continuiamo a cercare di nutrirla ricorrendo alla
balia. Sorella Momo mi porta pasti caldi a base di zuppa e mochi, tortini di riso tritato e pestato, per
farmi riprendere le forze. La testa e il corpo risentono della mancanza del t avvelenato della direttrice
Sato. Anche la bambina ha problemi di astinenza? La osservo mentre se ne sta tranquilla fra le braccia
di Hisa.  avvolta in fasce, accudita e amata, ma soffre? Che canzoncina , Hisa? Oh, una vecchia
ninna nanna. Mi pare che le piaccia, per. Ti piace, vero? Solleva la piccola e le fa delle smorfie buffe
avvicinandosela al viso. Oh, s, certo che ti piace. Rido. Piace anche a me. Di solito, dopo il parto,
una donna resta a casa di sua madre per circa un mese. A Okaasan sarebbe piaciuto tantissimo cantare
la ninna nanna alla sua nipotina. Perfino la nonna avrebbe perso la testa per lei, se le cose fossero
andate diversamente. Se la nonna fosse diversa, potrebbe ancora farlo. Non mi aspetto di rimanere qui
per quattro settimane intere, ma dove potrei andare? E poi c il problema irrisolto delle poppate. Come
pagher Hisa? Sento cadere il cuore stanco nel profondo della mia anima e sospiro, poi torno a
concentrarmi sul presente. Dal modo in cui Hisa tiene il mio Uccellino, vedo spuntare soltanto un
ciuffetto di capelli scurissimi. Poso la spazzola in grembo e sorrido. Quel ciuffetto le incorona la
testolina come il peduncolo di una fragola. Hisa prova ad appiattirlo con due dita, ma il ciuffo torna
subito dritto. Ride. Hai pensato a un nome per questa fragolina? Normalmente lintera famiglia si
riunirebbe per il meimei, il rituale con cui si sceglie che nome dare al neonato. Mia figlia non avr una
cerimonia, ma s, avr un nome. Pensavo di chiamarla come mia madre dico attorcigliandomi i
capelli in una treccia. Ma sarebbe un nome tipicamente giapponese e... Guardo Hisa e le confesso
quello che gi appare ovvio. Lei non  una vera giapponese. Quindi, invece di un nome che tenta di
incasellarla nella cultura del nostro Paese, pensavo a un nome che la distingua. Ma non ho ancora
deciso. Hisa si limita ad annuire. Cosaltro potrebbe aggiungere? Con la pelle chiara e gli occhi
rotondi, il mio Uccellino si distinguerebbe comunque. Naoko, Hisa, buongiorno. Appena entrata,
Sorella Sakura si dirige direttamente verso la bambina. La veste color senape le cade addosso rigida e
impeccabile, come se si fosse appena asciugata al sole e non fosse ancora ammorbidita dai suoi
movimenti. Il color ocra bruciato  sbiadito nei punti in cui la stoffa  logora, ma il resto  luminoso
come il sorriso che le fa piegare gli angoli delle labbra allins. E buongiorno a questo delizioso
ovetto con gli occhi. Soffoco una risata al ricordo di Hajime che riteneva che "uovo con gli occhi"
fosse uno strano modo per dire "bellissimo". Io gli avevo spiegato che in Giappone sentirsi dire di
avere un viso con un ovale perfetto e degli occhi grandi  un gran complimento. Gli occhi della nostra
bambina appaiono enormi su quel visetto cos minuto. Sorella Sakura scambia qualche parola sottovoce
con Hisa e il suo sorriso si spegne. Ha portato un contagocce per allattare la bambina. Temono che sia
disidratata e che non cresca abbastanza; il suo pianto  sempre pi debole. La preoccupazione non
genera altro che dolore e svuota il giorno di ogni briciolo di forza. Il mio Uccellino ha bisogno della
mia forza. Prepararono la bambina. Mi alzo e vado a sedermi accanto a lei. Tienila su dritta, altrimenti
rischia di soffocare. Sorella Sakura mette il contagocce nella bocca della mia bambina e spreme piano.
Basta soltanto un piccolo schizzo sulla lingua, in modo che possa deglutirlo facilmente. Accarezzo la
testolina di mia figlia mormorandole parole di incoraggiamento. Ecco qua. Sorrido quando le sue
labbra si chiudono per deglutire. Puoi farcela. Funziona! esclama Hisa. Guardatela. Sorella
Sakura si tira su gli occhiali. E potrai darle da mangiare tu stessa, Naoko. Tieni, prova. Mi passa il
contagocce. Attenta. Soltanto una goccia. E dopo che lha mandata gi, gliene dai unaltra. Sorrido,
incoraggiata. A questo ritmo, manger in continuazione. S, ma abbiamo qualche speranza, vero?
Sorella Sakura mi posa la mano sul braccio. Sei pronta a incontrare labate? Il mio sorriso si spegne
allistante e il cuore perde un battito. Perch questa faccia? La monaca aggrotta le sopracciglia, e la
ruga che si forma allattaccatura del naso le fa scivolare gli occhiali. Desidera semplicemente parlare
con te e Sora. Non c motivo di preoccuparsi, figliola. Annuisco con un sorriso forzato, poi torno a
concentrarmi per nutrire la mia bambina, ma la mia mente passa in rassegna diversi scenari. La
direttrice Sato ha perso non soltanto la mia retta, ma anche quella di Sora e di Hatsu. Immagino che ci
stia cercando. A meno che non sia pi necessario. Sora entra nella stanza sfuggendo il mio sguardo. Mi
sento mancare. Qualcosa non va. Ciao, cara. Sorella Sakura la guarda al di sopra degli occhiali, poi
sposta lattenzione su di me. Possiamo restare sole un momento? chiedo rivolgendomi a lei e alla
balia. Hisa si alza, ma non voglio che porti con s la mia bambina. No, la tengo io. Non c problema.
Riprender a darle il latte non appena si sveglia. Ho gi le braccia spalancate per accoglierla. La
direttrice potrebbe essere vicina. Hisa me la consegna con delicatezza, poi guarda Sora con
unespressione curiosa. Informo labate che siete qui dice Sorella Sakura dandomi un colpetto sul
braccio. Annuisco, e quando le due donne escono, faccio posto a Sora sul futon. Sora, siediti qui.
Dimmi che coshai scoperto. Lei si siede, ma le sue labbra rimangono serrate. Devo fargliele aprire,
devo sapere quali segreti custodiscono. Sora, hai trovato la mia vicina Maiko? Ho il cuore in gola
mentre aspetto la sua risposta. Maiko non cera. Sora abbassa le spalle con un sospiro. Cera sua
figlia che badava al fratellino? Mi balena nella mente il bel visino di Tatsu: occhi grandi, ciglia
lunghe, coperto di fango. Mi avvicino, e nel farlo, disturbo il sonno della piccola. Sora? No.
Scuote la testa. Non cera nessuno. La casa era vuota. Vuota? Ma sei andata nella casa giusta? Il
mio cuore sembra impazzito. Sei andata a casa mia? Il suo sguardo avveduto incontra il mio,
disperato. Mi appoggio alla parete e deglutisco, poi, preoccupata, mi mordo le labbra sino a farle
sanguinare. Sapere  brutto, ma non sapere  anche peggio e non cambia la realt delle cose. Sora, ti
prego, dimmi che coshai scoperto. Qualsiasi cosa sia, va bene. Annuisco per incoraggiarla. Lei
prende un respiro profondo. Una donna anziana che si fa chiamare Nonna Fumiko... S! Quel
nome familiare accende una speranza. Mi ha aiutato a prepararmi per il matrimonio. Mi ha detto
che la famiglia di Maiko si  trasferita in un altro villaggio. Oh... Va bene. Suppongo che sia
frequente tra gli... Mi interrompo su quella parola. Gli Eta si spostano dove c lavoro. Solo che non
ci avevo mai pensato. Ti ha detto dove? Ha visto Hajime? I miei pensieri sono frenetici, le mie
parole concitate. Sora tira indietro le spalle. Sora? Alza gli occhi e si avvicina. Lui... be... Si
torce le mani. Naoko, Hajime non  tornato. Abbassa il mento. E anche lo sguardo. Mi dispiace.
Non  tornato? Mai? Il mio cuore si dibatte sotto unenorme pressione. Non capisco. Avrebbe
lasciato detto qualcosa. Le afferro il braccio e la scrollo. Hai trovato delle lettere a casa? Sora piega
la testa di lato. Dal momento che la tua casa era vuota,  subentrata unaltra famiglia. Quindi non
cera nulla. Nulla.
Le mie dita allentano la presa sulla sua manica. Ora non riesco a respirare. Poich Hajime era
trattenuto in servizio, temevo che avremmo perso la casa, ma mi aspettavo che arrivassero notizie.
Pensavo che Maiko avrebbe potuto ospitarmi per un po. Nonna Fumiko abita gi con unaltra famiglia.
Guardo la mia bambina addormentata e cerco di mantenere la calma, ma il panico sta crescendo dentro
di me. E adesso? Sora prende la mia mano tremante fra le sue. Alzo gli occhi. Nella mia mente ho
immaginato il ritorno di Hajime almeno un centinaio di volte. Sono demoralizzata e le mie parole
sono ridotte a un mero sussurro. Lui mi cercava disperatamente, voleva sapere dovero andata.
Prendeva perfino il treno per Zushi. Correva su per la collina fino a casa mia e urlava il mio nome. E
poi che cosa succedeva? mi incalza Sora premendo la fronte contro la mia in modo da formare un
triangolo sopra il mio fagottino. "Naoko" mi chiamava, e Obaachan si trascinava alla porta con aria
corrucciata. Guardo Sora tra le lacrime. Lei mi stringe forte la mano. Hajime non credeva a niente di
quello che lei gli aveva detto e continuava a cercarmi finch non mi trovava. Poi mi prendeva tra le
braccia e mi sussurrava "Ti amo, Cricket. Dov il nostro Uccellino?" Vedi, Sora, nella mia fantasia
erano sempre le bugie di mia nonna o di mio padre ad allontanare Hajime. Sbatto le palpebre per
scacciare quel sogno a occhi aperti e alzo lo sguardo tra le ciglia umide. Non ho mai immaginato che
non ce ne sarebbe stato bisogno. Scuoto la testa, con le labbra che tremano per trattenere la mia
angoscia. Sora mi prende il viso tra le mani. E se gli fosse stato impossibile tornare e le sue lettere
fossero rimaste senza risposta? Forse ha scoperto che la vostra casa  occupata da altri e pensa che il
suo ritorno non sia gradito? O forse mi ha lasciato. Forse sono stata davvero cieca, dopotutto. La
bambina si agita e piange silenziosamente con le labbra arricciate. Io piango forte abbastanza per tutte e
due. Le mie spalle sono scosse dai singhiozzi e da un terremoto di emozioni. Sora mi accarezza i
capelli, e io penso a Obaachan. Alla mia famiglia. A Hajime. A quanto ho perduto. Piango ancora e
ancora, finch, esausta, non penso pi a nulla. Tutto questo  stato inutile?
Sora, Naoko? Labate sta arrivando annuncia Hisa facendo capolino nella stanza. Io e Sora ci
scambiamo uno sguardo pieno di apprensione. E se la direttrice lo ha contattato? Se lei  qui? Se si
aspettano che ce ne andiamo con lei? Ma prima di dar voce a questi timori, labate fa il suo ingresso.
 permesso? La sua ricca tonaca, del colore dei tuberi e della corteccia macerata nellacqua, 
pesante e priva di ornamenti. Labate ha una corporatura poco imponente, ma  il centro della comunit
e domina lo spazio. Se lui  una terra fertile, le sorelle e i monaci sono il suo frutto. Una successione di
spezie che va dal curry, al cumino alla curcuma, entra insieme a lui. Sorella Sakura si  tolta gli
occhiali e li pulisce con un panno mentre fa delle rapide presentazioni. Non sento nulla tranne il battito
del mio cuore. Non arriva nessun altro? Io e Sora ci scambiamo unocchiata preoccupata. Un saluto
alle ragazze e a questa nuova vita esordisce labate osservando mia figlia mentre Hisa cerca di darle
da mangiare con il contagocce. Un sorriso gioioso gonfia le guance delluomo e crea un ventaglio di
piccole rughe allangolo degli occhi.  contagioso, ma io rimango seria. E anche Hisa, quando lui
chiede se la piccola mangia, non sorride. Anzi, scuote la testa. Lo far dico a entrambi. Dobbiamo
continuare a insistere. Formiamo un cerchio informale con Sorella Sakura alla mia sinistra, Sorella
Momo, Sora e labate alla mia destra. Sono ancora tesa e pronta a strappare la mia bambina dalle
braccia di Hisa e fuggire via. Vorrei che cominciaste dallinizio. Come siete arrivate a bussare alla
nostra porta? chiede labate infilandosi le mani nelle sue ampie maniche e posando gli occhi su di me.
Sono occhi benevoli, ma saranno anche comprensivi? Eravamo alla Clinica Ostetrica Bamb in fondo
alla strada. Aspetto per valutare le reazioni, ma non ne ottengo nessuna, perci continuo. Mia madre
 mancata di recente, e un giorno ero a casa e... La bambina si agita e ne approfitto per interrompermi
e riflettere sulle mie parole. Come faccio a spiegare tutto? La mia gravidanza presentava qualche
problema. Poich cera il timore che potessi perdere la bambina, mia nonna ha mandato a chiamare una
levatrice. Voleva sottopormi ad altri esami, cos sono stata mandata in clinica, ma... Mi irrigidisco e
abbasso lo sguardo, incerta su come rivelare le intenzioni di mia nonna. Come faccio a spiegare quello
che io stessa non capisco? Naoko, racconta semplicemente la tua verit dice labate con voce dolce
e rassicurante. Le sue labbra sono rivolte allins agli angoli. Talvolta  necessario infilare il bastone
nella boscaglia per far uscire il serpente. Alla fine le parole trovano la loro strada e, una volta arrivate
alle labbra, non riesco a fermarle. Fluiscono in rapida sequenza collegando gli eventi dellultimo anno e
mezzo. Racconto di Hajime, del nostro matrimonio, della mia famiglia. Perfino di Satoshi, il prescelto
dai miei genitori. Spiego che la direttrice Sato ci teneva prigioniere e poi, dopo aver lanciato
unocchiata a Sora, riferisco il trattamento che riservava ai bambini. Tutti quei bambini.
Come piangevano, e come talvolta no. Il figlio di Yoko, di Jin, di Aiko, di Chiyo... e tanti altri. Non
mi limito a infilare il bastone, lo conficco e meno colpi per smascherare la direttrice Sato. Tutti
ascoltano senza interrompermi e, per quanto ne so, senza giudicare. Hisa si tampona gli occhi umidi di
lacrime. Le monache scuotono la testa. Perfino Sora  commossa. Lei non era con me, Jin e Hatsu.
Forse non sapeva fino a che punto era arrivata la crudelt della spietata direttrice Sato? Sora riprende a
raccontare da dove mi sono interrotta, spiegando lo stato in cui mi aveva trovato, del t, della nostra
fuga e di come eravamo arrivate al convento. Labate sospira. Il suo sorriso  svanito, come se non
fosse mai stato sulle sue labbra. La bambina si agita e io vado a prenderla. Hisa esita, ma io insisto.
Non mi importa se il mio atteggiamento li spazientisce. In questo momento sono insicura di tutto. Non
mi fido di nessuno. Meglio affamata che smarrita. Lei  qui? sbotto, incapace di trattenermi oltre. 
venuta a prenderci? Quella donna? chiede Sorella Sakura con il viso stravolto. No, no, cara.
Volevamo semplicemente sentire la tua storia. E io desidero ringraziarvi entrambe per avercela
raccontata aggiunge labate con tono solenne. E per il vostro coraggio. Piccoli cenni di pacata
approvazione riempiono lo spazio. Che cosa accadr ora? chiede Sora. Sorella Sakura si sistema gli
occhiali. Informeremo le autorit locali, in modo che possano esaminare la faccenda, naturalmente.
Ma non faranno nulla protesto guardando tutti in faccia, uno dopo laltro. Unindagine non far la
differenza. Dipende dalla persona cui si chiede dice labate. Una volta un uomo stava camminando
sul bagnasciuga quando not un monaco chino sulla sabbia, intento a raccogliere qualcosa e a gettarlo
nelloceano. Labate libera le mani che teneva infilate nelle maniche per mostrare i movimenti.
Luomo si avvicin e gli chiese: "Che cosa state facendo?"Il monaco si interruppe, alz gli occhi e
rispose: "Sto gettando nelloceano le stelle marine. Il sole  alto e la marea le ha lasciate qui a
morire". Cullo la mia bambina e ascolto. Luomo fece correre lo sguardo lungo lampia costa, poi
torn a rivolgersi al monaco: "Ma non vedete per quante miglia si estende la costa e quante stelle
marine sono arenate? Il vostro gesto non potr certo fare la differenza". Il monaco ascolt
educatamente, poi gett unaltra stella marina in acqua, oltre le onde che si frangevano, e disse: "Ha
fatto la differenza per quella". Labate conclude con un ampio sorriso e gli occhi che brillano divertiti.
Vedi, Naoko? Alza il mento. Non hai forse aiutato Hatsu? E tu, Sora, non hai aiutato Naoko? Le
vostre azioni non hanno fatto la differenza per qualcuno? Con un cenno del capo indica il tesoro che
stringo fra le braccia. Poi si posa le mani sulle ginocchia, pronto ad alzarsi in piedi. Le sorelle e i
fratelli monaci fanno altrettanto. Soltanto Sora e Hisa restano ferme. Osservo ancora una volta la mia
bambina addormentata. Mia nonna diceva sempre: Anche nulla  qualcosa. Lei  qualcosa. Fratello
Yuudai? Labate si volta, fa un passo indietro dalla soglia e mi guarda con le sopracciglia inarcate.
Che c, figliola? Per favore, se pu fare qualcosa al riguardo, devo vedere mio padre. Non sono
arrivata fin qui per niente.
36
Giappone, 1958
Hisa mi ha suggerito di fare un sonnellino approfittando del fatto che la bambina dorme, ma io mi
sono assopita soltanto per pochi istanti. Ora fisso i contorni degli alti pini attraverso lo shoji, il pannello
della finestra, e sospiro. Sono ossessionata da un incubo. Era estate e correvo in aperta campagna in
mezzo a prati di erba alta. Con le braccia spalancate, le mie dita sfioravano i calici dei soffioni. Piume
impalpabili danzavano davanti a me come un mare di onde che si inseguono a cascata. Mi fermai,
rivolsi il viso al sole e lasciai che il calore mi accarezzasse le guance. Tra le nuvole vidi la nave di
Hajime. La brezza si alz e la Taussig si allontan sempre di pi portandoselo via. Poi Fratello Daigan
prese la mia bambina, e quando lo chiamai, lui era gi sparito e la mia voce si perse nel vento.
Tuttintorno a me si udivano i pianti dei mizuko, i bambini dacqua che aspettavano Jizo, che
aspettavano me. Gemevano. Gli uccelli, una decina, forse due, volavano sopra la mia testa, spaventati.
Osservai il loro petto morbido finch si confusero con lazzurro del cielo e io restai sola in silenzio. Poi
qualcosa si agit alle mie spalle. Mi voltai. La tigre maestosa. Quegli occhi di ambra con le pupille
simili a spilli si fissarono su di me. Cera qualcosa di familiare nel suo sguardo. Le labbra contratte in
una smorfia beffarda, un ringhio ammonitore che veniva dalla parte pi profonda della sua gola.
Sentivo il suo respiro; eravamo vicinissime. Era un mostro color arancio e zenzero, alto come due
uomini adulti, e aveva la mole di quattro. La coda, lunga quanto me, si contorceva per lirritazione. Il
mio cuore correva come una lepre. La tigre si spost a sinistra e pos una gigantesca zampa sullaltra
con un movimento lento e calcolato. Io mi buttai sulla destra, ma i nostri occhi rimasero incatenati. Un
altro ghigno sprezzante scopr i denti ingialliti, ma la bestia non mi attacc. Piuttosto, cominciammo a
girare in tondo, un cerchio dietro laltro nellerba alta. Mi svegliai di soprassalto con il suo ruggito
ancora nelle orecchie mentre riprendevo coscienza dopo un tormentato dormiveglia. Avevo la fronte
imperlata di sudore e mi domandai se il mostro poteva ancora divorarmi. Me lo chiedo anche adesso.
Dun tratto la porta si apre e Sorella Sakura fa capolino dicendo: Eccoci, Naoko. Sei pronta?
Ricorda la storia delle due tigri? le chiedo. Non riesco a liberarmi del ricordo dellincubo di poco
prima. S, certo. Ciao, piccola-chan. La voce della monaca si alza e si abbassa come in una cantilena
mentre offre il dito alla manina aperta della mia bambina. Racconta di un uomo che sal su un
rampicante per prendere una fragola e rimase intrappolato lass a causa di due tigri terribili e malvagie.
Allora i topi rosicchiarono la pianta da entrambe le parti. Fa delle smorfie buffe alla piccola mentre
parla. S, erano molto spaventose. Come al solito le scivolano gli occhiali, ma invece di spingerli su,
Sorella Sakura alza il mento e continua a vezzeggiare la piccola. Ma tu non sei spaventata, vero? S
che lo sono. Sono come luomo intrappolato che vuole la fragola. Io voglio lei, ora. Hisa appare sulla
soglia. Tuo padre  qui, Naoko, sei pronta? Il terreno su cui si estende il monastero  molto grande.
In realt  un centro di formazione che accoglie oltre cento monaci residenti. Tra la sala conferenze, il
sento, gli alloggi, i templi e le aule, ci sono almeno trenta strutture, circondate da giardini ideali per la
meditazione. Io ho visto soltanto il cancello dingresso e la mia stanza. E ora, al crepuscolo, il sole
indugia allorizzonte con le braccia spalancate in un ampio sbadiglio di giallo e di arancio, perci vedo
il complesso mascherato dalle ombre. Seguo labate e Sorella Sakura tenendomi mezzo passo indietro,
vicino a Hisa, che porta in braccio la mia bambina in fasce. Svoltiamo in uno dei numerosi corridoi
coperti.  stretto, con le travi a vista sullalto soffitto. Le piccole lanterne appese ai pali di supporto
ammiccano con la loro luce tremolante indicandoci il percorso. Il corridoio conduce a unampia stanza
che funge da anticamera del tempio adiacente. Mentre la attraversiamo, non posso fare a meno di
sbirciare i monaci allinterno, con le loro tonache color ruggine e castagna seduti nella posizione del
loto o con la fronte che sfiora il pavimento. Le devozioni della sera pulsano per tutto ledificio
attraverso il pavimento e penetrano perfino nelle mie ossa stanche. Labate si volta e mi trova ferma.
La meditazione serve a calmare la mente-scimmia. Chiudi gli occhi, Naoko. Ascolta. Chiudo gli
occhi e mi figuro Jin e Hatsu che ascoltano quel sillabare prolungato ripetuto pi e pi volte. Alcuni
monaci tengono la nota, mentre altri iniziano. Quando questi tengono, i primi ricominciano. I canti
stratificati si riverberano dal loro diaframma. Il canto sommesso  fatto di molte voci che si fondono in
una sola, e mi parla. Riempie le crepe tra i miei pensieri frenetici e li supera, come una marea che sale
allimprovviso coprendo una costa rocciosa. Qual  il tuo desiderio? Di che cosa senti il bisogno? Che
cosa cerchi? chiede labate. Apro gli occhi. Il canto non  una preghiera, non  una richiesta. Nulla.
Fratello Yuudai si apre in un sorriso che sposta tutte le pieghe del suo viso verso lalto. Allora sei
pronta. Attraversa lampia stanza e apre la porta che immette in unaltra. Sistemo i capelli della mia
bambina, poi scambio unocchiata con Hisa. Quando io sar invitata a entrare, lei rimarr nellatrio con
Sorella Sakura, poi, al momento opportuno, presenter mia figlia e chieder a mio padre di accettarla.
Le mie viscere si stringono in un nodo via via che acquisto consapevolezza della cruda realt della
situazione. Sono nervosa ed eccitata.  come se delle formiche rosse strisciassero sulla mia pelle e mi
mordessero. Nonostante tutto, ho sentito la mancanza della mia famiglia, ma che cosa dir mio padre?
Le mie mani si torcono ansiosamente perch non sono fiduciosa riguardo lesito del nostro incontro. In
cuor mio so che mio padre voleva che fosse la nonna a occuparsi di questioni femminili. Ma allora  la
nonna la tigre del mio incubo, o le tigri sono due, come nella storia, pronte a divorare me e la mia
piccola fragolina? La porta si apre. Guardo il visetto della bambina che riposa tra le braccia di Hisa e
dico una rapida preghiera per darmi forza. Se riesco a tenere testa e cuore concentrati nella direzione
giusta, i piedi si muoveranno di conseguenza. Un passo e poi un altro mi conducono sempre pi vicino.
Poi sbircio dentro. Mio padre  di fronte allabate e mi d le spalle. Indossa unelegante camicia bianca
e un paio di pantaloni beige che gli cascano addosso. Ha perso peso? Faccio un passo avanti rubando
uno sguardo alla balia e alla bimba, poi, con le dita tremanti, mi chiudo la porta alle spalle. Quando mi
volto, mi ritrovo a tu per tu con mio padre. Non mi muovo. Avverto un formicolio sulla pelle.  proprio
come nel mio sogno. Labate mi chiama con un cenno della mano. Lampia manica color ruggine
inghiotte il movimento. Entra pure, figliola. Gli occhi di mio padre sono neri, con strisce contrastanti
di diaspro e miele. Li scruto. Dentro c rabbia? Odio? Mi aggredir? No, io vedo soltanto tristezza. Il
senso di colpa mi divora nel profondo e mi faccio piccola. Una bambina che si nasconde dietro le
gambe di un genitore, solo che io non ho un genitore. In compenso, lo sono diventata. Prego, Naoko,
entra ripete labate. Mio padre  il nostro faro. La sua parola in famiglia  legge. Io faccio ancora parte
della famiglia? Copro la distanza che ci separa con un profondo inchino in segno di sottomissione.
Labate approva con un sorriso dolce. La sua voce  serena e melodiosa. Naoko, io e tuo padre
abbiamo parlato a lungo della clinica ostetrica e di come sei arrivata da noi... Il resto delle sue parole
svanisce sotto il rumore dei miei pensieri vertiginosi. I miei occhi guizzano dallabate a mio padre. I
riflessi grigi sulle tempie si sono sbiancati e sono pi evidenti di quanto ricordassi. Le rughe sono pi
profonde sulla fronte e segnano gli angoli della bocca camuffando ogni espressione piacevole. Ha
unaria regale e autorevole. ... ora vi lascio, cos potete discutere del vostro futuro. Labate rivolge
un inchino a entrambi e uscendo mi tocca il braccio con una stretta rassicurante. Mio padre mi fa cenno
di sedermi, e io obbedisco, ma non do le spalle alla porta. Devo controllare le ombre per accertarmi che
la mia bambina sia l fuori. Limmagine di Fratello Daigan che se la porta via continua a replicarsi
nella mia mente. Incrocio lo sguardo di mio padre, ma non riesco a trovare le parole. Respiro a fatica,
cos aspetto che sia lui a iniziare. Sono felice che tu abbia chiesto allabate di contattarmi. La sua
voce  rauca, come se non la usasse da un po, oppure sono io che ho dimenticato quanto suonava aspra
alle mie orecchie? Mi concentro sulle mie mani, guardo il suo viso, e poi la porta alle sue spalle. Le
ombre che si muovono dietro. La mia bambina. Le parole escono piene di rabbia. Sapevi che... che
razza di posto era quello? No. Chiude gli occhi per un istante. Quando li riapre, sono pi dolci. E
s. S? Mi cadono le braccia. Quindi  lui la belva? Supporre una cosa non equivale a crederci.
Perch? Come... Aspetta. Quando hai avuto lemorragia, Obaachan ha temuto, entrambi abbiamo
temuto per la tua salute. Credevamo che avessi perso il bambino, che fosse troppo tardi, capisci?
Quando capita una situazione simile ci sono determinate cose... procedure che devono essere... Alza
la mano e la agita in aria, come se potesse cacciar via le parole sgradevoli che lascia aleggiare sospese
tra noi. Restiamo immobili. E le sue parole continuano a girare e a girare, tormentandomi. Serra le
labbra e dal suo petto esce un lungo sospiro. Lo so perch una volta tua madre ha perso un bambino.
Non mi guarda in faccia. Guarda invece da qualche parte nel passato.  stato dopo Taro. Un
maschietto. Mi sento cadere le spalle. Lei non me lha mai detto. Avevano dovuto fare... una
procedura per pulire lutero. Questo lo ricordo. Per la prima volta in vita mia vedo mio padre
combattuto. Combatte contro unondata di emozioni che cerca di mascherare dietro il viso teso. Ma
proprio come nellultima guerra, non c nulla da fare se non arrendersi. Si schiarisce la gola
respingendo prontamente la commozione che cresce dentro di lui. Ecco perch sei stata mandata l.
Capisci?  un posto per cose del genere. Non ho perso la bambina. La mancata reazione di mio
padre  una risposta sufficiente. Allora perch hai continuato a pagare la direttrice Sato? Le sue folte
sopracciglia si corrugano. Che cosa vuoi che sappia io di queste cose? Mi hanno detto che ti serviva
questo per stare bene, e Obaachan era daccordo, perci naturalmente ho pagato. Ferma nel mio
proposito, formulo laltra domanda difficile. Obaachan era daccordo? Lei sapeva tutto? Mio padre
stringe gli occhi. Obaachan ha opinioni ben precise sullargomento, ma il suo intento era
salvaguardare la tua salute. Avevamo appena perso tua madre e... Scuote la testa e si passa una mano
sulla mascella. Le ombre alle sue spalle si muovono e i miei pensieri tornano alla mia bambina. Vorrei
farti conoscere tua nipote. Ormai ho pronunciato quelle parole e non posso rimangiarmele. Mio padre
si irrigidisce, ma non dice nulla. Questa  la mia occasione, forse lunica. Mi alzo, mi inchino e mi
dirigo decisa verso la porta. Lapertura improvvisa fa sobbalzare Sorella Sakura e Hisa, ma il mio
Uccellino  pronto. Per favore dico tendendo le braccia. Hisa mi porge la bambina e io scruto il suo
visetto, con quel prepotente ciuffo di capelli e gli occhi innocenti. Poi alzo lo sguardo su Sorella
Sakura. Non diciamo nulla, ma le implicazioni di questo primo incontro con mio padre incombono tra
noi. Desidero ardentemente che lui veda la bellezza e linnocenza di sua nipote. Tra qualche giorno
dovremo lasciare il monastero e non abbiamo un posto dove andare. Abbiamo bisogno della sua
approvazione. Mi sforzo di respirare profondamente per calmare i nervi. Rientro nella stanza, chiudo la
porta e mi piazzo davanti a lui. Ecco tua nipote. La mia voce  dolce e nasconde una nota di
speranza. Mio padre osserva il fagottino che tengo tra le braccia. Sento muoversi il terreno sotto i piedi
e il tremito si espande in ogni direzione. Siamo in bilico su una linea di faglia culturale, con una
frattura profonda chilometri e potenziali strascichi catastrofici. Il mio intento pu spostare le parti, ma
questa bambina unisce tutti noi come un ponte. Se soltanto mio padre fosse disposto ad attraversarlo. Ti
prego, fa che lo attraversi. La piccola si dimena ed emette un gorgoglio. Ha gli occhi spalancati, come
se percepisse quanto  importante questo incontro. Mi inumidisco le dita e le appiattisco il ciuffetto
ribelle. Non piange quasi mai. Studio le reazioni di mio padre mentre la osserva. Non  per niente
capricciosa. Mi avvicino e la sollevo, in modo che possa vederla bene. Lui la scruta da capo a piedi,
ma il suo viso resta impenetrabile. Questa  la sua nipotina, a prescindere dallidentit del padre. Fa
qualche bolla di saliva ed emette un piccolo verso, come se cercasse aria. Mio padre non ha reazioni. Io
s. Mi sento mancare. Cerco disperatamente la cosa giusta da dire mentre le lacrime cominciano a
pungermi gli occhi. La pelle  solo leggermente pi chiara, e guarda... Mi avvicino ancora di pi.
Gli occhi sono scuri come i miei. I capelli si raddrizzano tra le mie dita. Questo  soltanto uno
tsumuji. Un ciuffo ribelle  considerato segno di genialit. Visto? Non ci sono ricci n onde. Non si
noter troppo. E diventer pi forte. Ne sono sicura. Mio padre alza il mento e mi trapassa con lo
sguardo. Ha smesso di osservare lei. Allaccia le mani dietro la schiena e si dondola sui talloni. Mi
rimetto la bambina sul petto. Poi mi preparo, non soltanto a dirgli la verit, ma anche ad affrontarla.
Hajime  stato richiamato in servizio. Sai, per via delle tensioni con Taiwan. Ma ora la missione 
terminata. Ingoio il mio orgoglio e continuo. E lui non  tornato. Ho gli occhi lucidi, ma non ho
intenzione di piangere davanti a mio padre. Quindi andrai ad aspettarlo a casa tua. No. Mi
concentro sul suo mento, sul movimento del suo pomo dAdamo, ovunque, tranne che sui suoi occhi, i
suoi occhi vuoti. Il nodo che ho in gola si gonfia al punto che quasi mi impedisce di tirar fuori le
parole. Non posso tornare l perch... Abbasso la testa, sopraffatta dallumiliazione. Perch, non
avendo pi pagato laffitto, la casa  stata assegnata a unaltra famiglia. Mio padre sbuffa attraverso le
narici frementi di irritazione e fa un passo indietro per assorbire questa nuova informazione. Aspetto.
Dieci secondi. Venti? Sembrano mille, prima che riprenda a parlare. E ti aspetti che torni? Il suo tono
 piano e dolce, come se sapesse che la forza delle sue parole potrebbe sconvolgermi. In effetti
potrebbe. Questa volta non riesco a trattenere le lacrime che ora mi rigano le guance. Mi tremano le
labbra. Con i denti serrati, prendo un rapido respiro per non scoppiare a piangere, ma  troppo tardi.
Sono sulla pianta rampicante, fra due tigri. I topi affamati la rosicchiano per costringermi a muovermi
su o gi. Non so in che direzione andare. Quale delle due tigri  la peggiore? Alzo gli occhi e dico la
verit. No. Non mi aspetto che torni. Resto in silenzio, guardando mio padre in attesa di una reazione
qualsiasi. Laria  troppo pesante. Troppo immobile. Il cuore batte allimpazzata. Il mio Uccellino si
muove tra le mie braccia. Prego che non si agiti troppo. Mio padre ha la mascella contratta. E i tuoi
piani? Vuole che glielo chieda. Vuole vedermi umiliata. Vuole che lo supplichi. Guardo il mio piccolo
tesoro. Lo supplicher per lei. Gli rivolgo un inchino profondo. Vorrei tornare a casa, Otousan. Per
aiutarti con Kenji e la nonna. Vorrei prendere il mio posto come... E lei? Alzo gli occhi allaltezza
dei suoi.  mia figlia.  malata. Mio padre sbuffa e comincia a camminare. Si riprender.
Abbiamo trovato un modo per farla mangiare. Non aggiungo che lo fa con scarso successo. Non
possiamo sopportare il peso di una bambina cos. Le cure mediche adeguate ci costerebbero troppo.
Mi prender io cura di lei! Devi anche pensare al nome della nostra famiglia, e se non a quello,
pensa a questa bambina.  piccola, malaticcia, potrebbe avere problemi di sviluppo, e come la
mettiamo con la scuola? Ruota sui talloni, e la voce acquista volume insieme alla velocit dei suoi
passi. Dove andr? Sar io la sua maestra. Non potr aspirare a un matrimonio o a un lavoro
rispettabili. Continua il suo ragionamento senza tenere conto delle mie parole. E ammesso che
sopravviva, rappresenterebbe un costo. Mi piazzo davanti a lui, guardandolo dritto negli occhi. Star
bene. Far in modo che prenda peso e che sia in salute. La istruir e mi prender cura di lei. Ti prego,
ho bisogno che resti con me. Basta! La sua mano fende laria. Tu hai bisogno. Desideri. Vuoi.
Basta! Il suo viso si inasprisce. Quello che desideri  proprio quello che ti ha portato qui. Quello che
desideri ora non ha alcuna importanza, Naoko. Stavolta  questione di cosa  meglio. Si avvia verso la
porta, ma si blocca. Poi, voltandosi, aggiunge: Ci che  meglio per te e ci che  meglio per questa
bambina non sono la stessa cosa. Tu sei benvenuta a casa. Lo capisci questo? Tu soltanto. Un altro
passo, poi la porta si apre e mio padre se ne va. Quindi era lui la tigre.
37
Giappone, oggi
Naoko prese un respiro profondo e si tampon gli occhi umidi. Ora che conosce la mia storia, Tori
Kovac, in cambio vorrei conoscere la sua. Sentirle pronunciare il mio nome fu come cancellare il
tempo con uno strofinaccio bagnato. Di colpo mi ritrovai catapultata dai colori vibranti e dalla ricca
cultura del Giappone degli anni Cinquanta alle linee dure e nitide del presente. Sbattei le palpebre
cercando di conciliare la giovane Naoko diciassettenne  una ragazza ostracizzata a causa delluomo
che amava, isolata da tutti quelli che conosceva, incolpata della morte della madre e costretta a fare una
scelta impossibile  con la Naoko di pi di settantanni, la donna cui mio padre aveva scritto, che aveva
amato e che gli aveva dato una figlia. Grazie per essersi aperta con me dissi, consapevole che non mi
aveva raccontato tutto. Naturalmente nemmeno io ero stata sincera sino in fondo. Lanciai unocchiata
alla lettera di pap che tenevo ancora in mano. Per conoscere il resto della storia di Naoko, dovevo
condividere quello che sapevo della storia di mio padre. Lei mi fece un lento inchino, poi, notando la
mia tazza semivuota, prese la teiera e mi vers dellaltro t. Il cuore mi batteva forte contro le costole.
Capisco cosa ha dovuto affrontare. E pur essendo sconcertata dal comportamento di suo padre, devo
ammettere che sono sconcertata anche dal comportamento del mio. I miei occhi si spostarono da lei
alla lettera. Mio padre aveva mai scritto prima? Dovevo sentirle rispondere di s. Dovevo sapere che
ci aveva provato. La sua lettera a Naoko era sbucata dal passato e, come Wendy in Peter Pan, cuciva
unombra scura e ribelle ai miei piedi. Non riuscivo a liberarmene. Ovunque andassi, mi seguiva
sussurrando E se le avesse abbandonate? E se la colpa fosse sua?. Questo dubbio metteva in
discussione tutto ci che sapevo di mio padre e la fiducia che riponevo in lui. E dopo aver scoperto
cosa aveva dovuto passare questa donna, era necessario che lei cancellasse quellombra. Naoko indugi
qualche istante frugando nel passato. Allinizio penso che Hajime abbia scritto. Almeno mi piace
crederlo. Corrug la fronte e il suo sguardo torn a posarsi su di me. Ma immagino che se lavesse
fatto, mio padre e mia nonna mi avrebbero nascosto le lettere. E le poche che arrivarono
successivamente, non le ho mai lette. Anzi, le ho sepolte insieme al mio dolore. Sussultai e mi protesi
verso di lei. Perch? Non voleva sapere se lui aveva cercato di tornare? La domanda mi usc
istintivamente, in modo maldestro. A cosa serviva sapere quando non avrebbe potuto cambiare
nulla? Guard la busta che tenevo in mano come se avesse visto un fantasma. Io vidi il mio e alzai la
lettera. Sapere cambia tutto per me. Da quando ho letto questa non ho fatto altro che mettere in
discussione la figura di mio padre, perch la cosa non ha senso. I miei occhi cercarono i suoi. Come
ha potuto mio padre, un uomo che viveva per la sua famiglia, abbandonarne unaltra? Una giovane
moglie? Una figlia? Come ha potuto farlo ed evitare sempre anche il minimo accenno? Questuomo
non  mio padre. Devessere successo qualcosa. Allora lei sa gi, e ha risposto alla sua stessa
domanda. Riflettei sulle sue parole, confusa. Naoko inclin la testa. Hajime  stato un buon padre?
S. Il migliore. Aggrott la fronte. Allora che cosa cambia sapere altro? Ecco. Una verit. Una
verit personale. E forse lunica che contava. Lei ha ragione. Non cambia nulla. Luomo che
conoscevo era un grande padre. Mi strinsi nelle spalle, frustrata dalla tempesta emotiva che
strangolava le mie parole. Ma io ho conosciuto luomo, Naoko. Non il ragazzo che  arrivato fin qui.
E io ho conosciuto il ragazzo, non luomo che sarebbe diventato. Intrecci di nuovo le dita in
grembo. Quindi, vede? Sapere altro non cambia nulla nemmeno per me. Non cambia il fatto che un
giovanotto americano mi ha amato, e a tal punto da impegnarsi a imparare la mia lingua e i miei
costumi per farsi accettare dalla mia famiglia davanti a una tazza di t. Non cambia il fatto che ha
affittato una casetta dal tetto di paglia e ha progettato una vita con me in questo Paese. Non cambia il
fatto che mi ha donato il suo cuore in una magica cerimonia nuziale sotto gli alberi. Non cambia
nemmeno il fatto che, per chiss quale ragione, non  mai tornato. S,  vero, eppure... Gli occhi di
Naoko si accesero. Mia nonna diceva sempre: "Luomo ha mille progetti, il cielo soltanto uno". E il
cielo? Oh, quanto ha riso dei nostri, ma... Pieg la testa di lato, gli angoli delle labbra alzati in un
sorriso pensoso. Nemmeno il cielo pu cambiare la verit. Nonostante tutto, ci siamo amati. Annuii e
sorrisi, ma mi rattristai ricordando unaltra verit. La loro figlia. Secondo questa, alzai la busta, mio
padre non sapeva dove fosse la bambina, n cosa le fosse successo. Il battito del mio cuore acceler.
Pu dirmelo? La prego. Restammo in silenzio. Lei, con la figlia di Hajime, e io, con la donna che un
tempo lui amava. La questione del frutto di quellamore si insinu tra noi come un cuneo inamovibile.
Okaasan?
Alzai la testa di scatto udendo quella parola familiare. Lo sguardo di Naoko trem. Si volt verso la
porta del patio dove era apparsa una donna, poi la salut in giapponese. Ma la donna che cercava
Okaasan non guardava Naoko, guardava me. Rimasi raggelata. Ebbi la sensazione che il sangue mi
defluisse dalla testa. Senzaltro ero bianca come il fantasma che anelavo di vedere. Era pi vecchia di
me, ma let era quella giusta? Difficile dirlo. Ero un caos di emozioni. Studiai il suo viso per ritrovarvi
quello di mio padre, per poi scoprire che in realt somigliava a Naoko, ma forse... Da una certa
angolazione... Aveva la stessa struttura ossea di Naoko e gli stessi caldi occhi neri. Salve disse, e si
inchin. Le stesse maniere gentili. Abbozzai un cenno del capo, ma non riuscii ad aprir bocca. Caspita,
mi era difficile anche respirare. Tori, lei  Shiori disse Naoko. Shiori, ti presento la mia nuova
amica americana, una giornalista che sta scrivendo un articolo sulla nostra casa per il "Tokyo Times".
Stavolta fu Naoko a lanciarmi uno sguardo di sottecchi. Lo sostenni, confusa. Davvero la figlia non
sapeva nulla del passato di sua madre, o forse Naoko non voleva mettere in imbarazzo lospite che
aveva mentito? Naoko torn a rivolgersi a sua figlia. Oh, s, i fiori. Si alz in piedi e ritir il cestino
di bamb che aveva posato di fianco a s. Ogni settimana raccolgo i fiori pi belli per mia figlia, in
modo che sappia quanto  importante per me. Annu e pass il cestino a Shiori. E ce n abbastanza
per tutti i suoi amici aggiunse Shiori in inglese con un sorriso tenero. Si appese la cesta nellincavo
del braccio, proprio come aveva fatto la madre poco prima, poi le due scambiarono qualche battuta in
giapponese. Osservavo, analizzavo, fissavo. Questa donna poteva essere mia sorella. Con un leggero
inchino, Shiori si apprest ad andarsene. Mentre la guardavo allontanarsi, le domande ovvie erano
caricate e pronte sulla mia lingua impaziente. Non appena scomparve dalla vista, liberai la mia
curiosit. Era... voglio dire, lei ...? Devo sapere... La prego. Le lacrime mi offuscavano gli occhi.
Naoko non mi rispose e mi indic il cuscino. Le proposi uno scambio mostrandole la busta. Shiori
deve leggere questa, deve sapere che mio padre, suo padre, pensava a lei. Che la amava. Mi permette di
fare questo per mio padre? Lultima parte mi si impigli in gola. Naoko aveva gli occhi lucidi. Per
favore, Naoko. Se Shiori  mia sorella, vorrei parlarle di lui. Chiederle perdono per conto suo e... Mi
portai una mano sul cuore. Chiederle di perdonare me per aver avuto il padre che lei non ha mai avuto.
Ma se invece Shiori non sa nulla, e lei preferisce che sia cos, lo capisco. Ma allora almeno lei
dovrebbe sapere... Le porsi la lettera con uno sguardo di supplica. So che non cambia nulla, ma
questa lettera significa qualcosa. Vedendo che non allungava la mano per prenderla, fui io a tendere il
braccio. La prego, significherebbe qualcosa anche per me. Mi permetta di fare questo per mio padre.
La mia voce si spezz, perdendo la lotta contro lemozione. Naoko guard prima la busta sgualcita, poi
me, infine, con la massima cautela, me la prese di mano. Estrasse la lettera di pap come se le parole
fossero fragili e spieg lunico foglio scoprendo il pezzo di filo. Lha conservato. Sorrise. Il filo
rosso del destino sussurrai mentre nella mia mente risuonava il collegamento con la sua storia.  il
filo che lei aveva messo nel bigliettino. S disse con gli occhi lucidi. Sbirci la lettera. Scriveva
ancora cos piccolo. Rise mostrandomi la grafia di mio padre. Mi lasciava sempre dei messaggi e io
lo prendevo in giro dicendogli: " troppo piccolo, Hajime, troppo piccolo". Me la restitu. Pu
leggerla lei per me? Presi la lettera di mio padre e fissai le sue parole. Mi schiarii la gola per mandar
gi il groppo che la stringeva, e dopo aver preso un bel respiro, la lessi per la centesima volta, in modo
che Naoko potesse sentirla per la prima. Mia carissima Cricket, spero che, in qualche modo, questa
lettera giunga fino a te e ti trovi in salute e circondata dalle persone che ami. Mi auguro che la tua
famiglia comprenda anche un componente legato intimamente a me. Ti prego, senza alcuna pretesa da
parte mia, di farmi sapere se nostra figlia sta bene e, se te la senti, di al nostro Uccellino che  sempre
stata nel mio cuore. Anche ora. Sono vecchio ormai, Cricket. Sono arrivato allepilogo, al momento in
cui bisogna fare i conti con il dolore. Voglio che tu sappia che non ho mai avuto rimpianti per averti
amato. Ma per averti perduto? Per il come e il perch? Oh, quelli s. Tanti, tanti. Il tuo Hajime Naoko si
copr la bocca. Questa volta, quando le porsi la lettera, la prese con entrambe le mani e se la pos sul
cuore. Mi strinsi nelle spalle. So che  breve... Cosaltro c da dire? Mi amava, avrebbe voluto che
le cose fossero andate diversamente, si ricorda il nostro Uccellino. Annu, prese un bel respiro e lo
rilasci come se lavesse trattenuto per una vita intera. Ci scambiammo un sorriso. Inspirando
attraverso il naso, Naoko guard il cielo. Poi raddrizz le spalle e, con laria corrucciata, i suoi occhi
incontrarono finalmente i miei. Pieg la testa di lato, e io capii. Shiori non  il vostro Uccellino,
vero? No. Mi dispiace. Lavevo capito, in qualche modo. Non era rimasto nientaltro da fare se
non esprimere ad alta voce la domanda che era sospesa tra noi. La stessa che mi aveva spinto a
percorrere migliaia di chilometri per avere una risposta. Se Shiori non  mia sorella, Naoko, allora lei
dov? Non posso andarmene senza saperlo. Non posso. Rilass le spalle. Lavevo capito. Pieg
accuratamente la lettera e la rimise nella busta che teneva in grembo. Poi bevve un sorso di t e mi
guard al di sopra del bordo della tazza. Sapere la verit non basta. Prima bisogna capire. E questo
richiede il coraggio di due persone. Chi la dice. E chi ascolta. Allospedale pap mi aveva chiesto:
Mi stai ascoltando? La ascolto risposi a Naoko. Lei annu. Mio padre mi diede un ultimatum. S,
era lui la tigre, dopotutto. Le sue parole si ripetevano nella mia mente. Ci che  meglio per te e ci che
 meglio per questa bambina non sono la stessa cosa. Secondo le condizioni imposte da mio padre, in
casa sua cera posto soltanto per me. Vivere da sola non mi avrebbe permesso di occuparmi di mia
figlia. Perci che cosa dovevo fare? Restai appesa al rampicante, tenendo la fragola tra due tigri, e
dovevo fare in fretta, perch i topi stavano rosicchiando...
38
Giappone, 1958
Sono seduta con il mio Uccellino nel giardino zen coperto del monastero e rifletto sulle parole di mio
padre. Ci che  meglio per te e ci che  meglio per questa bambina non sono la stessa cosa. Smuovo
la sabbia fresca con le dita dei piedi. Il giardino  fatto per essere ammirato dai vialetti tuttintorno, ma
io mi trovo sulla grande roccia piatta proprio al centro, e sono intenta a scompigliare le linee perfette
con i piedi. Una tempesta nel sabbioso mare di quiete dei monaci. Accarezzo i capelli sottili di mia
figlia con la punta delle dita. Sono scuri e morbidi come i miei. Anche se la sua carnagione  molto pi
chiara, in questo periodo  giallastra per via dellittero neonatale. Quasi riluce contrastando con il nero
delle ciglia.  troppo magra e fatica a respirare. Mi sforzo di mettere le cose nella giusta prospettiva.
Mi piacerebbe far visita alla tomba di Okaasan. Ununica lapide con i nomi di mia madre e di mio
padre incisi sopra. Il nome di mia madre  nero per significare che se n andata, mentre quello di mio
padre resta rosso per indicare che  ancora in attesa di raggiungerla. Tutte le tombe sono segnalate in
questo modo.  tanto bello quanto inquietante. Il cimitero  una strana citt di pietra in miniatura, una
metropoli tentacolare per gli insetti, ma io vi troverei conforto. Chiederei consiglio. Aspetterei un
segno. Senza denaro come potrei proteggere la mia bambina? Provvedere a lei? Nutrirla? Oh, le darei
tutto il mio amore, certo, ma lamore non basta a ridarle la salute n a tenerla al caldo e al sicuro.
Guarda cosa ha fatto a me lamore. Mio padre ha versato una cospicua donazione al monastero e, in
cambio, si aspetta che io rientri a casa al pi presto. Labate  convinto che lui ceder. Non sa che, in
realt,  pronto ad accogliere soltanto me. Naoko, sei tu, figliola? mi chiama Hisa dal vialetto. S,
sono qui rispondo mentre lei fa qualcosa di inatteso e calpesta il giardino zen, aggiungendo altro
sconvolgimento alla quiete. Sorella Sakura mi sorprende ancora di pi perch la segue a un passo di
distanza. Ai monaci prender un colpo domattina. Ride notando come ho danneggiato il loro
paziente lavoro. Si aggiusta gli occhiali sul naso mentre si china a guardare la mia piccolina che riposa
sul mio grembo, avvolta in fasce. Ha mangiato? Scuoto la testa. Non sono riuscita a farle prendere il
latte con il contagocce.  come se lei sapesse. Non abbiamo un posto dove andare dico con la voce
rotta. Che intendi dire? chiede Hisa. Tuo padre  stato qui. Mio padre  disposto ad accogliere
soltanto me. Fisso la mia bambina, pensando con rammarico alla rigida presa di posizione di suo
nonno. La rifiuta, dice che non c posto per lei nella nostra famiglia. Sostiene che comunque  troppo
debole, e che le cure per la sua salute sarebbero costose, oltre che inutili. Balbetto, cercando di
respirare. Il mio cuore  alla disperata ricerca di un rifugio. Sorella Sakura sospira profondamente. In
un certo senso, figliola, tuo padre ha ragione. Che cosa? Alzo la testa di scatto. Come sarebbe a
dire che ha ragione? La monaca fa sparire le mani nelle ampie maniche della sua tonaca. La piccola
 malata e non mangia. Scuote la testa. Temo che sia soltanto questione di tempo. No... Le
lacrime mi rigano il viso, ma non mi do nemmeno la pena di asciugarle. Eppure aveva iniziato a
mangiare. Mi rivolgo a Hisa. Non pu semplicemente restare qui con voi? Verrei a trovarla tutti i
giorni, oppure starei qui anchio. Manger, ne sono sicura, e... Lemozione mi stringe la gola
impedendomi di continuare. Sto quasi per soffocare, ma poi riprendo. Trover un modo per pagare
aggiungo guardando entrambe con aria implorante. Pagher. In qualche modo ci riuscir. Naoko,
non  questione di retta mi spiega Sorella Sakura sedendosi accanto a me e avvolgendomi un braccio
intorno alle spalle. Mi dispiace, cara. Non possiamo fare altro che aspettare. E quella casa? chiedo
sfuggendo al suo abbraccio. Quella di Oiso? Quella per i bambini di sangue misto? La monaca
inclina la testa di lato. Mi rivolgo a Hisa, ma distoglie lo sguardo. Loro la accoglieranno. Sto
piangendo a dirotto ora, stringendo al petto la mia piccolina. Non potete aiutarmi a portarla l? Per
favore. Hisa si asciuga gli occhi. Finirebbe per morire sola. No! Non potete saperlo! Mi alzo in
piedi e scuoto la testa. Sento crescere dentro di me un dolore bruciante, come se mi avessero pugnalato.
Una sensazione che sale e mi fa fremere le narici a ogni breve respiro per lo sforzo di tenere tutto
dentro. Non ho parole. Soltanto rabbia. Mi attraversa lacerandomi e si sfoga riversando sulle due donne
una serie di accuse. Come potete dirmi questo? Perch prima avete finto che vi importasse, e ora vi
rifiutate di aiutarmi? Le mie spalle sono scosse da singhiozzi rabbiosi mentre mi piego sulla mia
bambina. Perch nessuno vuole aiutarci? Le mie urla non hanno suono perch mi manca il respiro
ormai. Non riesco a respirare.
Naoko, ti prego. Sorella Sakura e Hisa si avvicinano cercando di consolarmi. Sono fuori di me. Le
mie labbra si contraggono per emettere un urlo disperato. No. No... Ruoto su me stessa e scappo dal
giardino zen. Mi rifugio nella mia stanza. Scappo dalla loro amara verit. Nella cameretta cullo la mia
bambina. Hisa  seduta fuori della porta in caso dovessi chiamarla, ma non lo far. Desidero stare sola.
Coricata sul fianco, mi raggomitolo intorno a quellincantevole esserino. Le lacrime rotolano sulle
guance una dopo laltra. Le lascio cadere. Sono dilaniata dalla necessit di prendere una decisione tra
destini avversi. Ovunque mi volti, qualsiasi cosa faccia,  come se fossi in balia del fato. Per il
momento racconto delle storie al mio Uccellino. Si  addormentata ore fa, ma io le parlo comunque
fino a diventare rauca. Anche se sbadiglio, mi rifiuto di cadere nella trappola del sonno, poich  un
ladro che ruba tempo prezioso e io non ne ho da sprecare. Vediamo. Ti ho gi raccontato quella del
dono delle ingiurie, e quella del tizio che voleva rubare la luna... oh, ma non ti ho raccontato la mia
preferita. Questa non pu mancare. Mi risistemo e mi schiarisco la voce per presentarla al meglio.
Questa me la facevo sempre raccontare dalla tua nonna. Le voci dei vari personaggi mi divertivano
molto. Quattro monaci hanno promesso di mantenere il silenzio... Mi interrompo, incapace di
proseguire perch so che mia figlia non potr mai sentire la versione di mia madre. Cos le parlo di
Hajime attraverso le lacrime, di come ci siamo conosciuti e di quanto ci siamo amati, della sua reazione
orgogliosa quando, sulla nave, aveva rivelato alle nostre piccole ospiti che sarebbe diventato pap. Le
parlo del cuore coraggioso di Okaasan e di quando mi ha portato il suo abito da sposa. Di come me
labbia visto indossare per il matrimonio e di quanto io abbia bisogno di lei in questo momento. Le
apro tutto il mio cuore perch ormai  spezzato e non  possibile ripararlo. Cosaltro? Accarezzo le sue
guance smunte. Cosaltro posso confidarle? Che vorrei che le cose fossero diverse, ma che i miei
desideri non corrispondono a ci che  meglio? Mi dispiace, Uccellino le sussurro allorecchio
piangendo sommessamente. Sappi che sei stata voluta e amata, e che penser a te ogni giorno della
mia vita. Ogni giorno, lo giuro. Sta rantolando ora.  come se sapesse. Jin, Hatsu e io abbiamo fatto
un patto, sai? dico, allontanando un po il viso per vedere gli occhi e accarezzarle i capelli. Ci siamo
promesse che avremmo sottratto i nostri figli dalle ossute dita di morte della direttrice Sato, che il
vostro spirito non sarebbe mai rimasto in attesa. Le poso un bacio sulla testa e mi asciugo le lacrime.
E ho promesso che, se non fossi riuscita a tenerti con me o a metterti al sicuro, mi sarei rivolta a
Fratello Daigan. Gli avrei permesso di portarti con onore e rispetto in una dimora migliore. Le mie
spalle sono scosse dai singhiozzi. Ma non voglio farlo, lo giuro. Mi raggomitolo intorno al corpicino
di mia figlia e piango, il cuore spezzato, distrutta. Sono stata cos pazza da credere di aver raggiunto il
massimo della mia capacit di sopportare il dolore. Invece sono sprofondata in un pozzo senza fondo.
Guardo la finestra. Il sole mi insegue furtivamente. Avvolge le ombre in una fitta foschia luminosa e
sonnolenta per cacciarle via. La mia bambina si muove appena. Respira? Accosto lorecchio alla sua
bocca e ascolto. Il respiro  debole. Uccellino sussurro, e poso il dito sotto la sua manina, poi la
bacio. Manterr la mia promessa. Andr a cercare Fratello Daigan. Lei mi guarda con quegli
occhietti scuri come linchiostro, e so che ha capito. La pianta rampicante sta per cedere.  ora. Ho la
gola gonfia e i polmoni dilatati da una bolla che minaccia di scoppiare. Spinge per uscire mentre io
cerco di trattenere tutto dentro. Il mio petto  scosso dalle convulsioni e annaspo in cerca daria. Mi
sento sopraffatta. Ma manterr la parola, per lei manterr la parola. Guardo fuori.  arrivato il
momento. Con la mia bambina avvolta ben stretta in una coperta, e con indosso tutti gli indumenti che
possiedo, sgattaiolo fuori senza farmi vedere da Hisa. Ho lasciato un biglietto per Sora. Grazie, ho
scritto. Non cera bisogno di aggiungere altro. Le monache la aiuteranno a partorire un bambino forte e
sano, poi faranno in modo che venga adottato. Hisa ha detto che il mio Uccellino sarebbe morto da solo
in quella casa. Non lascer che accada. Fratello Daigan non lo permetter. Fuggo via con passi
silenziosi. Laria fredda mi morde la pelle calda mentre mi avvio verso il cancello principale. Una volta
superato, non mi resta che correre lungo il tratto di strada che si apre davanti a me. Non mi volto
indietro. Non torner mai pi. La moneta del destino  stata lanciata in aria. Spero in un miracolo, in
una svolta nel disegno del fato, ma le due facce sono uguali. Ci che  meglio per me e ci che  meglio
per la mia bambina non sono la stessa cosa. Quindi trover Fratello Daigan e stringer mia figlia al
petto, proprio come aveva fatto Okaasan con me, e altrettanto rapidamente, sar io a consegnargliela e
a lasciar volare libero il mio Uccellino. Sar io.
39
Giappone, oggi
Ricacciai indietro le lacrime e fissai lo sguardo davanti a me senza vedere nulla. Rinunciare alla sua
bambina dopo tutto quello che aveva passato. Come era riuscita a sopportare una prova simile? Cercai
di ricompormi, ma il leggero tremolio della mia voce lasciava trapelare la mia emozione. Mi dispiace
tanto. Non oso immaginare quanto devessere stato doloroso. Naoko abbass le palpebre sugli occhi
pieni di lacrime. Anche se non sono pentita di aver amato suo padre o la nostra figlioletta, quellamore
ha avuto delle conseguenze che hanno cambiato tutta la mia vita. E dopo? Distolse lo sguardo. Dopo
non riuscii a sopportarlo. Era un buio impossibile, cos pensai di annegare il mio dolore nel fiume dei
tre attraversamenti. Mi coprii la bocca con le mani, temendo ci che avrebbe detto. Ma il dolore che
avrei causato a Kenji con unaltra perdita era pi pesante delle pietre che avevo messo in valigia. Come
potevo procurargli altra sofferenza? E poi, avevo fatto un patto con Jin e Hatsu, cos sciolsi il nodo
della corda che mi ero legata in vita e rimasi sul greto del fiume paragonando i peccati della direttrice
Sato ai miei. Decisi che la mia punizione a vita era assicurarmi che quel demonio della direttrice
ricevesse la sua. Dovetti fare uno sforzo incredibile per non stringerle la mano per confortarla. E lha
ricevuta? Labate mantenne la parola e inform le autorit. Queste, a loro volta, vennero da me. La
direttrice fu arrestata, processata e dichiarata colpevole. Naoko parve accasciarsi. Anche se scont
solo quattro anni. Quattro? Mi accigliai e scossi la testa. Tutto qui? S, ma chiusero la clinica
ostetrica. Quindi, vede? Labate aveva ragione con la storia delle stelle marine. Anche se io e Sora non
siamo state in grado di salvarle tutte, i nostri sforzi hanno fatto la differenza per quella e per
quellaltra. E per me sussurrai, perch Naoko aveva rinunciato a mia sorella. Riflettei sulle sue
parole, acquistando consapevolezza della loro verit. Mi faceva male il cuore per lei, per tutte loro, ma
quella storia mi suscitava anche un soffio di speranza. Mia sorella era ancora l fuori, da qualche parte.
Essendo una giornalista, la ricerca era la colonna portante del mio modo di lavorare. Cos, animata da
un rinnovato proposito, sparai un fuoco di fila di domande. Sa dove fu portata la bambina? Con quali
agenzie di adozione era in contatto Fratello Daigan?  finita in quella casa?  rimasta in Giappone, 
stata trasferita negli Stati Uniti, hanno registrato un nome allanagrafe? Un nome? Naoko sgran gli
occhi. Per me lei  sempre rimasta il mio Uccellino. Con quel nome lavevo resa libera. E
condividendo la mia storia, spero di aver liberato anche lei, la figlia di Hajime. Chin il capo,
unespressione cupa sul viso. Ebbi la sensazione che volesse lasciar cadere largomento, ma ero cos
vicina allepilogo, forse stavo per trovare mia sorella. Avevo fatto tutta quella strada. Sono sicura che
posso trovarla, Naoko. Sapevo a chi rivolgermi e come procedere. Forse non ho il suo nome, ma lei
mi ha dato quello di Fratello Daigan e della comunit di Oiso. Il cuore mi martellava nel petto. C
qualcosaltro che pu rivelarmi per aiutarmi a trovarla? Qualsiasi cosa? No rispose lei scuotendo la
testa. Prese le mie mani nelle sue, le strinse, poi le capovolse con il palmo aperto verso lalto. Io le ho
dato la nostra storia, e la storia del nostro Uccellino. Ora quello che decider di farne  nelle sue mani.
Le lasci andare e io rimasi con le mani sospese davanti a me per un istante, poi le allacciai e me le
portai al cuore. Mi aveva fatto il suo dono pi prezioso, perci mi sentivo in dovere di ricambiare con
qualcosa di altrettanto prezioso che, in fondo, non era mai stato veramente mio. Sciolsi il nodo del
foulard di mia madre che portavo al collo. Ogni filo di seta conteneva un ricordo. Gite in auto la
domenica, canzoncine sciocche da cantare tutti insieme, capelli biondi scompigliati dal vento. Ma
sapendo che quei fili si intrecciavano con i ricordi di Naoko, le porsi il foulard. Credo che questo sia il
suo. Pap mi disse che aveva intenzione di regalarlo a me, ma che mia mamma laveva trovato e... be,
cosa poteva fare? Sorrisi alzando una spalla. Me lha dato prima di morire, dicendo che era
importante. Lo sollevai. Ora capisco perch. Naoko fece scorrere le dita sulla seta pregiata, ma non
lo prese. Restituendomelo, ha aiutato Hajime a mantenere la sua promessa. Il suo sguardo incontr il
mio. Ora posso chiederle di promettermi una cosa in cambio? Certo, qualsiasi cosa. Se trova il
mio Uccellino, la prego di darle questo foulard. Le dica che  passato di padre in figlia e da marito a
moglie, e ha attraversato loceano per due volte. Che porta con s non solo attese e speranze, ma tutto il
nostro amore. Aveva gli occhi che brillavano e un sorriso a labbra chiuse. Glielo promisi. Naoko?
Un uomo anziano con un paio di pantaloni di tela e una camicia azzurra a righe sottili spunt dalla casa.
Oh, mio marito disse Naoko apprestandosi ad alzarsi.  venuto a prendermi. Piegai la testa,
incuriosita, poi mi alzai a mia volta. Luomo usc dalla porta del patio, ci individu e continu nella
nostra direzione. Una leggerissima spruzzata di grigio striava i capelli tirati indietro. La stessa
sfumatura argentea ricopriva la mascella dura e squadrata in un velo di peluria. Emetteva una
raffinatezza discreta nellaspetto e nei modi, come Naoko. Si inchin leggermente. Non sapevo bene
cosa dire perch non avevamo affatto parlato di lui. Imbarazzata, mi limitai a ricambiare il saluto. Mi
perdoni, ma i suoi occhi... Il suo sorriso indugi per qualche istante. Non vedevo degli occhi cos
azzurri da quando Marilyn Monroe venne a Tokyo in luna di miele. E temo che, come i suoi, mi
abbiano ipnotizzato. Mi sentii balzare il cuore in gola. Era la stessa associazione che mi aveva riferito
Naoko nella sua storia. Era lui? La tensione fece esplodere le mie parole come una cannonata. Lei 
Satoshi? Forse, dopotutto, avevamo parlato davvero di suo marito. Molte volte. Certo che era lui. Il
modo in cui si presentava, alto e forte. Il modo in cui parlava, serio e misurato. Ma poich lui non
rispose, mi resi conto di aver fatto un errore. Mi dispiace. Ho semplicemente dedotto che lei fosse il
giovanotto di cui mi parlava sua moglie. Mi sentii avvampare. Luomo rise, una risata aperta e
spontanea, poi mi tocc la spalla. Si figuri. Sono onorato di aver ricevuto unaccoglienza cos
entusiastica. E io sono estremamente imbarazzata. Mi guardai i piedi con un piccolo sorriso di
scuse. Quella imbarazzata sono io disse Naoko per alleggerire il momento di impaccio. Perch
gliene ho parlato con tale dovizia di particolari che lo ha riconosciuto subito. Mi permetta di presentarle
ufficialmente mio marito, Satoshi Tanaka.  lei, dunque. Mi illuminai di unintima gioia. E sono
davvero felice che sia cos. Davvero. Accompagnai le mie parole con ripetuti cenni di approvazione e
li osservai, insieme, marito e moglie. Naoko aveva sposato Satoshi. Era giusto cos. Non riuscivo a
smettere di sorridere. Satoshi si inchin e aggiunse: Spero solo di essere allaltezza della
presentazione. Lo . Senza ombra di dubbio. E questa signora, Satoshi,  la mia nuova preziosa
amica, la signorina Kovac. Tori Kovac. Tori? Il sorriso delluomo si addolc. Si volt verso Naoko
e le rivolse un lungo sguardo dintesa. Unintera conversazione senza parole. Per la prima volta, avrei
desiderato un interprete al mio fianco. Bene, non voglio trattenervi oltre. Feci per congedarmi, ma
ebbi unesitazione. Naoko, se dovessi scoprire qualcosa... Non sapevo fino a che punto potevo
spingermi in presenza di Satoshi. Intendo dire, vuole che la contatti? Desidera essere informata di
qualsiasi cosa io venga a sapere? Tra di noi cadde il silenzio. Lho conosciuta, Tori Kovac, e ci che
desidero, ci che spero,  che lei possa finalmente fare pace con il passato di suo padre. Sappia che, con
questo incontro, rivelandomi il suo nome, lei ha portato pace nel mio. Detto ci, Naoko indietreggi di
un passo e si pieg in un profondo inchino. Avrei voluto abbracciarla. Avrei voluto abbracciarli
entrambi. Invece risposi con un inchino, poi alzai il foulard come a dire: Non lo dimenticher,
grazie, un milione di parole inespresse. Io e Satoshi ci scambiammo dei sorrisi cordiali, poi abbassai
leggermente il mento e me ne andai. Prima di imboccare la strada, mi voltai indietro unultima volta.
La casa di Naoko sulla collina era circondata da fiori bianchi. Qui mio padre aveva incontrato per un t
il re di un impero, sognato una vita diversa e combattuto contro il volere del cielo. Probabilmente non
sarei mai pi tornata a trovare Naoko o Satoshi, ma non li avrei mai dimenticati. Grazie al foulard di
Naoko, avrei portato avanti la loro storia  la nostra storia  con speranza e amore. Il mio volo sarebbe
partito il mattino dopo, ma comunque avrei potuto prendere quello successivo, se necessario. Non
potevo assolutamente andarmene senza aver fatto visita al monastero e aver chiesto di Fratello Daigan
e dellorfanotrofio.
40
Giappone, oggi
Durante il tragitto in treno verso Hiratsuka per visitare il monastero, ero agitata da mille supposizioni.
E se il monastero avesse avuto molte informazioni su Fratello Daigan? E se lorfanotrofio con cui
collaborava avesse tenuto degli archivi? E se avessi trovato mia sorella? Soffocai una risata. Stavo
correndo troppo. Cosa sarebbe successo se al monastero non avessero avuto idea di chi fosse Fratello
Daigan? E se, comera capitato per i documenti militari di mio padre, mi fossi imbattuta in un altro
vicolo cieco? Come sarebbe andata? Sarei andata a vedere la statua della bambina dalle scarpe rosse,
anche se questo avrebbe comportato prendere il volo successivo. Lo dovevo a Naoko, a mia sorella, a
pap, per quello che aveva cercato di dirmi. La bambina dalle scarpe rosse si trova da entrambe le parti
delloceano per ricordarci le migliaia di bambini innocenti dispersi tra le due coste. Ancora dispersi. E
se fossi riuscita a trovarne una? Esiste un legame che unisce le famiglie ed esiste una naturale tendenza
a congiungersi. Lo sentivo. Cero vicina. Mi sedetti e mi asciugai le lacrime. Le emozioni dilagavano.
Raggiunta una fermata, il treno scaric pi passeggeri di quanti ne dovessero salire, e la mia carrozza si
svuot. Ero quasi arrivata. Avevo lo stomaco annodato per lansia. Hiratsuka era la prossima stazione,
e con una breve passeggiata avrei raggiunto il monastero. Pensai di farla di corsa. Presi posto in un
sedile vicino al finestrino e guardai il paesaggio che mi scorreva accanto. La sonnolenta campagna che
mi ero immaginata dai racconti di Naoko era tuttaltra cosa rispetto alla proliferazione urbana di edifici
moderni che ora la occupavano. Sullaltro lato, la linea ferroviaria costeggiava il mare. Anche
quellarea era stata trasformata dallo sviluppo industriale. Quando rallentammo balzai subito in piedi,
pronta ad affrontare qualsiasi cosa mi aspettasse. Scendendo sulla banchina, laria di mare mi salut
con un bacio salato e un umido abbraccio. Ero incerta sulla direzione da prendere. Naoko aveva detto
che bisognava proseguire dritto dalla stazione, ma la strada si biforcava. Scusi? chiesi a una donna,
ma sorrise e continu a camminare. Scansai una bicicletta costringendo un motorino a sterzare
allimprovviso. Girai su me stessa, cercando di orientarmi. Negozi, uffici e traffico con numerose
biciclette che si insinuavano tra le auto. Hiratsuka non era affatto una sonnolenta cittadina rurale; anzi,
era vivace e movimentata. Eppure il mio telefono non riusciva ad accedere alle mappe. Una tacca. Mi
avvicinai a un negozio e sbirciai al di l del bancone. Cera un vecchio seduto davanti a un piccolo
televisore, intento a mangiare. Mi sorrise. Salve. Il monastero  da questa parte? chiesi indicando la
strada. Monaci? Fratello Daigan? Luomo arricci il naso e perse il sorriso. Ripetei la domanda, poi
ci rinunciai e proseguii nella direzione che avevo in mente. Pi camminavo, pi gli edifici si
diradavano, trasformandosi da complessi di uffici ad appartamenti impilati luno sullaltro, a modeste
casette indipendenti, molte delle quali sembravano abbandonate. Alcune avevano il tetto parzialmente
sfondato ed erano prive di porte e finestre. Avevo letto che in Giappone oltre otto milioni di case erano
abbandonate a causa dellinvecchiamento e del progressivo calo della popolazione, ma constatarlo con i
propri occhi lasciava sgomenti. Una citt fantasma in un contesto di vita reale, resa ancora pi sinistra
dalla luce del sole che si andava scolorendo. Accelerai il passo. Temevo di trovare il monastero chiuso.
Sempre se lavessi trovato. Naoko mi aveva detto che il tragitto a piedi non era lungo, ma ormai
camminavo da un bel po. Chiesi indicazioni a un altro passante, ma non riuscii a capirle. Uno mi
indirizz a sinistra, laltro a destra. Li ringraziai con un inchino e proseguii nella stessa direzione.
Unalta recinzione correva sul lato opposto della strada che stavo percorrendo. Ebbi un tuffo al cuore.
Lo steccato di bamb. Non avevo mai preso in considerazione leventualit che ledificio che ospitava
la clinica potesse ancora esistere. Attraversai la strada per sbirciare attraverso le canne, ma vidi soltanto
una fitta boscaglia. Ricordai il racconto di Naoko. Stiamo cercando di passare dallaltra parte.
Figliola, ma voi siete dallaltra parte. Lei aveva desiderato uscire e ora, cinquantanni dopo, eccomi
qua, desiderosa di entrare. Invece di un cancello chiuso da un lucchetto, cera un arco che sovrastava
lingresso. Lo oltrepassai e mi avventurai lungo il lastricato sconnesso, stando attenta a non inciampare.
Il sole al tramonto filtrava a sprazzi sotto un tetto di rami intrecciati, gettando ombre capricciose che
inghiottivano la strada dietro di me. Gli uccellini trillavano come per avvertire del mio arrivo
inaspettato. Pi avanti cerano altri arbusti e un fitto bosco su entrambi i lati. Mi voltai chiedendomi se
fosse il caso di tornare sui miei passi quando qualcuno si rivolse a me in giapponese. Stavo violando
una propriet privata. Non avrei dovuto trovarmi l. Dalla leggera pendenza del sentiero apparve prima
la testa calva delluomo, poi il resto. Un monaco vestito di bianco. Via via che si avvicinava,
strascicava avanti e indietro la sua tonaca come una scopa che spazza via lo sporco. Aveva in mano una
piccola sporta, come se fosse appena tornato da fare la spesa. Mi parlava battendo ripetutamente il
bastone per terra. Gli feci un cenno di saluto con la mano e mi avvicinai. Salve, c una clinica
ostetrica laggi? Lui mi fiss sbattendo le palpebre. Magari non parlava inglese, ma, essendo un
monaco, avrebbe riconosciuto il nome. Conosce un certo Fratello Daigan? Le sue folte sopracciglia
si corrugarono. Fratello Daigan, quello che aiutava i bambini? Alz la testa. Ah, i bambini. Si
picchiett la pancia e poi allarg le guance tonde in un sorriso. I suoi occhi si raggrinzirono diventando
due falci di luna. Ojizo-sama, Fratello Daigan? Ehm, s? Okay. Venga. Mi precedette fluttuando
nella sua tonaca bianca. Vedendo che non lo seguivo, ripet gesticolando infervorato: Bambini.
Ojizo-sama, Daigan, venga. Forse era ancora una clinica ostetrica? Speravo che non mi avesse
frainteso e pensasse che fossi incinta. Rimontai lo svantaggio e mi avvicinai a lui. Sentivo dellacqua
gorgogliare pi avanti. Un ruscello? S, e un piccolo ponte. Il pesciolino perseverante di Naoko! Sorrisi
e gettai unocchiata oltre il parapetto mentre lo attraversavamo. Pesci con pinne dorate, bianche e nere
giravano in tondo nei mulinelli dellacqua bassa. Naoko e Satoshi avevano discusso della loro
situazione esattamente in questo posto. E lui aveva avuto ragione: Naoko era come quel pesciolino,
tenace e combattiva. E anche lei non si era sbagliata: aveva dovuto esserlo. Pi avanti gli alberi si
dividevano lasciando intravedere una struttura con il tetto di tegole color ruggine. O forse era il sole
basso a darle quel riflesso. Era attorniata da altri edifici di costruzione pi recente.  questa la
clinica? Il monaco scosse il capo e vir verso una stradina secondaria indicando un punto davanti a
noi. Il nuovo sentiero era pi stretto e invaso dalla vegetazione, tanto che bisognava camminare in fila
indiana. Affrettai il passo per non rimanere indietro. Il terreno in pendenza scendeva, e raggiunto il
punto pi basso, riprendeva a salire e salire. Mentre il sole calava, cominciai a temere di aver fatto un
grosso errore. Che il monastero fosse chiuso. Ecco, bambini. Il monaco si era fermato un po pi
avanti. Il sole splendeva davanti a lui gettando lunghe ombre alle sue spalle. Un ramo mi si agganci al
braccio e mi fermai per liberare la manica. Venga. Il monaco mi fece cenno di andare avanti con un
gesto rigido come quello del tipico gatto portafortuna. Addentrandomi nel sottobosco, feci un ultimo
ampio passo per raggiungerlo, poi strizzai gli occhi contro la luce del sole e mi sentii mancare il
respiro. Fiori rossi a perdita docchio punteggiavano il prato incolto che si apriva davanti a noi.
Vede? disse il monaco. Bambini. Mi coprii la bocca con la mano. Mi riaffiorarono alla memoria le
parole di Naoko: Dallo sbocco della radura la terra  rossa di sangue, e io sbircio nel ventre gonfio e
gravido della morte. Era una visione bellissima e inquietante al tempo stesso. Le sculture di cemento
con bavaglini e berretti di stoffa rossa erano sparse ovunque senza un ordine preciso. Alcune erano
disposte in file ordinate, altre si arrampicavano lungo largine, altre ancora si fronteggiavano come se
fossero impegnate in una conversazione silenziosa. Il monaco fece per andarsene, ma io gli diedi un
colpetto sul braccio. Aveva capito male. No, io volevo delle informazioni su Fratello Daigan. Il
monaco che aiutava i bambini. S. L. L? ripetei, confusa. Mi indic una statua. L. Quella 
una statua di Jizo. Io volevo informazioni su Fratello Daigan. S, Ojizo-sama, Daigan. L. Ne
indic unaltra. E anche l. Passai davanti a lui per entrare nella radura: dovevo capire quello che mi
stava dicendo. Una statua di Jizo mi sorrise, con il suo bavaglino rosso ormai sbiadito dal sole. Mi
voltai di scatto verso il monaco e gli chiesi: Questo? Questo  Fratello Daigan?. S. Ojizo-sama,
Daigan. Abbass le sopracciglia folte. E questo? chiesi quasi urlando indicandone un altro. S. Il
monaco mi mostr di nuovo il prato punteggiato di rosso. Quello in cui ci trovavamo. Tutti
Ojizo-sama, Daigan. Avvertii delle dita pungenti che mi percorrevano la spina dorsale. Dita che
pinzavano nasini di bimbi e soffocavano i loro vagiti. Ojizo-sama... ripetei lentamente, scandendo le
sillabe. O-jizo. Mi cadde la mascella. Statue di Jizo. Tutte.
Naoko aveva detto: I mizuko, i bambini dacqua  nati morti, oppure morti per aborto spontaneo o
procurato , non possono passare nellaldil da soli. Di solito uno Jizo  vestito come un bambino, con
un bavaglino e una cuffietta rossa. Gli occhi mi si gonfiarono di lacrime. Fratello Daigan non era un
monaco che aiutava i bambini a trovare una nuova casa, almeno non un monaco in carne e ossa. Era lo
spirito che li aiutava ad attraversare. Naoko mi aveva detto questo. Il mio cuore perse un battito. Oh,
Dio, il patto.
Se non riusciremo a tenere i nostri piccoli o a metterli al sicuro, cercheremo Fratello Daigan e gli
permetteremo di condurli con onore e rispetto verso una sistemazione migliore. Dopo, non riuscii a
sopportarlo. Oh, Naoko.
Respirando a fatica, mi guardai intorno alla ricerca del monaco. Aspetti! urlai, poi lo inseguii.
Aspetti! La prego. Si volt. La tonaca segu il suo movimento un istante dopo. Dove sono gli altri
bambini? Il mio cuore batteva allimpazzata, divorato dalla paura. Ehm, mezzo..., Hafu. Indicai il
campo. Dove sono gli Hafu? Ah... Il monaco inarc le sopracciglia e si avvi in una nuova
direzione. Lo seguii prendendo grossi respiri, perch temevo quello che avrei potuto scoprire. Le
statuine di Jizo con le loro facce di pietra ci guardavano passare. Una aveva le guance paffute e
sorrideva. Unaltra aveva unespressione accigliata. Alcune pregavano in silenzio. Ecco disse il
monaco. Un boschetto di alberi esotici proprio come quelli descritti da Naoko. Cortecce grigio scuro e
foglie simili a dita affusolate. Alcuni si ergevano verso il cielo e torreggiavano sugli altri. Per la
maggior parte superavano appena la mia testa.  qui che giacciono aveva spiegato Hatsu a Naoko.
Mi voltai per abbracciare con lo sguardo tutto il paesaggio, aspettando di vedere piccoli tumuli
anonimi. Invece cerano decine e decine di statue di Jizo disseminate ovunque, tranne sotto un albero
maestoso. Qui le statuette erano raggruppate in un cerchio perfetto, e le cuffiette e i bavaglini rossi
contrastavano con una miriade di fiori bianchi. Annaspai. Crisantemi.
Ogni settimana raccolgo i fiori pi belli per mia figlia, in modo che sappia quanto  importante per
me. E ne raccoglie abbastanza per tutti i suoi amici. Le parole di Naoko e Shiori mi punzecchiavano i
polmoni. Mi sentii affluire il sangue alle orecchie. Le lacrime presero a cadere una dopo laltra. Feci un
passo avanti, poi un altro e un altro ancora, finch mi ritrovai faccia a faccia con la verit di Naoko. Di
mio padre. La mia.
Caddi in ginocchio, mi piegai su me stessa e piansi. Lho trovata, pap. Ho trovato mia sorella.
Era circondata dai suoi amici. Una, due... ne contai sei. Hatsu era fuggita, e anche Sora, perci una
statuetta per il bambino di Jin  quella con la sciarpa fatta a mano?  poi per quello di Aiko, forse di
Chiyo e di Yoko, la ragazza che Naoko non aveva mai conosciuto, ma di cui aveva sentito il bambino
piangere. Non me ne venivano in mente altri. Ciascuna aveva il suo viso  due sorridevano, due
piangevano, una dormiva  e quella di mia sorella, con il maggior numero di fiori intorno alla base,
nonch lunica con una targhetta di legno, mi guardava dritto negli occhi. In quellistante scambiammo
una conversazione intima, solo noi due. Una conversazione attesa da troppo tempo. Diceva Ti ho
cercata tanto e Sono qui, sono qui. Cacciai indietro le lacrime e fissai lo sguardo sui caratteri kanji
incisi sulla piccola lapide di legno e dipinti di rosso. Che cosa cera scritto? Mi voltai per chiederlo al
monaco, ma lui se nera gi andato. Cercai affannosamente il telefono, scattai una foto della scritta e
attraversai di corsa il boschetto di alberi esotici inseguendolo e gridandogli di aspettare. Scusi?
Fratello? Mi districai tra le tombe, una dopo laltra. Poi lo intravidi in lontananza mentre si avvicinava
al terrapieno per tornare sui suoi passi. Fratello? Si volt. Corsi ancora pi veloce, il cuore in gola, e
quando lo raggiunsi non riuscivo nemmeno a respirare. Telefono alla mano, cliccai sulla foto e gliela
mostrai. I suoi occhi passarono dallimmagine a me. Che cosa significa? chiesi indicando la scritta.
Qui. Gli feci segno, cercando di tirargli fuori le parole di bocca. Desideravo sentirle con tutte le mie
forze. Lui affond una mano nella tasca della tunica e tir fuori un paio di occhiali da vista. Con la
montatura dorata in bilico sulla punta del naso, socchiuse gli occhi e lesse. Oh, Chisai tori. Un tuffo
al cuore. Come, scusi? Chisai tori ripet con un sorriso. Non capivo. Ahhh... Usando il pollice
e lindice, mi mostr un piccolo spazio tra le dita. Chisai. Poi alz gli occhi al cielo e guard a
sinistra e a destra. Ecco, tori. Un uccellino marrone con il petto pi chiaro volava sopra le nostre
teste. Il monaco sbatt le braccia e indic di nuovo in alto. Uccello? Tori significa "uccello"? Tori
sta per "uccello" in giapponese? Chisai tori, uccellino. Tornai a guardare limmagine sul mio
telefono. La lapide. Il nome di mia sorella. Il mio nome. Il nome che condividevamo. Pap non aveva
dimenticato il suo Uccellino. Mi aveva chiamato come lei. Forse non avrei mai saputo la vera storia dei
suoi desideri e dei suoi sogni, n che cosa lo aveva tenuto lontano dai suoi affetti. Ma non importava,
perch conoscevo bene il suo cuore. E proprio come aveva detto a Naoko nella sua lettera, lui laveva
sempre custodita l. Ringraziai il monaco tra le lacrime e tornai da mia sorella, con la mente che si
abbandonava alla corrente dei pensieri. Lettere. Naoko aveva detto che ce nerano state molte altre e
che le aveva seppellite insieme al suo dolore. Intendeva dire che le aveva sepolte qui? Mia sorella
aveva custodito le altre lettere di pap fin dallinizio? Se era cos, lUccellino conosceva per certo il
come e il perch, mentre io non lavrei mai saputo. Ma conoscendo luomo che era mio padre e,
attraverso Naoko, il ragazzo che era stato un tempo, credo con tutto il cuore che lui avesse cercato di
tornare. Era rimasta soltanto una cosa da fare. Mantenere la mia promessa. Mi sfilai dal collo il foulard
di mia madre  il foulard di Naoko  e lo avvolsi con cura intorno alla statua di mia sorella. Circondata
da fiori bianchi, ora non indossava pi soltanto cuffietta e bavaglino rossi, ma anche un foulard che
aveva attraversato loceano per due volte ed era passato di padre in figlia, e da marito a moglie. Dissi a
mia sorella che avevamo lo stesso nome e che, consegnandole il foulard, le trasmettevo tutto il nostro
amore. Quello di sua madre, di suo padre e il mio. Prima di congedarmi Naoko aveva detto: Ci che
desidero, ci che spero,  che lei possa finalmente fare pace con il passato di suo padre. Sappia che, con
questo incontro, rivelandomi il suo nome, lei ha portato pace nel mio. Scoprendo il nome di mia
sorella, quella pace lho trovata anchio. Come aveva fatto Okaasan con Naoko, e Naoko con il suo
Uccellino, dopo una lunga notte passata a raccontare storie e a spargere lacrime con mia sorella,
condividendo tutto quello che potevo su mio padre, su nostro padre, luomo che ancora adoravo e
conoscevo, lasciai libero il passato. Lo lasciai libero per entrambe. Per tutti noi. LUccellino non era
pi nelle mie mani.
Epilogo
Giappone, oggi
Il tempo, come ho gi detto, non fa discriminazioni. Non gli importa se siamo felici o tristi. Non
aspetta, n rallenta, n si affretta.  una creatura lineare che viaggia in una sola direzione, ed  costante.
Ma  anche indulgente? Me lo chiedo spesso. Per anni il buio ha indebolito le mie ossa impedendomi di
lasciarmi il passato alle spalle. Mi ossessionava sussurrandomi una serie di Se soltanto, di E se...?
Secondo Satoshi era semplicemente il dolore che cercava di liberarsi, e solo permettendone
lelaborazione avrei potuto affrontare i miei fantasmi. Stavo cogliendo dei fiori quando vidi il fantasma
di Hajime. Posai uno stelo nel mio cestino, poi scacciai ripetutamente unape arrabbiata che ronzava
vicino al mio viso. Quando alzai lo sguardo, mi accorsi di un uomo che camminava lungo la strada
dirigendosi verso la casa. Un uomo che indossava pantaloni di tela e unelegante camicia bianca con le
maniche rimboccate. Socchiusi le palpebre alla luce abbagliante del pomeriggio, ma non vidi altro che
delle macchie solari gialle e azzurre che danzavano in aria. Mi riparai gli occhi e li strinsi per mettere a
fuoco. Cera qualcosa di familiare nei passi lunghi e sciolti di quelluomo, nella sua andatura cos
naturale e spigliata. Piegai la testa di lato via via che si avvicinava, sentendomi disorientata. Aveva gli
stessi capelli scuri, ma pi lunghi. La mascella pronunciata e la fossetta sul mento come quella del mio
Uccellino. Il cestino di fiori cadde, cos come il mio cuore. Rimasi a fissare quella scena, incredula.
Hajime? Non era neanche un sussurro. Sentii cedermi le gambe. Mi coprii la bocca con le mani. Non
cera abbastanza aria per i miei polmoni e mi faceva male il petto per lo sforzo di respirare. Punti di
luce lo seguivano mentre lui si muoveva intorno a me, globi con code luminose come gli hitodama, i
fuochi fatui tradizionalmente associati alle anime dei morti. Hajime era venuto a trovarmi in sogno? O
ero io che lo stavo sognando? Qual era la realt? Il ricordo del nostro incontro combinato si ripresent
nella mia mente insieme alle parole che avevano ammutolito mia nonna. Invece di cercare quale delle
due dimensioni  reale, forse lo sono entrambe. La vera felicit sta nel mezzo. Ancora una volta, avevo
trovato in qualche modo il mio posto tra loro? Ci scambiammo uno sguardo e un dialogo silenzioso.
Cricket, ti amo, ho cercato di tornare.
Lo so, dissi tra le lacrime. Lo so. Allungai la mano per toccarlo, ma le mie dita sfiorarono soltanto la
luce. Dun tratto Satoshi mi chiam da casa e mi chiese se cera qualcosa che non andava, ma non
riuscivo a parlare. Quando tornai a voltarmi, la visione di Hajime era svanita. Era stata una fantasia o
un dono? Forse entrambe le cose. Perch, dopo, fui di nuovo in grado di amare con tutto il cuore.
Speravo che questo avesse permesso a Hajime di fare altrettanto. Dopo aver incontrato Tori Kovac e
aver sentito la sua storia, capii che era andata cos anche per lui. E condividendo la mia storia con la
figlia di Hajime, mi resi conto che non era soltanto mia. Apparteneva anche a Jin, a Hatsu e a Sora, a
tutte quelle ragazze e a quei militari che si erano innamorati e avevano dovuto affrontare scelte e
difficolt inimmaginabili. A tutti i figli nati dalla loro unione, alle centinaia di bimbi che erano stati
adottati e alle migliaia che non erano sopravvissuti. La mia storia apparteneva anche a Tori, e spero che
lei, come giornalista, voglia condividerla. Perch, come nella leggenda della stella marina, potrebbe
essere importante per quella e per quellaltra. Forse la figlia di Hatsu riconoscer la cerimonia di nozze
sotto le luci tremolanti delle lanterne e trover la strada di casa. Forse altri sapranno che i loro genitori
ci avevano provato. Che, nonostante il pregiudizio del mondo, avevano amato. Tengo la lettera di
Hajime stretta al cuore, chiudo gli occhi e mi immagino migliaia di luci che palpitano in lontananza,
consapevole che la pillola di saggezza della nonna era sbagliata. Il dolore e la felicit non passano.
Scavano nel profondo e diventano le nostre ossa. Ci reggiamo sulle loro gambe incerte, cercando di
mantenere lequilibrio quando non c. C soltanto lamore. Soltanto la verit. E questa  la mia. 
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FINE.
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Nota dellautrice.
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Sebbene sia unopera di narrativa, La donna dal kimono bianco si basa su eventi e storie reali, compresa la mia, o meglio, quella di mio padre. La sua storia della bellissima ragazza giapponese di cui si innamor ai tempi in cui era arruolato nella Marina americana. Fu invitato dalla sua famiglia alla tradizionale cerimonia del t, ma essendo un marinaio americano, fu poi rifiutato. Da qui, le ricerche e la mia immaginazione hanno preso il sopravvento. Ho lavorato a ritroso partendo da ci che sapevo: ubicazione dei porti, date di servizio e il racconto di mio padre. Poi ho proseguito con la ricerca, scavando nelle leggi sui matrimoni internazionali e nei registri anagrafici degli Stati Uniti, del Giappone e in ambito militare. Su tutti e tre i fronti ho riscontrato una macchina burocratica lenta, fatta apposta per ostacolare le unioni interrazziali. La piccola percentuale di militari cui fu permesso di sposarsi dovette affrontare quote di immigrazione severe e, una volta tornati in patria, le leggi americane contro i matrimoni misti.
E se le spose giapponesi subivano gravi discriminazioni negli Stati Uniti, non era nulla paragonato a ci che subivano quelle rimaste in Giappone. Esuli nel loro stesso
Paese, queste donne non disponevano di mezzi di sostentamento. Dallunione tra militari americani e
donne giapponesi nacquero oltre diecimila bambini prima, durante e dopo loccupazione. Diecimila. Di
questi, poco pi di settecento furono consegnati alla Elizabeth Saunders Home, un orfanotrofio situato
a Oiso, in Giappone, fondato nel 1948 da Miki Sawada, erede della famiglia Mitsubishi, proprio per i
bambini di razza mista abbandonati. Ma come e perch avveniva questo fenomeno? Rispondendo a
queste domande sono riuscita a creare un racconto verosimile, ma  stato parlando con i sopravvissuti 
i bambini della Elizabeth Saunders Home  e scoprendo le loro storie che La donna dal kimono bianco
ha preso forma davvero. Lorfanotrofio di Oiso Per lorfanotrofio di Oiso che accoglieva bambini nati
da coppie miste mi sono ispirata alla Elizabeth Saunders Home, fondata nel 1948 da Miki Sawada,
erede dellimpero industriale Mitsubishi. Nella sua autobiografia, Miki scrive che nel 1947, mentre
stava viaggiando in treno, il corpicino privo di vita di un neonato di razza mista avvolto in strati di
giornale e in un panno le cadde in grembo dalla cappelliera. Fu questo orribile episodio che la indusse
ad aprire un orfanotrofio. Listituto fu intitolato a Elizabeth Saunders, prima benefattrice
dellorfanotrofio, una donna inglese di religione cristiana che trascorse quarantanni in Giappone come
governante al servizio della famiglia Mitsui. Naoko, Jin, Hatsu, Sora, Chiyo, Aiko e Yoko Naoko e le
altre ragazze della clinica ostetrica sono ispirate alle storie reali delle numerose ospiti della Elizabeth
Saunders Home, che ho conosciuto e intervistato in occasione del primo ritrovo organizzato a Shelter
Island, San Diego. Continuo a far parte di questa meravigliosa comunit tramite il gruppo Facebook
"Elizabeth Saunders Home Reunion Group", gestito dalla pronipote di Elizabeth Saunders. La Clinica
Ostetrica Bamb La Clinica Ostetrica Bamb  un luogo di fantasia, ma mi sono ispirata alla Clinica
Kotobuki di Shinjuku, Giappone. Nel 1948, gli agenti di polizia di Waseda, sollecitati da una soffiata,
vi trovarono i resti di cinque bambini. Quando lautopsia escluse la possibilit di morte naturale, la
polizia perquis ledificio e ne scopr altri settanta. Tuttavia, data la notevole estensione della propriet,
il bilancio esatto delle vittime rimane sconosciuto. Direttrice Sato Miyuki Ishikawa, la vera ostetrica
diabolica che gestiva la Clinica Kotobuki negli anni Quaranta, ha ispirato il personaggio della
direttrice Sato. Processata alla Corte distrettuale di Tokyo, sulla base di diverse testimonianze, Miyuki
Ishikawa fu accusata della morte di oltre centosessanta tra neonati e bambini e, giudicata colpevole,
condannata a otto anni di carcere. In seguito al clamore suscitato dalla vicenda, il 24 giugno 1949
laborto per motivi esclusivamente economici in Giappone venne legalizzato secondo la Legge di
Protezione Eugenetica e si stabil un sistema nazionale di certificazione per le levatrici. Nel 1952
Miyuki Ishikawa si appell contro la condanna a otto anni, sostenendo di non avere avuto mezzi
economici sufficienti per sostenere lafflusso di bambini indesiderati nati nella sua clinica, e vinse il
ricorso. LAlta Corte di Tokyo ridusse cos la condanna originaria a quattro anni. La bambina con le
scarpe rosse La canzone e le storie che hanno ispirato le statue sono tutte vere. La bambina si chiamava
Iwasaki Kimi, e la statua originale in suo onore si trova a Yokohama, dove un tempo aveva sede
lorfanotrofio. Il 27 giugno 2010, per commemorare il 150 anniversario del porto di Yokohama, alcuni
delegati giapponesi donarono una copia della statua della bambina con le scarpe rosse alla citt
gemellata, San Diego. La statua  ubicata sulla spiaggia di Shelter Island, vicino alla base navale
americana. Il villaggio di Taura dove Hajime affitta una casa Il villaggio nella cittadina di Taura 
inventato, ma la comunit  basata sugli insediamenti Eta che un tempo esistevano in Giappone. I
Burakumin erano una minoranza socioeconomica allinterno del pi ampio gruppo etnico giapponese.
Erano membri delle comunit emarginate in epoca feudale, composte da coloro che svolgevano attivit
considerate impure o contaminate dalla morte, ad esempio carnefici, becchini, macellai o conciatori.
Storicamente sono stati oggetto di pesanti discriminazioni e ostracismo. Bench la classe dei
Burakumin sia stata ufficialmente abolita nel 1871, i discendenti devono tuttora affrontare
atteggiamenti discriminatori. Le statue di Jizo e Ojizo-sama Secondo i tradizionali insegnamenti del
buddismo giapponese, Ojizo-sama  il monaco che aiuta i neonati a giungere nellaldil. Si dice infatti
che i mizuko, i bambini dacqua  nati morti, oppure morti per aborto spontaneo o procurato  non
possono attraversare da soli. Le statue di Jizo, che indossano i tipici accessori di un bambino, un
berrettino e un bavaglino rossi, servono ad avvisare Ojizo-sama che i bambini sono in attesa che lui li
introduca di nascosto nellaldil trasportandoli nelle maniche della sua tunica. Le statue di Jizo sono
diffuse nei cimiteri di tutto il Giappone. La storia del padre di Tori e quella di Naoko La storia dello
Spartiacque continentale  basata sul rito diniziazione diffuso in Marina per i giovani marinai, alla loro
prima traversata del Pacifico oltre il meridiano e la Linea internazionale del cambio di data. Esiste
davvero unancora gigantesca fuori dal Womble Gate, lingresso della base navale di Yokosuka, una
sorta di citt americana con tanto di Statua della Libert, e con una Blue Street, cos denominata per le
pietre bianche e blu incastonate nellasfalto. Se per le storie del padre di Tori mi sono basata su questi
luoghi reali, per quelle di Naoko ho attinto ai miti e al folklore giapponesi. Bench labbia accantonato
pi volte, questo romanzo ha continuato a chiamarmi. Dalla conoscenza deriva la responsabilit, e
poich avevo scoperto lesistenza di diecimila neonati sentivo la responsabilit di far conoscere la loro
storia. Mi auguro sinceramente che questo romanzo getti una luce in varie direzioni, senza attribuire
colpe n suggerire soluzioni forzate.  attraverso il ricordo che questi bambini continuano a vivere.
Come lUccellino di Naoko, consegno la mia storia, la loro storia  una verit bellissima e tragica nelle vostre mani. Cosa farne dipende da voi.
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Ringraziamenti.
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Devo un ringraziamento speciale ai colleghi JC Kang e JC Nelson, per il tempo, laiuto e il sostegno
che mi hanno dato fin dallinizio. Il mio grazie pi sincero per locchio attento e il solido entusiasmo
che avete dedicato alla storia di Naoko e Tori. Entrambi siete stati fondamentali per il suo sviluppo.
Grazie alla critique partner e amica Leanne Yong, per avermi sempre spinto a dare di pi, e a Amy
Anhalt, Stacey Zink e Kris Mehigan per le innumerevoli letture e i consigli preziosi. Desidero
ringraziare anche la meravigliosa community di scrittura Scribophile e, in particolare, Patti Jurinski,
Julia Satu, Shannon Yukumi, Colleen Maloney e Steven Wade. Inoltre sono grata alla mia brillante
agente nonch amica, la splendida Lorella Belli della Lorella Belli Literary Agency, per la fiducia,
lincoraggiamento e il senso degli affari, e a Jeff Kleinman di Folio Literary Management per il
sostegno e lentusiasmo. E, naturalmente, un sentito ringraziamento va alla mia scrupolosa editor Erika
Imranyi di Park Row Books, per aver colto il potenziale della storia e avermi spinto a esprimerlo
appieno. Ho un enorme debito di riconoscenza nei confronti dellElizabeth Saunders Home Reunion
Group. Le verit e le bellissime storie che avete condiviso saranno per sempre una parte preziosa della
mia storia personale. Un grazie particolare ai membri del gruppo Facebook Yokosuka Naval Base,
Past and Present per il vostro contributo e per il vostro tempo. Infine, il mio grazie pi sincero a AJ,
che ha immaginato tutto, e a Marvin, Kirklen e Garrett, che hanno vissuto con me questa storia fin
dallinizio e vi hanno creduto con incrollabile fiducia.
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FINE.